Rai Movie

'Il giocattolo' di Giuliano Montaldo

Racconto di anni a mano armata

di Redazione Rai Movie13 ottobre 2020 ore 10:59
E tu credi che c’è ancora qualcuno che ha voglia di sentire un colpo di pistola?” E’ la domanda che Vittorio Barletta fa a sua moglie nel finale de Il giocattolo. Seppur ormai al termine - siamo infatti nel 1979 - gli anni ‘70 sono protagonisti del film di Giuliano Montaldo: anni davvero di piombo, tragici non soltanto sul fronte della lotta politica, ma anche su quello della delinquenza, organizzata e non. 

Dopo aver scritto Il mostro, film a forti tinte noir diretto nel 1977 da Luigi Zampa, lo sceneggiatore Sergio Donati era rimasto colpito dalla tragedia accaduta nel gennaio di quell’anno a Luciano Re Cecconi, il calciatore della Lazio ucciso da un gioielliere che lo aveva scambiato per un rapinatore: da quell’episodio Donati si era fatto la convinzione che se uno possiede una pistola, prima o poi finisce per usarla. Furono l’amico Sergio Leone e il produttore di Giù la testa Claudio Mancini a suggerire a Montaldo il soggetto di Donati, sul quale venne sviluppata la sceneggiatura scritta da Donati, Montaldo e Nino Manfredi: quest’ultimo immediatamente rapito dal personaggio di Barletta, un uomo qualunque alle prese con avvenimenti più grandi di lui. Barletta è un uomo a metà strada fra Paul Kersey, cioè Charles Bronson de Il giustiziere della notte e Giovanni Vivaldi/Alberto Sordi di Un borghese piccolo piccolo: decide di sostituirsi alla giustizia per difendere se stesso e la propria moglie, ma a spingerlo su quella strada è il dolore per la perdita di un amico ucciso da malviventi. 

Presidente di Rai Cinema dal 2000 al 2004, Montaldo parla del suo film mentre si trova “prigioniero” della quarantena per il Covid-19, a cui il regista genovese riconosce l’unico merito di avergli consentito di festeggiare con i suoi più cari amici i suoi primi magnifici 90 anni, compiuti il 22 febbraio. De Il giocattolo Montaldo conserva un ricordo molto bello, specie dal punto di vista umano: era (ed è) raro trovare un affiatamento, una sintonia perfetta fra tutti coloro che collaborano alla realizzazione di un film, dal produttore all’ultimo degli attrezzisti, e il set de Il giocattolo fu teatro di questo miracolo. Ogni sera a fine riprese si brindava, coi componenti della troupe che giocavano a fare i cowboy con le pistole del set.
 
Marlène Jobert, nel film Ada Barletta, inizialmente si sentiva estranea a tutta quella sarabanda di amici, ma poi fu felicissima di farne parte. Dopo Manfredi il secondo attore a essere scritturato fu Vittorio Mezzogiorno. Montaldo ha un pensiero commosso non solo per l’artista scomparso troppo presto, ma anche per il professionista al quale un regista non doveva sottoporre il piano di lavorazione o gli ordini del giorno, semplicemente perché Mezzogiorno amava rimanere sul set anche quando non aveva scene da girare. Montaldo rimase colpito dall’immediatezza del feeling nato fra l’attore napoletano e Manfredi: un rapporto di stima e affetto così profondo da spingere Manfredi a chiedere al regista la possibilità di “allungare il personaggio” di Sauro Civera/Mezzogiorno, richiesta inusuale da parte di un attore verso un collega. 

Fin dalle prime sessioni di lettura della sceneggiatura Montaldo riusciva già a “vedere il film”, altro aspetto questo che accade molto raramente. Nello script di Donati - che ricordiamo essere stato sceneggiatore per Leone in C’era una volta il west e Giù la testa - non si contano le citazioni cinefile: come il dialogo fra Manfredi e Mezzogiorno a proposito del finale de Il buono il brutto e il cattivo; o Manfredi che assicura di aver visto tre volte Giù la testa; sempre a Leone è rivolto l’omaggio che Montaldo gli dedica quando fa spiegare a Manfredi “la pericolosità di impugnare due pistole, perché obbliga a offrire all’avversario l’intero corpo, averne una consente invece di mettersi di profilo”, una tesi che Montaldo aveva ascoltato da Leone alcuni anni prima. 

