22/11/2019

Notizie TGR:

AVEVAMO LA LUNA E L'ABBIAMO PERSA

Michele Mezza, giornalista Rai, cronista dell’innovazione come ama definirsi, da 15 anni, studia, insegna, indaga gli intrecci tra nuove tecnologie e informazione. Adesso intraprende anche un percorso di investigazione storica per risalire agli albori della rivoluzione tecnologica nel nostro paese.

La prima domanda è oltre il “perimetro” del tuo ultimo libro "Avevamo la Luna": Big data, Prism, il caso Snowden, una rete planetaria di sorveglianza informatica. Cosa accade? Era inevitabile che l’espansione delle potenzialità dell’era digitale producesse un fenomeno di tali sconcertanti dimensioni?
Big data ha un valore che scavalca il caso di cronaca, i contraccolpi politici, le conseguenze diplomatiche: è la testimonianza di un cambio di civiltà! Dopo duemila anni di pensiero analogico, narrativo, discorsivo, da alcuni decenni si è innescato un processo che consente all’uomo di organizzare la propria vita oggi, di programmarla domani, di determinarla geneticamente dopodomani in virtù della potenza di calcolo. Una impensabile massa di dati che ogni singolo essere umano è in grado di processare senza l’intermediazione di sistemi o apparati.



Tu dici gli esseri umani, ma in questa vicenda è il “potere” a prendere il sopravvento. L’intreccio tra servizi segreti e aziende informatiche, l’intromissione nelle vite dei cittadini, più che a un’idea di moltiplicazione delle libertà sembrano condurre a un sistema di controllo di una pervasività inaudita. Di fronte a questa sorta di” Grande fratello”, gli uomini non corrono il rischio di regredire alla condizione di sudditi?

E’ esattamente il contrario, questo processo tende a ridimensionare la forza di condizionamento dei poteri. Il brusio della rete, la comunicazione costante del Network naturale, spontaneo che avvince due miliardi di persone consente l’affiorare dei casi di intrusione nelle esistenze dei cittadini, è una forma di monitoraggio delle attività potenzialmente minacciose dei poteri. E’ evidente che il livello di trasparenza è ancora insufficiente, che gli “strumenti di autodifesa” sono ancora inadeguati e vulnerabili, ma sappiamo che la nostra privacy può essere violata e ne parliamo, ce ne occupiamo, pretendiamo venga custodita. Per decenni i telefoni di questo paese sono stati scannerizzati, non lo abbiamo mai saputo: oggi possiamo scannerizzare chi scannerizza!



Veniamo a “ieri”, al libro: 1962-1964, l’Italia è incubatrice dello sviluppo tecnologico informatico, non l’inseguitore arrancante della rivoluzione industriale, ma l’avanguardia di quella digitale. 40 mesi, poi il sogno svanisce, il processo si arena: è un esito inesorabile per via della logica dei blocchi, l’Italia vaso di coccio tra i vasi di ferro di Yalta costretta a rientrare nei ranghi, o sono le élite italiane incapace di trasformare il sapere in sistema industriale, produttivo? Sei giunto a una conclusione o la domanda resta senza risposta?
La mia conclusione è che quel cambiamento radicale risultava ai poteri nazionali e internazionali eversivo, quanto contassero soprattutto le pressioni esterne lo sottolinea De Rita, quando nella nostra conversazione parla di paese “eterodiretto”. Metteva in gioco la gerarchia dei “mediatori”, si metteva a repentaglio il monopolio dei sacerdoti del sapere, le élite decidenti. Ci fu un’alleanza trasversale tra i “mediatori” per salvaguardare il proprio primato che ostacolò quella traiettoria “verso la Luna” e condannò il Paese alla subalternità. Un’occasione mancata che pagammo ieri e paghiamo oggi, benché quei mediatori, ormai, nella società abbiano perduto larga parte del loro potere di influenza e guida.



