di Guido Barlozzetti
In questi giorni mi sono seduto insieme a tutti gli studenti chiamati a svolgere la prova scritta dell’esame di maturità. In effetti, non proprio con loro perché ho solo cercato di essere spiritualmente vicino e immaginarmi preso in quella prova, come mi accadde molti anni fa, nel corridoio di un liceo classico in cui eravamo messi in fila uno per banco con i componenti della commissione che ci sorvegliavano. Mi ricordo che scelsi di commentare una poesia di Cesare Pavese, “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, un autore che non avevamo minimamente studiato perché nella storia della letteratura eravamo a malapena arrivati a Italo Svevo e Gabriele D’Annunzio.
Il Novecento a scuola era sostanzialmente una terra incognita e ciò valeva anche per la storia, la filosofia, la storia dell’arte, la musica, il cinema e figurarsi anche per la scienza. Era una scuola frutto ancora di un’impostazione culturale che risaliva all’idealismo di Benedetto Croce e Giovanni Gentile e dunque privilegiava il sapere umanistico ancorato a un’idea progressiva della crescita dello Spirito con la maiuscola e della capacità quindi di tirare su un’infallibile gerarchia dei saperi, sulla cui cima stava appunto il Liceo Classico.
Che oggi non sia più così mi pare fin troppo evidente. Come però mi pare altrettanto evidente che il crollo di quella gerarchia, che peraltro era un paradigma che allora aveva un corrispettivo sociale e politico, non significa affatto che la cultura delle lettere, della storia, dell’arte, del pensiero sia un oggetto di antiquariato. Anzi, mi pare assolutamente indispensabile rivendicarne l’attualità, che vuol dire far rivalere sul presente dominato dal qui-e-ora, dall’istantaneità interattiva delle tecnologie, e dai linguaggi social-Facebook-Whatsapp-Instagram-Tiktok, la distanza e lo scarto della riflessione e dell’approfondimento.
Proprio Pavese mise un titolo a una sua raccolta di poesie, Lavorare stanca, che allora diceva di una condizione di alienazione sociale e che oggi possiamo benissimo riferire allo studio. Sedersi a un tavolo, concentrarsi sulle pagine, magari tornare indietro, avere dubbi, fermarsi e ripartire..., rischia di essere percepito come un esercizio noioso, irrimediabilmente lento, dai risultati tutt’altro che immediati, legato a una gratuità che non avrebbe corrispettivo nella concretezza performativa a cui nella logica del “successo” oggi sono assoggettati i comportamenti.
Non sto facendo un esercizio nostalgico, nella quotidianità del mio lavoro ho a che fare con le immagini e le parole, ho il telefonino, passo ore sulla tastiera di un computer. Considero una trappola il rimpianto di “quanto si stava bene prima” e però ritengo un esercizio salutare, che la scuola dovrebbe far suo, senza per questo ergermi a professore di chissà cosa, e cioè dare il senso delle differenze, lavorare sull’idea di un “concerto”, sia per quanto riguarda il metodo che per i cosiddetti contenuti.
Concerto vuol dire tenere insieme, integrare, trovare trasversalità, anche paradossali e apparentemente remote, sentire in qualunque argomento la scintilla della sorpresa, il gioco degli elementi che lo compone, inseguire l’apparenza di un dettaglio per ritrovarvi il segreto del tutto, connettere il passato il presente, anche quando sembrano estremamente lontani, esaltare la ricchezza dei linguaggi e capirne lo sforzo, la necessità, il paradosso di trovare un senso, la parola, scritta e detta, poetica o colloquiale, le sue declinazioni, dal romanzo ai giornali, ai siti, da Ariosto a Tiktok, dal gioco delle ottave di un poema epico allo scorrimento non stop di un social…
E ancora le parole della politica, dalle orazioni di Cicerone ai tweet di Trump, l’arte, da un affresco di Raffaello a un murale di Banksy, e le visioni del mondo dagli atomi di Democrito ai quanti… Che lo studente sia messo in un grande gioco e che percepisca che lo riguarda, perché tutto quello che ha prodotto l’umanità nasce dalla contradditoria spinta di un’esistenza che continua ancora e sempre, nei secoli dei secoli, fino a questa soglia problematica, incerta, inquietante dell’attualità. Dove si annuncia il nuovo passo dell’intelligenza artificiale che si sta insinuando dappertutto e sta diventando un alter ego con l’ambizione a qualcosa di più.
La scommessa che la scuola ha di fronte è nella sua crucialità semplice: diventare una cornice attendibile e autorevole dei processi, un punto di vista da cui valutare la complessità di quello che accade e avere strumenti per capire (e lavorare) oppure essere una variabile dipendente e impotente, con un palinsesto sterile e ripetitivo. I giovani sono l’energia del mondo e la scuola deve essere un laboratorio potente e creativo. Fossi stato sui banchi avrei cercato un filo tra le proposte, tra il “rispetto” e Pasolini e Borsellino e la civiltà del Gattopardo e l’impatto ambientale dell’Antropocene di cui scrive Telmo Pievani… E forse alla fine avrebbero detto che ero andato fuori tema, e mi avrebbero bocciato.