
di Guido Barlozzetti
Non sono i numeri l’aspetto più rilevante del grande funerale di Papa Francesco, le 250.000 presenze, i 5000 officianti, le 160 delegazioni presenti, all’imponente apparato della sicurezza e dell’accoglienza…
Certo, l’impressione immediata che lascia è quella di una cerimonia che ha coinvolto tantissimi. Chi era lì e soprattutto che ha seguito il rito in televisione ha visto l’immagine di San Pietro e Via della Conciliazione gremite, ciò che non stupisce per un Papa che è stato popolare e simpatico, capace di un’immediata spontaneità nel modo di comportarsi e di parlare.
Poi, però, ci si accorge che sono diversi gli aspetti che si sovrappongono nel rito e interferiscono, come forse solo può accadere nel funerale di un Papa che ha impresso un segno profondo con la potenza di un messaggio che rappresenta anche un’eredità per la Chiesa chiamata con il prossimo conclave a scegliere chi sarà il successore.
Viene da dire, cioè, che ci sia stata una sorta di corrispondenza fra la Cerimonia e il la ricchezza delle provocazioni che hanno caratterizzato i dodici anni del Papa “venuto da lontano”.
Nasce da qui l’abbraccio sterminato della Gente a cui Francesco si è rivolto e che ha sentito profondamente questa sintonia umana, caposaldo di una religione come quella cristiana che il Papa ha interpretato depotenziando l’aspetto istituzionale a favore di una vicinanza umana a cominciare dagli ultimi, quelli che non a caso lo hanno atteso all’ingresso della basilica di Santa Maria Maggiore. Detenuti e homeless, transgender e detenuti.
Se c’è una cifra che ha guidato gli interventi pubblici di Francesco è proprio questo richiamo solidale, questa elezione di chi non vediamo nel nome di una comune umanità, di contro e insieme agli appelli ai potenti contro la guerra, le disuguaglianze, le marginalità, le esclusioni, la povertà.
Le due cose stanno insieme. E i potenti erano lì, accanto alla Bara, tutti insieme, senza distinzioni fra di loro, erano lì, a rappresentare paesi di ogni latitudine, Trump e il predecessore Biden, Starmer, Macron, Millei, Lula, Orban, Von der Leyen, Felipe VI, Abdallah di Giordania…, Occidente e Oriente, Nord e Sud del mondo, divisi fra di loro, separati da conflitti, e tuttavia uniti da un Papa che la loro potenza ha sferzato ricordando in ogni occasione un’altra potenza, quella della Buona Novella, del Vangelo. In un’equazione complessa e difficile, coraggiosa e al rischio anche di limiti e contraddizioni, fra la Parola di una religione – la Rivelazione e la Fede – e la responsabilità qui e ora di un impegno.
E non può essere un caso, piuttosto la conferma di quanto forte sia stata l’interpellazione di quella Bara alla coscienza, l’incontro tra Trump e Zelensky. Nella grandezza della Basilica di San Pietro, seduti l’uno di fronte all’altro, faccia a faccia, come in un confessionale, fra gli altari, le colonne e il Baldacchino, due uomini hanno parlato di come far finire una guerra. Si sono incontrati come non era accaduto nella tormentata discussione che avevano avuto alla Casa Bianca. Il tempio della Cristianità ha accolto le figure del potere e queste ne hanno sentito la maestà che ricorda l’essere e il dover essere dell’umano.
Bergoglio, anche post mortem, è stato un Papa capace di una globalità proprio quando questa sta venendo meno nella frammentazione drammatica della geopolitica. Con un messaggio evangelico che ha puntato a coinvolgere anche la pluralità delle religioni. Come conferma la Supplica che hanno rivolto i Patriarchi, gli Arcivescovi maggiori e i Metropoliti e la presenza di buddhisti, zoroastrani, Sikh e Jain.
Fulcro della cerimonia, nell’abbraccio berniniano della piazza si è levata la voce del cardinale Giovanni Battista Re che ha officiato il Funerale come decano del Sacro Collegio.
Ha rivendicato la differenza del Papato di Francesco e lo ha fatto proprio davanti alla Gente e ai potenti che non sempre ne hanno ascoltato le parole. L’omelia è stata un glossario bergogliano: donazione di sé. Ascolto, accoglienza, gioia del Vangelo, la chiesa come “ospedale da campo”, la misericordia, la pace, la speranza.
E il nome. Francesco e/è Francesco d’Assisi, l’uomo che si spoglia e elegge a bussola della vita la Povertà e la Fraternità. Il Papa che anche nell’ultimo passo lascia una significativa scia di sé, nella semplificazione dei gesti: l’ostensione della salma nella bara e senza catafalco, l’eliminazione di ogni fasto, il funerale di un Pastore, fino alla scelta di una sepoltura fuori dal Vaticano, a Santa Maria Maggiore, accanto all’icona bizantina della Salus Populi Romani di cui era fervente e assiduo devoto.
Il Grande Funerale è uscito dalla Piazza di San Pietro, ha oltrepassato il Tevere e è passato per le vie di Roma, Corso Vittorio, Piazza Venezia, i Fori Imperiali, Via Labicana, Via Merulana… È stato una Cerimonia viva.
Al contrario della rigidità formale che caratterizza spesso i riti, anche da morto il Papa vi ha trasmesso la vibrazione dolente e gioiosa (l’Evangelii Gaudium di cui parlò nella Prima Esortazione del pontificato) che ha attraversato i suoi dodici anni, sul bordo tra la Regola e la ricchezza drammatica della Vita degli uomini. La stessa che consegna al Sacro Collegio e al Conclave.
Chiunque sia il Papa che verrà, sarà dopo Francesco.