21/08/2019
14/02/2013

Anche uno stupratore
è stato un bambino

STAMPA ESTERA - Guardare in faccia donne che hanno subito violenze indicibili, tanto orribili da rendere impossibile anche solo immaginarle. Non è che uno dei rischi del mestiere per chi lavora e opera per i diritti della donna

Liesl Gerntholtz per The Mercury (Sudafrica), 14 febbraio 2013


Uno dei primi casi di cui mi sono occupata quando, agli inizi degli anni '90, ero un giovane avvocato sudafricano, è stato quello di una donna accoltellata dal marito separato. Le ho dovuto tenere la mano finché non è morta dissanguata lì, sul marciapiede. Da direttore del Tshwaranang Legal Advocacy Centre per la Fine della Violenza sulle Donne di Johannesburg, ho incontrato ogni giorno donne in cerca di aiuto e protezione da stupri, botte e altre violenze. Molte delle nostre clienti arrivavano in studio con addosso, ben in vista sul corpo e sul viso, i segni di quello che avevano subito. 


Mi ci sono abituata; sono poche le cose che oggi, dopo anni di servizio al dipartimento per la violenze sulla donna di Human Rights Watch, ancora mi indignano o sconvolgono. Forse è una strategia di sopravvivenza. Mi dico continuamente che si tratta del mio modo di mettermi alla giusta distanza per continuare a essere un bravo avvocato e a credere che prima o poi le cose cambieranno. 

Dello stupro di Anene Booysen l'ho saputo da Twitter. Ho letto tutti i tweet, come faccio ogni volta che mi imbatto in fatti che riguardano il Sudafrica. Ma i tweet non si fermavano, così come i post su Facebook; un'ondata dopo l'altra di rabbia e indignazione, angoscia e disperazione. Ho allora fatto una ricerca su Google per capire cosa fosse successo ad Anene: nonostante la freddezza e il pelo sullo stomaco che ho sviluppato, quello che leggevo era troppo anche per me. Ho dovuto saltare i passaggi sui dettagli dello stupro di gruppo che la diciassettenne aveva subito. Non ce la facevo nemmeno io che di storie del genere ne ho ascoltate tante.
 Gran parte della rabbia e dello sdegno era diretto al governo che ‘non ha saputo prevenire la violenza contro donne e ragazzine’. Bene, so che quello che sto per dire solleverà un polverone, ma credo che non sia corretto prendersela col 'governo'. Il Sudafrica ha strutture adeguate e varato provvedimenti efficaci contro la violenza sulle donne, le leggi che trattano violenza domestica e molestie sessuali ci sono, così come i tribunali specializzati e i centri di assistenza medico-legale dopo uno stupro. Ma ho anche sufficiente esperienza professionale per conoscere la difficoltà nell'applicare tali leggi e provvedimenti; so di molte mie clienti - per esempio - che sono state lasciate sole dopo che si erano rivolte alla polizia per chiedere di essere protette da mariti violenti. 

La verità è che il governo da solo, anche con tutte le migliori intenzioni, non può prevenire la violenza sulle donne. Non si può mettere un poliziotto in ogni camera da letto, in ogni aula scolastica, in tutti gli uffici e nei posti dove si compiono violenze contro le donne; non si può pattugliare ogni strada e ogni parco, né controllare ogni taxi, tutti i giorni e tutte le notti. 

L'unica cosa che si può fare è assicurarsi da una parte che la polizia sia pronta e preparata a condurre indagini accurate e rigorose su stupri e violenze domestiche dopo ogni singola denuncia, e dall’altra che il sistema giudiziario sia giusto, efficiente ed efficace per assicurare alla giustizia i colpevoli. Solo così piano piano la violenza diminuirebbe, gli stupratori finirebbero in galera e le donne otterrebbero giustizia.

Non ci sarà più violenza sulle donne il giorno in cui gli uomini non faranno più violenza sulle donne. Bisogna dirlo una volta per tutte. Finché i maschi non smetteranno di stuprare, picchiare e uccidere le donne la violenza non si fermerà. Dobbiamo prima di tutto pensare alla prevenzione della violenza, e purtroppo non esistono ricette facili o bacchette magiche per una soluzione istantanea. Prevenzione implica un investimento collettivo e non solo l’impegno del governo. 

Mi spiego. Prima di tutto dobbiamo pensare a come tiriamo su i maschi e come educhiamo i ragazzi; non intendo solo a scuola. Bisogna insegnare loro sin da piccolissimi che maschi e femmine sono pari, anche nel diritto di vivere vite lontano dalla violenza, un compito che riguarda non solo scuola e università, ma anche i genitori, la comunità e infine il governo. Dobbiamo combattere il sessismo ogni volta che si presenta, fosse anche a livelli alti e altissimi. 

Il movimento femminile deve poi attivamente coinvolgere gli uomini. Sempre più studi infatti confermano che lavorare fianco a fianco con gli uomini fa davvero la differenza nella lotta contro la violenza sulle donne. Abbiamo bisogno di avere al nostro fianco uomini forti e retti (e ce ne sono molti), che ci aiutino a costruire una cultura dei diritti umani e del rispetto per la donna. 

Ho scritto tutto questo pensando ad Anene. A lei ho pensato non quando ho dato il bacio della buona notte a mia figlia, ma a mio figlio. Ho pensato che anche gli uomini depravati e crudeli che l’hanno seviziata un tempo sono stati bambini. Non ho potuto fare a meno di chiedermi a che punto abbiamo perso l'opportunità di farne degli uomini che non stuprano.