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Passato e Presente

Il ritiro sovietico dall'Afghanistan

Il 24 dicembre 1979 l’Unione sovietica invade l’Afghanistan. I russi sono convinti che la guerra sarà breve, ma si scontrano subito con la resistenza dei mujahidin, i soldati di Dio. Gruppi di guerriglieri divisi per appartenenza etnica, idee politiche o zone di provenienza, ma tutti uniti per raggiungere un unico obiettivo: cacciare l'invasore sovietico dal loro Paese. Una pagina di storia recente analizzata da Paolo Mieli e dal professor Gastone Breccia a “Passato e Presente”, il programma di Rai Cultura in onda mercoledì 9 ottobre alle 13.15 su Rai3 e alle 20.30 su Rai Storia. Per gli ottantamila uomini della quarantesima armata sovietica si tratta di fronteggiare una vera e propria guerra di popolo, contro un nemico capace di affrontare condizioni estreme senza lasciarsi piegare, indifferente al tempo e alla sofferenza. Tra questi c’è il più abile e carismatico capo della resistenza afgana. Il suo nome è Ahmed Shah Massoud. Dopo nove anni di conflitto, le tattiche sovietiche si sono fatte più efficaci, gli uomini più esperti, ma i problemi restano sempre gli stessi: l’impossibilità di controllare il territorio, la vulnerabilità delle vie di comunicazione e l’ostilità della gente. La mattina del 15 febbraio 1989 l’ultima colonna della quarantesima armata, comandata dal generale Boris Gromov, si ritira dall’Afghanistan. Alle sue spalle lascia più di tredicimila morti.