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Tullia Zevi

Tullia Calabi Zevi, nata a Milano nel 1919 e scomparsa a Roma nel 2011, è stata la prima donna a guidare l'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Ma non solo questo: il documentario di Simona Fasulo, con la regia di Nicoletta Nesler, in onda in prima visione martedì 14 gennaio alle 21.10 su Rai Storia per il ciclo “Italiani”, ripercorre le tappe fondamentali della sua vita, quella privata e quella pubblica attraverso i racconti dei figli Adachiara e Luca, della nipote Nathania, che nel 2001 ha scritto con la nonna un libro/ricordo dal titolo “Ti racconto una storia” e della giovane biografa Puma Valentina Scricciolo che ha pubblicata nel 2019 “Tullia Calabi Zevi”. Era arrivata a New York con i tre fratelli e i genitori nel 1940 da Parigi, ma da Milano, dove aveva vissuto un'infanzia e un'adolescenza dorate e protette nella grande casa di via Revere, era partita già nel 1938 all'indomani della promulgazione delle leggi razziali. A New York Tullia, per aiutare l'economia della famiglia, mette a frutto le lezioni di arpa e le lunghe giornate passate a suonarla, per proporsi alle orchestrine che vanno per la maggiore in quegli anni. Così calca i palcoscenici al seguito dei grandi musicisti dell'epoca e dei cantanti in voga, tra cui Frank Sinatra. A New York incontra un altro fuoriuscito, Bruno Zevi. Lui è venuto in America da Roma e studia Design e Architettura; i due ragazzi si sposano nel dicembre del 1940 nella sinagoga spagnola. Il matrimonio non è tutto rose e fiori: Bruno è abituato a decidere e Tullia non si piega facilmente. Insieme però lavorano per “Giustizia e Libertà” e partecipano attivamente alla Mazzini Society, fondata da papà Calabi e da Gaetano Salvemini, che riunisce gli antifascisti d'oltreoceano. Tullia conosce Amelia Rosselli e le sue nuore, le vedove dei fratelli Rosselli, a loro, soprattutto ad Amelia, resterà legata per sempre. A parlare di lei, ci sono anche la moglie del fratello maggiore che abita ancora nella casa natale di Tullia a Milano; Emanuele Ascarelli, giornalista e scrittore, che collaborò alla costruzione del Centro documentaristico dell'Unione Comunità Ebraiche Italiane, che lei volle fortissimamente. Le finalità di Tullia Zevi infatti erano quelle di una donna laica ma profondamente legata alle tradizioni ebraiche, che in ogni caso ha sempre ritenuto la memoria fondamentale affinché una persona, ma anche una nazione e una comunità, possano crescere e evolversi. Attraverso aneddoti, racconti dei familiari, fotografie e immagini, il documentario fa rivivere il carattere, le esperienze di vita, le scelte moderne e delicate come accettare di essere inviata a Norimberga e poi a Gerusalemme a seguire i processi ai nazisti, assumere incarichi di prestigio che la portavano lontana, ma riuscire a seguire la crescita dei suoi figli bambini e poi dei nipoti e, più semplicemente, decidere di prendere una casa per conto suo e di lasciare quella di famiglia.