VITE E FATTI MEMORABILI (ALMENO PER ORA)

VITE E FATTI MEMORABILI (ALMENO PER ORA)

Un Re, senza nostalgie

di Guido Barlozzetti

Inevitabile la piena della commozione, dei ricordi, dei riconoscimenti… non solo Pippo Baudo, morto ieri a 89 anni, è stato il fantasma più presente e… presentatore di una stagione lunghissima della televisione, ma adesso lo diventa ancor più nell’imbalsamazione del lutto collettivo. Giusto riconoscergli meriti e qualità e però anche metterli nel suo tempo e non cadere nella trappola, che non sarebbe piaciuta neanche a lui, di farmi il Modello buono per tutte le stagioni e dunque da rimpiangere perché il presente è quello che è. Le cose cambiano è un modo per esorcizzare il cambiamento è anche quello di rimpiangere ciò che è stato.

Intanto, la testimonianza evidente di una consonanza diffusa. “È stato un grande, ci ha fatto divertire per tanti anni, educato, competente ironico….”. Uscendo da casa ho incontrato una vicina e questo mi ha detto di Pippo Baudo. Mi è sembrato quel riconoscimento nazionalpopolare che, forse equivocando, lui aveva respinto da sé in una polemica - era il 1987 e conduceva Fantastico 7 - con l’allora presidente della Rai Enrico Manca.

In realtà avevano ragione tutti e due perché entrambi parlavano della stessa televisione quella che per tanti decenni ha eletto Baudo a sua figura rappresentativa. Rivolta a tutti, capace di parlare dal nord e al sud, di intrattenere mettendo qua e là qualche contenuto, ispirata a un equilibrio mediano che non disturbasse sensibilità e costumi dominanti e in questo divertente e con l’ironia giusta.

Dunque, nazionale e popolare, specchio e controluce di un paese dagli anni Sessanta ai Duemila, a pensarci un salto vertiginoso in cui lui, Pippo, non ha mai derogato alla rotta, l’ha mantenuta ostinatamente anche quando i tempi inevitabilmente sono cambiati e quell’immaginario lo hanno ridotto al nostalgico ricordo che si affaticano a ripetere tutti quelli che oggi partecipano alla cerimonia collettiva del lutto. Cerimonia che per definizione deve essere consensuale e commossa, senza ombre che pure in una vita non possono non esserci state.

Sarà perché diffido istintivamente dei cori, penso che Baudo non possa essere ridotto a un coccodrillo di un bel tempo che fu di cui dovremmo avere solo rimpianti. Credo invece che sia giusto metterlo nel suo tempo che è stato anche il nostro e cioè quello di un Paese che aveva la consensualità interclassista della Democrazia Cristiana e che quel presunto bozzolo ha via via visto trasformarsi passando per il terrorismo dei Settanta, l’euforia degli Ottanta, le Mani Pulite dei Novanta, i Muri e le Torri cadute e le avvisaglie della rete.

Baudo è rimasto lì, un pilastro, a confezionare e officiare il rito delle sue cerimonie televisive capaci di arrivare fino ai 17 milioni e mezzo di un Sanremo del 1995, di passare per 13 festival al punto di innescare un tautologico e alla fine malinconico processo di identificazione, e poi Fantastico, Domenica In, Novecento… Ecco, mettendo in fila i titoli, ci si accorge che ha declinato e contribuito a costruire tutto l’arco dell’intrattenimento televisivo che chiamiamo generalista, dalla versione show del sabato sera al contenitore storico-culturale, miscelando in sintesi diverse gli stessi ingredienti, dosaggi appunto scanditi da scalette ferree in cui non ci fossero sorprese o rotture che facessero pensare ad altro.

E paradossalmente rientra nello schema, vera o falsa che fosse, anche l’irruzione di quel disoccupato che voleva lanciarsi giù dalla galleria del teatro Ariston di Sanremo, Baudo che accorre in diretta, lo bacia, lo abbraccia e lo riconduce nell’alveo solidale della comunità. Sacerdote e salvatore per sua grazia e per conto di tutti noi che lì stavamo a guardare e ad accoglierlo in casa per anni e anni, con quell’andatura lunga e dinoccolata, la voce rassicurante, il saper fare un po’ tutto, cantare, ballare, suonare il piano, senza eccellere in niente e anzi facendo in modo di mettersi al servizio degli ospiti e delle loro qualità.

Chi ha lavorato con lui e lo ha conosciuto, a me è capitato, non può non ricordarne la dedizione assoluta al prodotto finale e la capacità di orchestrare un programma con un mix articolato di suggestioni tali da motivare continuamente l’interesse e la fedeltà degli spettatori. In questo un presentatore-regista, un direttore d’orchestra che via via lasciava spazio al talento e ai diversi strumenti che aveva messo in campo, nulla lasciando al caso.

Baudo da questo punto di vista, mi pare il più convincente artefice di un’equazione inspiegabile e miracolosa, quella tra l’intuizione di un presentatore e il gusto del pubblico, in un tempo in cui la televisione pensava o s’illudeva di che si potesse realizzare questa trionfale coincidenza. Auditel e sentimento collettivo, pubblico e audience.

Altro che il “politicamente corretto” che sarebbe poi venuto a imperversare. Lui lo era, naturalmente, come chi lo guardava. In questo, mi pare di cogliere anche l’esemplificazione di un’idea del servizio pubblico della tv come equilibrio “politico” di un’offerta che rivolgendosi a tutti ne sente la responsabilità, attenta al tempo stesso a non trasgredire consenso e valori. Ciò spiega anche il fallimento delle sue escursioni nel mondo della televisione commerciale e conferma che il suo “nazionalpopolare” non era compatibile con la dittatura totalizzante degli indici d’ascolto e i programmi a traino della pubblicità.

Guardando dall’attualità, a nulla servono le nostalgie e semmai ci si dovrebbe interrogare su come riadeguare e reinventare quel servizio che voglio credere indispensabile nel dopo contraddittorio di una liquidità che si coagula solo attorno alla paura e al bisogno di sicurezza, È morto il Re, viva il Re! Che è sempre lui , Pippo Baudo, perché non ce ne sono altri e, se ci sono, stanno da un’altra parte. A Anchorage.

 

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