di Guido Barlozzetti
La provocazione retrò di Venezia 82 Di Guido Barlozzetti Se il cinema è morto viva il cinema. Con la retorica di un annuncio, come si fa quando muore un re e arriva il successore, il direttore Alberto Barbera ha presentato il programma della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. La numero 82. Inaugura la selezione ufficiale La grazia di Paolo Sorrentino, il primo dei cinque film italiani presenti nella competizione.
Una proposta che mette insieme maestri consolidati e giovani talenti, nel segno di un raccordo che vuole essere vitale tra generazioni di registi. E poi la promessa di un tappeto rosso affollato e affascinante: Jude Law, George Clooney, Julia Roberts Adam Driver, Emma Stone, Valeria Bruni Tedeschi, Toni Servillo… Il programma è al solito denso e stratificato, il concorso Orizzonti e la selezione Spotlight, prove irregolari, coraggiose e stimolanti, non sottoposte all’istituzionalità del concorso ufficiale, Vene Classici e Venezia immersive, sulla frontiera tecnologica della fruizione audiovisiva.
Un’occhiata alla selezione ufficiale, sulla base delle poche informazioni che abbiamo, niente più che sommari antipasti. Cinque italiani, oltre a Sorrentino, si parla di una storia d’amore forse in Piemonte, il film analitico di Leonardo di Costanzo Elisa che ha ucciso la sorella e si confronta con un criminologo, gli ultimi anni di una diva del teatro in Duse di Pietro Marcello, il documentario tellurico di Gianfranco Rosi sul Napoli Sotto le nuvole e la provocazione estrema di Franco Maresco con Un film fatto per Bene dove Bene è Carmelo.
Poi, autori che Venezia conosce bene come Jorgos Lanthimos (lo psico-fantascientifico Bugonia), Park Chon-Wook (No Other Choice, la disperazione di chi perde il lavoro), Guillermo del Toro con un remake di Frankenstein, ennesima figura della sua predilezione per il mostruoso, Jim Jarmusch (il quadretto relazionale di Father, Mosther, Sister, Brother), Olivier Assayas (The Wizard of Kremlin, dal thriller fanta-politico di Giuliano da Empoli sul passaggio da URSS a Russia), Kathryn Bigelow (A House of Dynamite, anche qui il thriller di un missile lanciato sugli Usa e la catastrofe possibile), François Ozon che riprende L’étranger di Camus.
Incuriosiscono Noah Baumbach, il regista dI Barbie, che in Jay Kelly racconta la crisi di un attore (George Clooney), Valerie Donzelli alle prese con un romanzo di Frank Courtés su una crisi esistenzial-artistica, il trittico di storie che si legano alla mistica di un albero in Silent Friend di Ildikó Enyedi, il bio di Mona Festvold Testament of Ane Lee sulla leader di una setta religiosa americana.
La durezza inconciliata della realtà si annuncia in The Voice of Hind Rajab in cui Kaouther Ben Hania ci porta nell’inferno di Gaza e in Orphan di Làszló Nemes che torna alla tragedia della rivolta ungherese del 1957. Sembra una storia americana, la fragilità di un campione di boxe The Smashing Machine di Benny Safdide con Dwayne Johnson e Emily Blunt e ancora le incertezze adolescenziali di Nühai (Girl) di Shu Qi e l’amore che è perdita e riconquista dolorosa in The Sun Rises on Us All di Cai Shangjun.
Un mosaico che non compone una figura, piuttosto un insieme racconti/visioni inconciliate, segnate sempre da una vibrazione di una frattura che può anche ricomporsi, ma non consola. Mi sembra un atto di fede quello che attraversa la selezione con cui Venezia torna a rinnovare la sua provocazione cinematografica.
Un atto di fede nel cinema che pure attraversa una fase di grande difficoltà anche e soprattutto nel rapporto con il pubblico, quello che ancora frequenta un luogo per certi versi anacronistico come la sala buia che ha perso la sua storica centralità. In effetti viene da chiedersi quale possa essere ancora la suggestione di una mostra che si intitola l’arte cinematografica in un tempo cui è completamente cambiato il consumo delle immagini, basti pensare alle piattaforme, alla quantità sterminata di stimoli audiovisivi che attraversano la quotidianità.
Quale posto può venire ancora il cinema con la sua qualità estetiche, la sua interpellazione della realtà nella cornice vorticosa, caotica, per certi versi totalitaria della rete. Ecco, una risposta e appunto una speranza, che il cinema non possa essere ancora un luogo in cui si può uscire dalla rete? Da Venezia 82 la fede che entrare nella sala buia significhi accedere consapevolmente a un rito che richiede l’intensità di una partecipazione, la disponibilità a mettersi in gioco nella dimensione dell’immaginario.