23/09/2017
20/02/2013

Cibo e vino per lo spirito
non solo per il corpo
Intanto penso a come morire

STAMPA ESTERA - Non passa giorno che io non desideri essere morta. Sempre molto meglio che vivere in un corpo immobilizzato dall’assedio della sclerosi multipla in fase avanzata. Sono 17 anni che convivo con questa malattia e ne ho abbastanza. O poco ci manca

Di Gillian Mears, scrittrice, per The Sydney Morning Herald (Australia), 18 febbraio 2013

Questa lettera è un estratto dell’istanza presentata dall'autrice in occasione delle audizioni sulla legge III per i Diritti dei Malati Terminali nel New South Wales, Australia


In questi giorni mi sveglio alle tre di notte. Non ha senso provare a dormire di più, perché quelle che una volta erano le mie belle gambe da cavallerizza fanno di tutto per trasformarsi in due tubi deformi. Certe volte ci metto anche un quarto d'ora o più per riuscire a districarle e a stenderle, non ce la faccio, mi manca la forza. Non mi resta che imprecare. E urlare. Ma cosa credono di fare? Mi vogliono far provare la maledizione della Sirenetta al contrario? Le mie gambe che si attorcigliano a formare una coda di pesce. 

Quasi tutti i giorni mi sveglio amareggiata, mi dispiace non essere morta serenamente nel sonno. Guardo l'orologio e calcolo quanto tempo manca prima che arrivi la prima badante. Quando i loquaci uccellini iniziano le loro azioni di disturbo nei confronti del mio gatto, so che mancano meno di quaranta minuti. "C'hai le gambe che sono due sassi" mi dirà la badante prima di iniziare a farmi il massaggio ...

Certe mattine i modi di morire che Philip Nitschke ha elencato nel suo libro "The Peaceful Pill Handbook" (libro sull’eutanasia del 2005,  censurato in Australia. Nitschke è il fondatore dell’associazione internazionale EXIT. ndr) mi perseguitano. Immagini grottesche di come è meglio infilare la testa in un sacchetto di plastica per essere certi di morire soffocati. O l’angolo esatto della canna del fucile in bocca per avere la certezza di centrare il palato. O il Nembutal messicano (un elisir di pentobarbital utilizzato per il suicidio medico-assistito. Vietato in Australia) che potrebbe anche non funzionare.
 Queste immagini fanno male come pensare a mio nonno che è morto a 50 anni. E' stato malato di sclerosi multipla per più di metà della sua vita. Prima che lo ricoverassero nel reparto all'ultimo piano, quello riservato agli incurabili, gli avevano amputato tutte e due le gambe. L’incontinenza si gestisce meglio senza due gambe di pietra a complicare la situazione. Dopo qualche tempo è diventato cieco. A 50 anni lo hanno messo sotto terra. Non ci tengo a fare la stessa fine. Ho 48 anni. Qualcosa mi spinge a sottrarmi un destino così poco invidiabile. 

Nell’aprile 2007 ero nel pubblico del programma della SBS "Insight". Si parlava di eutanasia volontaria. Vicino a me c'era un signore la cui mamma, che era stata la controfigura della Garbo, aveva fatto parte della Hemlock Society (un’associazione per il diritto al suicidio assistito fondata nel 1980 in California); fischiava e protestava rumorosamente ogni volta che appariva Christopher Pyne, l'allora ministro federale per la terza età. A differenza del mio vicino di posto, io me ne stavo zitta zitta. Non più tardi del giorno dopo mi sono trovata a scrivere di mio pugno un biglietto di congratulazioni indirizzato al ministro, per ringraziarlo della sua posizione anti eutanasia. 

Chiunque mi conosca sa bene che non la penso, né l'ho mai pensata, come Pyne. Non simpatizzo per il diritto fondamentale religioso. Anche un personaggio di un mio libro ha fatto una strana fine tempo addietro, o no? Eppure, in quella lettera, credo di aver scritto anche che in mezzo a quella folla rabbiosa e inneggiante alla morte Pyne aveva mostrato una tale forza interiore che avrebbe potuto essere primo ministro.Nonostante fossi malata già da 12 anni, scrissi quel biglietto perché alcuni dei malati di sclerosi multipla presenti nel pubblico di “Insight” insieme a me mi avevano esasperato. Mi faceva orrore il loro fanatico rifiuto delle terapie di rianimazione medica. 

Poi ho cambiato idea sull’eutanasia. E per spiegarlo vi parlerò di un cane. 

Il mio primo editore, Bruce Pascoe, aveva un cane, Reg, un incrocio di kelpie australiano, un cane da pastore nero e snello. Un campione di simpatia. Girava lo sguardo in alto per controllare se avevi colto il lato umoristico di quello che aveva combinato. Non c'era niente da ridere però nel cancro alle ossa che gli aveva colpito l'anca e che andò avanti finché Pascoe capì che non c'era altro da fare se non chiamare il veterinario, perché il suo amico a quattro zampe non sarebbe più stato in grado di combinarne una delle sue e controllare negli occhi del padrone se ne avesse colto il lato divertente. Reg morì con la testa sulle gambe di Pascoe, a casa sua, e non nel terrore e nell’angoscia dell'ambulatorio veterinario. Non si è nemmeno accorto che l'ago che gli entrava nelle vene gli sarebbe stato fatale. Parlare della morte di un essere umano è più difficile; come mai? 

Più invecchio, più divento esigente se penso a quello che sarà il mio ultimo boccone di cibo vero. Voglio che sia qualcosa di veramente prelibato. L'ultimo pezzettino croccante di un pancake, di quelli che si fanno la domenica. L'ultima forchettata di un dentice alla griglia. Voglio che l'ultimo boccone della mia vita sia buono così. Se intollerabili oltraggi arriveranno prima che chi fa le leggi promuova una legge sull'eutanasia volontaria, temo non avrò altra scelta che provvedere da sola a quella che sarà la mia fine. Per quanto mia sorella ci ricami sopra, neanche fosse un qualsiasi Farley Mowat che racconta quanto sia bello morire nella neve, se davvero dovesse essere lei ad aiutarmi a costruire l'ultimo giaciglio nella neve o a portarmi sul Monte Kosciuszko, verrebbe accusata di essere stata la mia assassina. 

Se potessi, distruggerei quella lettera scritta a mano a Christopher Pyne. Oppure gli direi: un'anestesia totale, non sarebbe una meraviglia? Nelle mani di un gentile anestesista (e pare proprio che tutti gli anestesisti abbiano il dono della gentilezza),  fingere che la sostanza che scorre nell’ago sia un amorevole merlot o un ottimo shiraz australiano. Che prodigioso miracolo sarebbe. E poi, l’incoscienza.