In una tua intervista dici “ci fecero capire che la guerra, noi l’avevamo perduta”. La Seconda guerra mondiale la perdono anche la Germania e il Giappone. Divengono potenze industriali, economiche e tecnologiche in ascesa per larga parte del Dopoguerra. Non credi che la maggiore responsabilità nell’aver mancato l’appuntamento con il futuro, sia da imputarsi all’inadeguatezza o alle scelte deliberate della classe dirigente italiana?
La Germania e il Giappone scelgono un modello di sviluppo subordinato alla divisione internazionale del lavoro disegnato dalle multinazionali. Noi sfiorammo i tabernacoli del potere autentico: l’Eni scuote l’equilibrio geopolitico del petrolio. La Olivetti e l’informatica, non un semplice settore industriale, un luogo dell’immaginario collettivo. Un immaginario nel quale Kennedy vuole piantare la bandiera americana lanciando il suo piano di “conquista” della Luna (guarda il video del discorso di Kennedy). Noi eravamo un passo avanti, eravamo destabilizzanti. Un esempio: il presidente della Repubblica Gronchi si reca in Unione Sovietica per stipulare l’accordo su Togliattigrad, auto, industria pesante, gli americani non fanno una piega. I sovietici gli chiedono cosa stessimo facendo a Ivrea. Gronchi non sa rispondere. Torna in Italia e va alla Olivetti, Adriano presenta il calcolatore Elea 9001 e nel presentarlo, per la prima volta al mondo, definisce l’informatica una tecnologia di libertà, veicolo per l’emancipazione dell’uomo dal lavoro manuale: è la logica dei garage in cui nascono Microsoft, Apple, è la molla della Silicon Valley. Con Gronchi in Urss c’è Valletta, presidente della Fiat: è evidente che per il più grande gruppo industriale italiano lo sviluppo indicato, e intuito, da Olivetti mette a repentaglio il ruolo egemone di quell’élite dominante: l’alleanza ostile tra le potenze esterne e i poteri interni si salda. Quella di Olivetti è una visione che scardina l’assetto della Fabbrica, le opposizioni di sinistra devono alla fabbrica le radici culturali, la matrice dottrinaria del partito, l’attrezzatura analitica, quasi il senso del proprio esistere: Lenin e Ford nascono insieme e muoiono insieme.




Nella tua analisi la sinistra, quella solidificata in partito, che dovrebbe essere la candidata naturale a inserirsi nella scia della trasformazione sociale, non capta il cambiamento o lo ignora, silenzia anche le voci che dal suo stesso seno presagiscono l’onda della trasformazione dell’economia e della società, la carica dirompente dell’affrancamento dal lavoro manuale, è emblematico il convegno all’istituto Gramsci del 1962. Esiste una questione irrisolta tra sinistra e libertà?

Credo ci sia piuttosto un problema tra sinistra e l’“individuo”, le varie forme in cui si declina l’individualità. La sinistra è figlia di una logica collettivista, massista, comunitaria. Ma i più acuti e preveggenti analisti del fenomeno della scomposizione della fabbrica provengono dal versante più eterodosso della sinistra: I quaderni rossi, l’inchiesta di Romano Alquati sulla Olivetti nel 1963 intercettano il fenomeno che vede affermarsi il consumo come ordinatore sociale in sostituzione del lavoro. Il tema vero è perché questi fermenti culturali non vengono assorbiti dalla sinistra tradizionale, partitica. Perché sui 39 interventi del convegno al “Gramsci”, mai è citata la seconda azienda italiana, la Olivetti e i suoi 36.000 operai? Perché il partito tradizionale gerarchico e verticale si specchia nel capitalismo tradizionale gerarchico e verticale. Oggi la diffidenza della sinistra nei confronti delle nuove geometrie organizzative che emergono dalla rete non nasce dall’incomprensione ma dalla consapevolezza che queste geometrie sfidano e insidiano la leadership consolidata.



Il Concilio Vaticano II è un punto cardine della tua riflessione. La Chiesa, istituzione tradizionale per antonomasia, tenta di decifrare “i segni dei tempi”e si avvia lungo un percorso di riforma e rinnovamento.
Paolo Sorbi, sociologo, uomo di sinistra e cattolico ortodosso nella nostra conversazione dice: Il Concilio non è una scelta dell’autorità, il Concilio è la conseguenza di una pressione del basso talmente forte che induce l’autorità a lasciarsene contaminare. Giovani XXIII (guarda "il discorso alla Luna") concede il Concilio e il Concilio affronta i temi che la sinistra non vuole affrontare: la verità, ovverosia la libertà dell’accesso alle fonti, al sapere, la liturgia, cioè la parola, la comunicazione, la collegialità (è illuminante la conversazione che ho avuto su questo tema con monsignor Bettazzi (guarda l'intervista rilasciata all'autore) che al Concilio fu relatore sul tema della collegialità). Papa Francesco oggi sta imponendo il tema della collegialità, il segnale dell’inaudita potenza di un network orizzontale quale è la Chiesa, la testimonianza della straordinaria sensibilità di un’organizzazione sociale che vive attraverso la storia perché riesce a capire la storia.



