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28 settembre - 4 ottobre 2024
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Il 26 settembre del 1990 moriva a Roma, all’età di ottantatré anni, Alberto Moravia, uno dei più grandi scrittori italiani del XX secolo. Intellettuale e viaggiatore, fervente europeista, con i suoi romanzi raccontò il Novecento senza fare sconti, anzi affondando uno sguardo critico, quasi cinematografico, nella società che lo circondava. Autore teatrale, saggista, critico letterario, cinematografico e d’arte, ha usato uno stile dove immagini, elementi, ambientazioni e personaggi spiccano con una nitidezza tale da affiancare la sua scrittura all’obiettivo di una macchina da presa.
Il valore del suo modo di “filmare” la realtà è testimoniato da “Gli indifferenti”, suo romanzo d’esordio. Lo scrisse giovanissimo, dai diciotto ai ventidue anni, dopo una tubercolosi ossea che lo aveva costretto all’immobilità per sette anni. Nel 1925, appena uscito dal sanatorio, ne iniziò la stesura che terminò quattro anni dopo, nel ’29. La pubblicazione avvenne con la casa editrice Alpes.
“Mi ero messo in mente di scrivere un romanzo che avesse al tempo stesso le qualità di un’opera narrativa e quella di un dramma”, spiegò. “Un romanzo con pochi personaggi, con pochissimi luoghi, con un’azione che si svolge in poco tempo. Un romanzo in cui non ci fossero che il dialogo e gli sfondi e nel quale tutti i commenti, le analisi e gli interventi dell’autore fossero accuratamente aboliti in una perfetta oggettività”.
Protagonista del romanzo è una famiglia della media borghesia, gli Ardengo, che versa in ristrettezze economiche.
Una famiglia che – come scrive Paolo Di Paolo – per lo scrittore è “il microcosmo in cui si specchia il macrocosmo” sociale, è cioè il nucleo primario della società: la famiglia a cui fa riferimento è quella borghese da cui egli stesso proviene, è al suo interno che si raggiunge il “massimo di tensione vitale, cioè la tragedia”.
Una tragedia che si esprime attraverso uno stile semplice, che riporta fedelmente il parlato. “La sua sapienza” - scrive Serianni - consiste proprio “nella sua abilità di sottrarsi lasciando spazio al dialogo e in ombra l’elaborazione letteraria […] l’immersione totale nei linguaggi della contemporaneità contraddistingue il mimetismo linguistico” usando un registro dai tratti colloquiali, fedele all’italiano del tempo. L’autore usa “una lingua scabra, spigolosa senza artificiose mediazioni di tipo intellettuale” in cui l’aggiunta dei punti e delle virgole a testo ultimato, secondo Debenedetti, ne fa subito “un capolavoro”.
È una narrazione che non lascia spazio all’interpretazione che potrebbe cambiare e “inquinare” il reale, dove prevale quasi la percezione fisica del dramma. Questa modalità di scrittura permise a Moravia di evitare la censura fascista, “una lingua dove arcaismi, vecchiumi, leziosità della prosa d’arte fanno capolino ma poi mostrano la loro estraneità… d’altronde, potersene infischiare dell’eleganza, scrivendo per raccontare e non per dare spettacolo del proprio stile, è privilegio dei grandi narratori”. Per queste caratteristiche, Pasolini rinveniva in lui un autore di respiro europeo.
Su “Gli indifferenti” si segnala una bella intervista allo scrittore realizzata per Rai Radio 3 da Niccolò Zapponi: “Alberto Moravia: testimonianze e ricordi”, in Spazio tre opinione del 21 marzo 1980m dove racconta la genesi del romanzo che ha radici nella sua infanzia perché – dice - “non c’è nulla che non abbia radici nel tempo” e che contestualizza storicamente, tratteggiando un quadro della produzione letteraria del tempo. Interessante anche la riduzione radiofonica realizzata da Rai Radio 3 in “Un romanzo, le sue voci” - per la regia di Marco Parodi andato in onda nel 1997 in trenta puntate - e la lettura del romanzo di Toni Servillo per il programma “Il terzo anello” andato in onda nel 2006 su Rai Radio 3 in ventidue puntate e ora disponibile su RaiPlay.
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