
di Guido Barlozzetti
Si chiama Ultimo, è il nuovo fenomeno della musica giovane italiana.
Riempie gli stadi come nessun altro, vende dischi a milioni, ha annunciato un appuntamento per il 4 luglio del prossimo anno sui prati di Tor Vergata e in un attimo sono stati venduti i 250.000 biglietti. Un sold out che batte il record che apparteneva a Vasco Rossi, i 220.000 partecipanti al Modena Park nel luglio del 2019.
Sono numeri impressionanti, dicono di un rapporto che va aldilà delle pianificazioni marketing e delle campagne promozionali, Ultimo colpisce al cuore, esiste nel live su un palcoscenico e in quel momento centinaia di migliaia di anime esistono con lui, perché si identificano con quel ragazzo che è esattamente come loro, uno che partendo da niente ce l'ha fatta, ma non si è montyato la testa e resta in quel purgatorio.
Un po' di biografia, per quello che può spiegare. Ultimo è nato nel quartiere di San Basilio a Roma, il 27 gennaio 1996, il padre ingegnere civile, la madre impiegata dell'Enel. Il Conservatorio di Santa Cecilia, la Melody di Music School dove studia canto e pianoforte, la vittoria in un'edizione del concorso canoro una voce per il sud, le prime canzoni e le produzioni con la Melody Studio Recording, viene scartato a Sanremo, non lo fanno partecipare ai talent canonici Amici, X-Factor, Sanremo giovani. Alla fine approda a Sanremo, nel 2017, nelle Nuove Proposte, vince, il più acclamato dal televoto, e vince anche il premio Lunezia per il miglior testo. E arriva anche il primo album, Pianeti.
Da lì è un'ascesa irresistibile. E allora qualche domanda bisogna pur farsela, perché questo successo stupefacente? Perché queste folle oceaniche di giovani che corrono ad ascoltarlo? Cosa c'è nelle sue canzoni e forse soprattutto in quel corpo sul palcoscenico e in quella voce di così irresistibile?
Ce lo stiamo chiedendo anche per Sinner, al punto che abbiamo anche inventato una nuova parola, Sinnermania, per dire di questa simpatia immediatamente popolare che avvolge un campione, certo forte di vittorie straordinarie come quella di Wimbledon. E allora da cosa dipende questa Ultimomania?
Intanto il nome, credo che molto dipenda anche da questo epiteto che si è dato Niccolò Moriconi, lo sfavorito, quello che resta indietro, ai margini, quello che gli altri non lo guardano, quello che resta solo, chiuso in se stesso ma, ecco la differenza, non demorde, non si arrende, non si autocompiace e lotta, lotta per affermarsi e per vincere alla faccia della maggioranza che fino a quel momento lo ha escluso. Un underdog, uno che la vita non lo vede e che resta lì pronto al riscatto.
Ha messo insieme una tribù - è un dato di fatto - e non con l'aiuto di strategie di pianificazione, almeno questo viene percepito da chi lo segue, non ha una grande etichetta alle spalle, non rilascia interviste, non fa nulla per essere conciliante nel grande circuito della comunicazione dei giornali e della televisione.
Ultimo è veramente ultimo e in ogni caso così lo sentono le schiere dei fan che nella vita stanno sempre un passo indietro, esclusi, invisibili eppure con tanta voglia di dire quello che sentono, di gridare il desiderio di uscire dalla trappola e di incontrare una voce che li accolga.
Ultimo fa questo, li racconta, li mette in scena, per interposta canzone esiste con loro e li fa esistere.
In molti lo stanno studiando alla ricerca della soluzione di questa equazione mirabolante e per certi versi totalitaria. Chi dice che ha imparato a trasformare il dolore in poesia, la fragilità in forza, il silenzio in un immenso coro da stadio. Chi prova a descrivere quello che accade in uno stadio: "non è solo un concerto. È un rito collettivo, un karaoke emotivo, un gigantesco specchio generazionale. Ultimo riempie gli stadi come fosse l'unico a sapere quello che proviamo". E ancora: "Si muove come un prete laico del dolore, uno che ha capito prima è meglio degli altri che la fragilità oggi è mainstream. Non urla rabbia, non spaccia edonismo, non verde ironia, vende empatia".
Le sue canzoni non hanno le raffinatezze, le eleganze, le citazioni e gli ammiccamenti di una certa canzone d'autore, come ci hanno raccontato Lucio Dalla e Francesco De Gregori, Battiato o lo stesso Vasco. Sono parole semplici, non hanno bisogno di effetti perché vanno dritte al bersaglio, il cuore.
E tutto accade in quella situazione magica che sposta l'ordinarietà del tempo nell'evento, in una situazione irripetibile, lì in quel momento, dove scatta la scintilla di un incontro e ci si riconosce, il sacerdote che sta sul palcoscenico, un ragazzo qualunque con le sue canzoni e la distesa senza fine dei fedeli, chi lo segue in tutti i suoi concerti, ha imparato a memoria tutti i testi e non vede l'ora di ripeterli con lui nella chiesa solenne di uno stadio.
E sarà anche per questa bolla di inautenticità nella quale siamo avvolti, fatta di discorsi che sono sempre quelli, veri o falsi ormai non importa, di ambizioni e presunzioni, di ipocrisie sfacciate che non hanno neanche il pudore di sé, Ultimo è la fessura che si apre e in cui si canta il bisogno di rivendicare se stessi nell'ultima tribù che accoglie, e di resistere insieme a qualcuno come te.
C'è sempre chi che storce il naso, i biglietti, i milioni di incassi, sarà pure vero, ma a Tor vergata i prati sono già pieni.