14/11/2019

Notizie TGR:

La "rivoluzione" svanita

L'"eresia " di Olivetti e la sfida impossibile all'ordine mondiale.1962: l'Italia ha le carte per giocare la partita della rivoluzione informatica. 1964: L'Italia non è più a quel tavolo. Michele Mezza si interroga sui perché

AVEVAMO LA LUNA

Una ruota dentata campeggia nell’emblema della Repubblica. Il simbolo del lavoro, pilastro costituzionale piantato nell’articolo 1 della Carta l’effigie della macchina industriale, il sigillo di un epoca, i “trent’anni gloriosi” della prosperità, del welfare, della fabbrica, del miracolo economico, dei possenti partiti di massa, di idee e modelli di sviluppo, di democrazia, di politica. Quella ruota si inceppa, il sistema economico e politico va in panne, una stagione tramonta, la crisi è il violento contraccolpo del brusco arrestarsi di quel congegno: “Avevamo la luna” di Michele Mezza non riflette solo il crepuscolo dell’età della “ruota” in Italia, cattura i bagliori dell’aurora dell’era della rivoluzione informatica nel nostro paese: intensi, intermitttenti, ignorati e spenti.



1962-1964: le coordinate cronologiche lungo cui incrocia l’autore, due date che nell’interpretazione di Mezza rappresentano l’alfa e l’omega di un ciclo, in cui ciò che avrebbe potuto essere viene inghiottito da ciò che non è stato: John Kennedy (guarda il video del discorso sulla "conquista della Luna") catapulta l’orizzonte della Nuova Frontiera sulla Luna: nell’arco di dieci anni, promette, un americano l’afferrerà; Giovanni XXIII (guarda Il "Discorso alla Luna") scende dalla sedia gestatoria del pontefice romano, fende lo schermo curiale che circonda il successore di Pietro, annulla la distanza con il popolo dei credenti e lo guida, lo trascina, verso il Concilio Vaticano II; si abbassa il ponte levatoio delle istituzioni: la sinistra, i socialisti, fanno il loro ingresso nella cittadella del governo, nasce, fibrillante e guardingo, il centrosinistra; l’Eni di Enrico Mattei corre il Terzo mondo con una strategia di espansione perfettamente in fase con i processi di decolonizzazione, in rotta di collisione con le multinazionali del petrolio e i governi che ne patrocinano l’azione egemonica; la Olivetti immette in linea di produzione la Programma 101: una macchina calcolatrice, materia “raziocinante” che produce e trasforma dati e non altra materia, l’antesignano del personal computer, la miniaturizzazione della tecnica, la sapienza artigiana applicata al design postmoderno. Nasce la civiltà numerica, scrive Mezza, viene alla luce nelle brume piemontesi, a Ivrea, lungo un cateto del triangolo industriale italiano dominato dalla ruota dentata. Nel reparto di elettronica dell’Olivetti prende forma una nuova idea di ambiente produttivo, di relazioni industriali, di fabbrica, di disciplina di fabbrica, una combinazione di nuovi “fattori di produzione”, lavoro, creatività individuale, si disarticola la catena di montaggio, si riassembla. È una forma embrionale, un embrione che viene abortito.



Mattei vince e muore in un incidente aereo, mentre vince; la Divisione Elettronica dell’Olivetti viene venduta alla General Electric; la propulsione del centrosinistra si imballa nella vicenda della nazionalizzazione della energia elettrica: prevale il dogma dell’accentramento onnivoro statale, soccombe la versatilità della rete. L’esperienza del governo è una camicia di Nesso che dissangua il Psi, la programmazione economica si incaglia. Perché avevamo la Luna e l’abbiamo perduta? Perché la traiettoria verso il “Mare della serenità” ha deviato? Perché le idee appassirono mentre germogliavano, perché la pianta della modernità crebbe sghemba e piegata verso la Terra? Perché perdemmo il treno verso l’età della comunicazione, mentre costruivamo i binari e il materiale rotabile per quel convoglio? Perché in questa lotta tra conservatori e riformatori, a volte scandita dai ritmi caotici e sincopati di una rissa più che di una battaglia, restano sul terreno i riformatori.?



