VITE E FATTI MEMORABILI (ALMENO PER ORA)

Papa Francesco sorridente mentre saluta

Il difficile coraggioso cammino di speranza di Papa Francesco

di Guido Barlozzetti

Sono due le immagini che ci la ha lasciato Papa. La Benedizione Urbi et Orbi dalla loggia che guarda la Piazza di San Pietro e sulla quale si presentò dodici anni fa, seguita da un giro sulla bianca papamobile che adesso ci appare ancora più crudele. Lo vedevamo immobile, appena qualche movimento delle mani, alzate a salutare la gente festante che ne salutava il cammino. E poi il breve incontro con il vice presidente americano J.D. Vance, convenevoli, auguri, lui che siede affaticato e sofferente. La consegna finale delle uova di Pasqua per i tre figli che aggiunge una nota colorita e gioiosa.

Adesso, dopo la sua morte, quelle immagini diventano da un lato il segno di una dedizione assoluta alla propria missione e, fin sul bordo estremo della vita con la benedizione che l'ultimo gesto con cui il Papa si congeda dei fedeli e del mondo. Dall'altro, il segno di un papato vissuto nell'accoglienza di tutti, anche in questo caso di chi non condivide solidarismo e inclusione, e al tempo stesso nella fermezza di una fede che ha messo l'umanità al centro di tutto. Umanità ha voluto dire per Jorge Luis Bergoglio "fratelli e sorelle", tutti riconosciuti nella dignità della persona che per un cristiano significa farsi carico e vivere la testimonianza di Cristo, la sua vita-passione in cui con la morte sulla Croce avviene la remissione dei peccati di tutti anticipando la Resurrezione che verrà.

Francesco s'impose il nome del santo più rivoluzionario della storia della Chiesa, l'uomo che si denudò non solo simbolicamente delle vesti e di ogni bene e sposò la povertà. Come lui si è posto dalla parte degli ultimi, "vorrei una Chiesa povera e per i poveri". Lo ha ripetuto in ogni occasione e adesso ricordiamo la sobrietà che ne ha guidato le scelte, il rifiuto di ogni pompa, la residenza a Santa Marta, una macchina senza pretese, l'incontro con la gente, il primo viaggio a Lampedusa... Segni esteriori e fortemente simbolici, come accade quando si parla di un Papa, di qualcuno in cui l'individuale personalità deve assoggettarsi al peso e alla responsabilità di una funzione universale, in coerenza con un umanesimo integrale. Basta scorrere questi dodici anni, vi si intrecciano l'appello ininterrotto e sofferente ad abbattere i muri, il richiamo all'uguaglianza contro le differenze, a volte gli abissi, sociali ed economici, e contro le discriminazioni razziali, l'ingiustizia gridata contro chi criminalizza gli omosessuali. E poi la voce che si è levata contro ogni guerra, dall'Ucraina alla Palestina, a costo anche di scontare incomprensioni, come quando chiese a quel popolo martoriato di arrendersi ai Russi purché finissero la sofferenza e la violenza. Ancora nel messaggio che ha preceduto la Benedizione Urbi et Orbi esprime una riprovazione totale nei confronti di ogni riarmo e invita alla pace, condanna l'antisemitismo e ricorda la drammatica e ignobile situazione umanitaria di Gaza, e poi le crisi umanitarie dello Yemen, del Congo, del Sahel…"Non venga mai meno il principio di umanità come cardine del nostro agire quotidiano. Davanti alla crudeltà di conflitti che coinvolgono civili inermi, attaccano scuole e ospedali e operatori umanitari, non possiamo permetterci di dimenticare che non vengono colpiti bersagli, ma persone con un'anima e una dignità. E in quest'anno giubilare, la Pasqua sia anche l'occasione propizia per liberare i prigionieri di guerra e quelli politici!". E ha concluso ricordando il prodigioso duello tra la morte e la vita nella Pasqua del Signore che "ora vive per sempre e ci infonde la certezza che anche noi siamo chiamati a partecipare alla vita che non conosce tramonto, in cui non si udranno più fragori di armi ed echi di morte».

È morto nel giorno di Pasquetta Papa Francesco, venuto come lui ricordò nel giorno dell'Habemus Papam, il 13 marzo del 2013, "dalla fine del mondo".
È venuto dopo Giovanni Paolo II, Papa ieratico, mediatico e globale, e dopo la rinuncia al ministerium di un Pontefice-teologo rigoroso e profondo nella lettura dei Vangeli come Benedetto XVI. Del primo ha ripreso uno slancio ecumenico e una disponibilità al mondo che si è rimarcata anche in confronto al Papato composto e all'apparenza "freddo" e "intellettuale" di Ratzinger, con cui – per la prima volta nella storia della Chiesa – ha convissuto in un rispetto reciproco più forte delle differenze. La testa e il cuore.

Bisogna avere una prospettiva lunga quando si parla della Chiesa, cercare di coglierne l'unità di un tragitto pur nelle differenze che storicamente si determinano, lo sforzo di tenere insieme una visione trascendente e la contingenza problematica del tempo di cui di volta in volta si vive.

Papa Francesco è stato considerato un riformista di contro ai conservatorismi che lo avrebbero proceduto, potremmo anche definirlo "un Papa sociale", con aperture che lo hanno portato ad affrontare problemi come il celibato, il divorzio, le differenze sessuali, la burocratizzazione curiale, per non parlare degli abusi sessuali da parte degli uomini di chiesa, contro cui ha tuonato con assoluta fermezza.

Non a caso ha subito attacchi potenti e senza tregua da chi lo ha accusato di laicizzare la Chiesa, di contravvenire a principi dogmatici e indiscutibili, insomma di corrompere lo spirito del Cristianesimo cedendo al diabolico della modernità. Sicuramente si è spostato Francesco, lo ha guardato il mondo nel quale viviamo con il rischio e però anche la sfida di portare il trascendente nella concretezza quotidiana e drammatica della vita. Non ha compiuto i passi che i progressisti più conseguenti gli hanno chiesto, non ha toccato e modificato la "lettera" dei testi, senza rompere il perimetro del "peccato" ha accolto le diversità nell'abbraccio suo e di Dio, nella misericordia che comprende pur non cancellando la colpa.

Mi accorgo di usare categorie politiche che forse non bastano a rendere conto della complessità di un capitolo che s'inserisce in un tragitto bimillenario, in cui ne va di una religione presa inevitabilmente nella contraddizione dello spirituale e del temporale, del divino e dell'umano, dell'eternità e della storia.

Al gesuita, non dobbiamo dimenticarlo, Bergoglio diventato Papa dobbiamo un esercizio di fede nel segno dell'uomo che ha come controluce l'Uomo sulla Croce, in un tempo in cui la secolarizzazione ha visto il ritorno dei nazionalismi e dei conflitti, un trionfo dell'economico e dell'abbaglio consumistico, con gli egoismi, il materialismo e il primato della tecnica che si porta dietro.

Ha condotto una grande e coraggiosa prova di equilibrismo con le speranze e i limiti, gli slanci e le remore con cui un'ispirazione si è misurata con questo tormentato inizio di millennio.

Mi resta l'immagine potente della sua solitudine nel vuoto piovoso e scuro della Piazza di San Pietro. Lui che nella clausura di una pandemia che fa disperare riprende la parola di Cristo e testimonia del mistero amoroso che ne fonda la religione, ora e sempre: "Perché avete paura? Non avete ancora fede?".

 

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