Il tuo libro si conclude con Giordano Bruno: quale relazione stabilisci tra l’eretico di Nola e i temi della modernità, della rete, della rivoluzione digitale?
Giordano Bruno è un simbolo del primato italiano nel pensiero della rete. Insieme a Machiavelli e Pico della Mirandola, Bruno abbozza un’idea della governance di una comunità orizzontale in cui non esiste centro perché ogni punto è centro: è il modello della trasmissione del sapere da cui sgorga il principio motore della rete



La rete che crea una nuova organizzazione del pensiero, la rete sulla quale la forma determina il contenuto. Passiamo ad analizzare la struttura, appunto la forma del libro. ”Avevamo la luna” è un libro cartaceo che si trasforma in un libro multimediale, si prolunga su internet e utilizzando le possibilità dei Qr code, mediante smartphone e tablet dà la possibilità di guardare dei filmati o approfondire dei temi visualizzando diverse fonti documentarie: la rete innova anche la strutturazione dei contenuti: avete dovuto dar vita a un nuovo linguaggio?Senza la rete non sarei stato in grado di scrivere il libro: non avrei avuto le competenze tradizionali per approfondire i singoli temi: “Avevamo la luna” è come Tarzan che afferra le liane per muoversi tra gli alberi. Fuor di metafora, il libro instaura dei nessi tra le vicende affrontate e schiude la via a un ragionamento parallelo. La rete ci ha fornito la logica per questa operazione, cioè la navigazione concettuale; l’infrastruttura, i siti, il web; il linguaggio: il browsing; l’alfabeto: i video. I filmati contendono al pensiero stampato il primato sulla pagina, è una mutazione di carattere antropologico: il pensiero prende forma attraverso i link e usa i link come veicolo privilegiato di espressione. Se è vero che il Qr code invade il libro è anche vero che la “carta” diviene una piattaforma multimediale, scoprendo e conferendo alla carta un nuovo ruolo



Dunque non si tratta dell’estremo tentativo di salvare il libro di carta dall’offensiva dell’ebook ma della scoperta di nuove potenzialità e prospettive per l’editoria tradizionale?
L’ebook ha la forza per essere segno dei tempi. Il Qr code è una mediazione che arricchisce la tradizione della carta stampata rendendo possibile un ragionamento che non è intuitivo sull’ebook: è il principio della serendipity! Attraverso il Qr code cerco un video, lo guardo, scopro l’esistenza di un “oggetto” che convive con ciò che stavo cercando ma di cui non presupponevo l’esistenza. Comincio a esplorare questo nuovo percorso e a mettermi sulle tracce di altri “oggetti” che mi allontanano dall’itinerario originario, ma che mi stimolano, mi sollecitano: questo è oggi la rete.



Per “Avevamo la luna” hai preso spunto da altri esperimenti o sei stato innovatore tout court?
Questo libro è nato come sito e l’unica possibilità di stampare un sito è il qr code. L’innovazione multimediale rende multimediale l’intera filiera editoriale dall’editore, all’autore, dal redattore allo stampatore, dal libraio al lettore. Il cambio di format modifica le figure sociali che gravitano attorno al “pensiero”. Il libro prolungandosi sulla rete non finisce e costringe tutti i soggetti coinvolti a non “abbandonarlo” o “archiviarlo”.



Per quanto ne sai quanti altri libri simili ad “Avevamo la luna” sono presenti sui cataloghi nazionali?
Ci sono dei libri che hanno Qr code in copertina o in controcopertina o nel sommario, ma con un impiego così pervasivo e “costituente” è l’unico.



Un’ultima domanda al” cronista dell’innovazione” sulla rete, sulla sua natura sulle obiezioni che si muovono all’”informazione su internet”: menzogne, notizie false,ricostruzioni di eventi sgorgate da fonti inattendibili, non verificate, approssimative affollano il web: ”conoscere per deliberare” un principio cardine della democrazia, non risulta contaminato dalle modalità di comunicazione di questa comunità planetaria “brada”?

I nostri media, stampa, tv, radio, per decenni sono stati disseminati da centinaia, migliaia di “bufale” senza che la cosa abbia mai messo in questione il loro ruolo nella nostra società. Ciò che è vero è che oggi la soglia di tolleranza verso la panzana è prossima allo zero. Possiamo addirittura contare le panzane che vengono ammannite perché le scopriamo, perché grazie alla rete miliardi di occhi sorvegliano. Il punto vero è che eravamo abituati a delegare “la verità” ad alcuni sacerdoti e non alla “Bibbia”. Adesso la “Bibbia” dobbiamo leggerla da soli, che ci piaccia o meno.

(Nelle foto alcuni momenti dell'intervista rilasciata da Michele Mezza a Mario Fatello, Enzo Arceri ed Andrea Bettini.)


Leggi l'inchiesta di Enzo Arceri


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