24/08/2019
13/03/2012

Che non si parli di aborto, per carità

Cosa ci si aspettava dopo la confessione mediatica di una modella, che ha abortito su istigazione del suo ex fidanzato, cantante-attore piuttosto noto, comprensione e compassione? niente di tutto questo

Editoriale tratto dal Bangkok Post del 12 marzo 2012

Che non si parli di aborto, per carità


Cosa ci si aspettava dopo la confessione mediatica di una modella, che ha abortito su istigazione del suo ex fidanzato, cantante-attore piuttosto noto, comprensione e compassione? O che qualcuno cogliesse l'occasione al volo per parlare del problema "aborto", magari pensando di dare alle donne alle prese con una gravidanza indesiderata sostegno psicologico e medico, dopo aver messo gli uomini davanti alla necessità di prendersi le proprie responsabilità dopo un rapporto sessuale non protetto.

Se è questo quello che avevate in mente, vi sbagliavate di grosso, o avete quantomeno sottovalutato la sistematica violenza perpetrata ai danni delle donne nella società thailandese. Infatti la polizia adesso vuole mandare in galera la modella e punire la madre e il suo ex fidanzato per averla incoraggiata nel prendere quella decisione. Da più di una settimana la confessione shock della ragazza, che si chiama Pilaiwan "Muay" Areerob, è su tutte le prime pagine dei giornali; ai lettori viene propinato ogni dettaglio su come la modella fosse riluttante di fronte all'idea di abortire, che invece il fidanzato Howard Wang l'ha costretta a prendere. Si sa tutto di dove ha abortito e sull'entità del trauma sofferto. Siamo certi che oggi Pilaiwan si è amaramente pentita di aver fatto quella confessione a volto scoperto, perché il due-pesi-due-misure sociale vuole che la pubblica condanna ricada sempre sulla donna, mai sull'uomo che l'ha messa incinta contro la sua volontà. Ma, d’altra parte, nella storia ha fatto il suo ingresso la polizia, che ha preteso la sua fetta di notorietà mediatica.
In Thailandia l'aborto è illegale, se non in casi di incesto e stupro o quando è a rischio la salute della madre. Dal momento che il caso di Pilaiwan non rientra nei casi previsti dalla legge, la ragazza rischia tre anni di carcere e una multa di 6000 baht.

Martedì scorso la polizia ha fatto una retata nella clinica gestita dalla Population and Community Development Association, con un esercito di addetti all'informazione al seguito: tutte le cliniche che praticano l'aborto "illegale" dovranno essere chiuse e i medici abortisti rischieranno fino a cinque anni in carcere e una multa di 10 mila baht. Pilaiwan, il fidanzato e lo staff della clinica sono dipinti dai media come "malfattori" della peggior specie, mentre la polizia è l’eroe paladino della legge. Ai limiti del ridicolo. Perché stiamo parlando di una legge che in Thailandia uccide più di mille donne ogni anno.
 
Donne che muoiono perché una legge impedisce loro l'accesso all'assistenza sanitaria sicura in caso di interruzione di gravidanza non pianificata, costrette a rivolgersi a ciarlatani o a prendere medicine che dovrebbero indurre l'aborto, ma che comportano conseguenze fatali o gravi complicazioni. Ogni tentativo di emendare questa legge draconiana è stato abortito, perché prevale sempre la volontà di mantenere una moralità di facciata, invece di salvaguardare la salute della donna.
Dietro tutto ciò, l'idea dominante che l'aborto sia prima di tutto “peccato”. Permetterlo significherebbe recare danno all'immagine di una società virtuosa e religiosa, che finirebbe con l'affrontare una inevitabile decadenza morale. Essere incinta fuori dal vincolo matrimoniale fa di una donna un pessimo soggetto che merita l'ostracismo sociale. E se muore per le complicazioni di un aborto, pazienza. Ma se questa non è violenza contro le donne, cos'altro è?

A dire il vero Pilaiwan è una ragazza fortunata, perché in fin dei conti la sua gravidanza è stata interrotta in tutta sicurezza. Secondo il Ministero della Salute Pubblica ogni anno 300 mila donne si rivolgono a un ospedale a causa delle complicazioni di un’ivg e il tasso di mortalità in caso di aborto è 300 su 100 mila, uno dei più alti al mondo. Cosa che non interessa a nessuno.

Ma non è tutto, perché le 300 mila che vanno in ospedale per farsi curare dopo un intervento maldestro, vengono sottoposte a cure primitive, ché "così imparano": indipendentemente dal fatto che le complicazioni in oggetto derivino da un aborto spontaneo o da un aborto incompleto, la povera paziente dovrà subire un raschiamento, spesso senza anestesia. Perché mai ciò accade, quando sono disponibili altri metodi, chirurgici o farmacologici, meno dolorosi e più sicuri? Se questa non è violenza, cos'è? Non ci va di aiutare le donne incinte di gravidanze non desiderate, e allora le facciamo soffrire. Le lasciamo anche morire. No, una società che si comporta così non può essere definita "virtuosa". O no?

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