Non mancano momenti di ironia verso il cinema americano, come la battuta di Manfredi contro la 44 Magnum, la pistola nota per essere quella di Clint Eastwood/Harry Callaghan, o anche gli esercizi che il protagonista fa di fronte allo specchio, simili a quelli che Robert De Niro/Travis Bikle fa in Taxi driver. Nella sequenza iniziale e in quella finale, Montaldo si diverte a ingannare lo spettatore con la catena alle mani di Manfredi e l’ultimo sparo (volutamente non diciamo di più). Da antologia la scena della sparatoria nel ristorante montata con l’uso del ralenti, stile reso celebre da Sam Peckinpah, molto efficace nelle sequenze di violenza. 

Con la fotografia di Ennio Guarnieri e le musiche di Ennio Morricone, il cast de Il giocattolo è ricco di nomi: a quelli già citati si aggiungono Arnoldo Foà, Renato Scarpa, Mario Brega, Daniele Formica, Pamela Villoresi, Arnaldo Ninchi, Luciano Catenacci e Carlo Bagno; compare per la prima volta Lory Del Santo nella parte di un’amica dello slavo, seduta con lui al tavolo del ristorante. 

Il film riscosse un buon successo in Italia e in Francia e la conferma arrivò l’anno successivo quando, nella classifica dei lungometraggi più venduti e noleggiati (nel 1980 un film di 6 bobine Super 8 costava 200mila lire, il noleggio 9mila) Il giocattolo risultò primo precedendo film come Il gatto a nove code, Assassinio sull’Orient Express e Piedone lo sbirro

Riguardo le celebrazioni per il centenario della nascita di Sordi, Montaldo ricorda una proiezione de Il giocattolo organizzata nel giugno 2018 dall’associazione Visioni e Illusioni proprio nella sala cinema della villa di Sordi e ci regala un aneddoto. Invitato dall’attore romano, Montaldo, accompagnato dallo sceneggiatore Furio Scarpelli, colse l’occasione per parlargli di un progetto a cui stava pensando da qualche giorno, quello di un film su Gioacchino Belli. Per tutta risposta Sordi declamò a memoria alcuni versi del poeta romano, facendo intendere l’interesse che aveva per la proposta del regista. Passò soltanto una settimana e Sordi chiamò Montaldo informandolo della rinuncia a vestire i panni del Belli. Dalle spiegazioni che gli dette l’attore, Montaldo dedusse che la causa del ripensamento fosse da addebitare ad alcune poesie che il Belli aveva scritto contro usi e costumi del clero romano del suo tempo e che lo avevano messo in cattiva luce presso gli ambienti del Vaticano: ragioni sufficienti a spingere Sordi a tenersi alla larga da quel “diavolaccio del Belli”.   


IL GIOCATTOLO di Giuliano Montaldo - 1979 - 118’
Con Nino Manfredi, Vittorio Mezzogiorno, Arnoldo Foà, Marlène Jobert

Romano da anni residente a Milano, Vittorio Barletta (Manfredi) è un ragioniere alle dipendenze di Nicola Griffo (Foà), facoltoso industriale. Mentre è a fare spese in un supermercato, Barletta rimane ferito a una gamba durante una rapina; in pieno periodo di riabilitazione, in palestra Barletta conosce l’agente di Polizia Sauro Civera (Mezzogiorno) il quale, visto l’interesse di Barletta verso le armi da fuoco, gli regala una pistola per difesa personale. Barletta scopre di avere un insospettabile talento da tiratore, una mira infallibile: delle sue doti balistiche Barletta si serve quando elimina uno dei banditi sorpresi da Civera nel ristorante dove i due amici si erano recati, ma nel conflitto a fuoco Civera rimane ucciso. Barletta deve accudire sua moglie Ada (Jobert), ammalatasi improvvisamente e sempre più dipendente dal marito; al peggioramento delle condizioni di salute della donna, Barletta deve aggiungere il licenziamento subìto da Griffo, furioso dopo aver appreso del flirt di una notte fra la sua fin troppo disinibita figlia e Barletta. Sentendosi vittima di un’ingiustizia, Barletta impugna di nuovo la sua arma con l’intenzione di uccidere Griffo: ma all’improvviso spunta un’altra pistola, questa volta nelle mani di Ada. 

Produzione Rafran Cinematografica/Alex Cinematografica; distribuzione Titanus. Uscita cinema 21 febbraio 1979; prima tv Canale5 30 gennaio 1985; prima tv Rai, Rai1 5 novembre 1992. Nastro d’Argento miglior attore non protagonista a Vittorio Mezzogiorno.   

Per gentile concessione della Direzione Comunicazione

FONTI
RadioCorriere n. 14 del 30 marzo/5 aprile 1980
Daniele Anzellotti e Francesco Del Grosso Negli occhi, documentario 2009
Marco Spagnoli Giuliano Montaldo quattro volte vent’anni, documentario 2012
Conversazione con Giuliano Montaldo, 21 aprile 2020
 

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