Mezza se lo chiede e lo chiede a chi ha vissuto di analisi e azione, di studio e politica , a chi ha conficcati nella memoria quegli anni di tormenta e speranza, a chi fu della partita: De Rita, Ferrarotti, Reichlin, Martelli, Pizzinato, PiolSorbi, Bettazzi (guarda le interviste rilasciate all'autore). Si trattò di una resa geopolitica, imposta dagli equilibri ibernati dalla guerra fredda che esigevano un’ Italia subalterna, ventre molle della Nato ? Fu l’inadeguatezza di una classe dirigente recalcitrante a correre i rischi e ad accollarsi i costi della guida politica e intellettuale della nazione, lasciando il paese acefalo senza punti cardinali, travolto e irretito da uno “sviluppo senza progresso”? Fu l’arretratezza culturale delle forze politiche incapaci di interpretare “i segni dei tempi”, recluse nelle loro fortezze ideologiche, schierate lungo la Cortina di ferro impegnate a sorvegliare il fronte invece di indagare la metamorfosi delle retrovie? Cosa impedì ai pionieri dell’innovazione che crescevano e si spegnevano gli uni accanto agli altri, senza connettersi o integrarsi, di elaborare una lingua comune, un esperanto della tecnica e della cultura che consentisse loro di scoprirsi e riconoscersi, in un paese strutturalmente e storicamente policentrico, vocato alla rete, alla sintonia “orizzontale”? Che ruolo giocano i partiti di massa, dopo la massiccia opera di alfabetizzazione politica e democratica del paese? La Dc perno del sistema, la “governante” di una società in crescita tumultuante e caotica, la cauta confederazione dell’Italia molteplice e anarcoide, imbevuta delle inquietudini del cattolicesimo conciliare, bifronte: si affanna a sedare le pulsioni riformatrici che hanno forzato e corroso il blocco centrista, contemporaneamente si applica nella delicata e spossante operazione di ostetricia morotea: il centrosinistra, i socialisti al governo . Il monopolio del potere ne intorpidisce i sensi, il funambolismo correntizio la ipnotizza, non capta il fischio sibilante del “treno perduto”ormai lanciato. La sinistra, quale ruolo gioca? Asserragliata in una logica fordista fossilizzata, dimentica della visione dinamica dell’economia che pure faceva parte dell’equipaggiamento culturale della tradizione marxista , affetta da una virulenta forma di agorafobia di fronte agli spazi sterminati della terra incognita di una nuova società si fa incudine della modernità mentre il neocapitalismo cavalca la tigre della globalizzazione. La sinistra, il Pci, che si interroga sull’evoluzioni del sistema economico e sociale nel convegno dell’Istituto Gramsci nel 1962 , che reprime o ignora gli stimoli e i fermenti che agitano i suoi intellettuali, si troverà disarmata quando successivamente il neoconservatorismo anglosassone martellerà i bastioni keynesiani con le artiglierie teoriche delle scuole austriaca e di Chicago, fino a demolirli. La sinistra smarrita nel dedalo delle libertà: le contorsioni di ieri, le convulsioni di oggi.



“Avevamo la luna” si legge, si ascolta, si guarda. Così come l’analisi è multidimensionale, il libro è multimediale: ai bordi delle pagine occhieggiano i Qr code(codice quick read), un “geroglifico” contemporaneo che si decifra con le applicazioni dello smartphone consentendo un’”estensione” audio e video del testo, di vedere le conversazioni dell’autore con i suoi interlocutori, i documenti dell’epoca, le testimonianze, di osservare il farsi delle pagine. E’ l’apparato delle note di un libro che si avventura nel passato perché vuol vivere nel presente: che ci suggerisce che a ben guardare la ruota dentata sembra un ingranaggio simile a quelli che animano gli orologi meccanici. Quelli digitali non li posseggono.

Enzo Arceri

Leggi l'intervista all'autore, Michele Mezza

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