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Visti dalla redazione #1

di Redazione Rai Movie - 6 novembre 2017
Hostiles – Scott Cooper   
Dopo una scena d’apertura tesissima in cui assistiamo alla violenza perpetrata dai Comanche nei confronti di coloni pacifici e, in sequenza, alla cattura di una famiglia d’indiani da parte di una brutale squadra militare, inizia la narrazione della redenzione di entrambi i popoli attraverso il lungo viaggio di un capitano dell’esercito (Christian Bale), incaricato suo malgrado di riportare in terra sacra un feroce capo Cheyenne (Wes Studi) ormai prossimo alla morte. Siamo nel 1892, il  tragitto dal Nuovo Messico al Montana è costellato di pericoli e di morte: per sopravvivere bisogna unire le forze, accettare le ragioni altrui e credere nel perdono. Scott Cooper ci regala un western crepuscolare con doverosi omaggi ai classici del genere e una magnifica fotografia, spenta e fredda, che si riscalda man mano che il viaggio si compie. Qualche momento didascalico rallenta il ritmo del film, ma le prestazioni dell’intero cast sostengono e giustificano le scelte del regista. Meraviglioso Christian Bale per l’intensità impressa al volto duro e impenetrabile quanto le montagne rocciose, su cui non si accende mai un sorriso. (r.v.)

Detroit – Kathryn Bigelow  
Dopo le torture degli americani ai danni dei prigionieri talebani a Islamabad per carpire informazioni utili alla cattura di Osama Bin Laden, Kathryn Bigelow ci mostra le torture subite da un gruppo di afroamericani da parte di un terzetto di poliziotti bianchi mentre impazzava la protesta di Detroit del 1967. La regista di Strange Days realizza un’opera cruda e dura che trasporta lo spettatore direttamente tra le strade della città del Michigan a soffrire e indignarsi come le vittime di uno degli atti di razzismo più eclatanti della storia degli Stati Uniti. Detroit non è solo un pugno nello stomaco, ma anche un thriller avvincente con un grande Will Poulter, che tratteggia un personaggio sgradevole e sadico, vera rivelazione del film. (r.g.)

Una questione privata – Paolo Taviani  
Liberamente tratto dall'omonimo romanzo di Beppe Fenoglio, con Una questione privata i fratelli Paolo e Vittorio Taviani raccontano uno spaccato della lotta partigiana attraverso i rapporti, "privati" appunto, dei tre protagonisti: Milton (Luca Marinelli), Giorgio (Lorenzo Richelmy) e Flavia (Valentina Bellé). Una “guerra amorosa” fa da contrappunto alla guerra che si sta combattendo sul territorio nazionale: la ragazza, indecisa, flirta con entrambi, e il triangolo amoroso darà vita inevitabilmente a vincitori e vinti, sulle note della indimenticabile “Over the Rainbow”. Alla regia per la prima volta troviamo solo Paolo; la sceneggiatura, affidata a entrambi i fratelli, non riesce appieno a trasporre la struttura del romanzo nei dialoghi cinematografici. (d.s.)

Stronger – David Gordon Green 
Tratto dal romanzo autobiografico di Jeff Bauman, Stronger racconta di come Jeff perse entrambe le gambe durante l’attentato alla maratona di Boston, svolgendo un ruolo determinante nella risoluzione delle indagini e diventando così un eroe per tutta la nazione. Da lì inizia il suo calvario, non solo fisico, ma soprattutto psichico, che riuscirà a superare solo mettendo profondamente in discussione se stesso e scardinando le relazioni interpersonali, a cominciare da quelle con la sua opprimente famiglia, per realizzare dei nuovi rapporti, più validi e appaganti. Tutt’altro che retorico, il film rappresenta un’acuta critica alla società americana, intrisa della retorica dell’eroe, che viene lucidamente descritta come la valvola di sfogo di una società che non vuole fermarsi a pensare alla proprie condizioni di vita e ai propri disagi. Commovente e con un importante messaggio positivo, Stronger è da non perdere, anche grazie a uno straordinario Jake Gyllenhaal nella parte del protagonista. (d.s.)

Mon Garçon – Christian Carion 
Christian Carion torna al thriller ma stavolta mette da parte la contaminazione storico-spionistica di L’affaire Farewell e guarda al revenge movie contemporaneo. Mon garçon è un film asciutto e diretto che trova la sua forza nell’ibridazione tra il dramma autoriale e il cinema di genere, di cui si dimostra un esponente lucido e avvincente. Nel raccontare l’ossessiva ricerca di un padre a cui è stato rapito il figlio, Carion porta in scena un’opera scissa in due tranche: il dramma famigliare, che occupa la prima metà, e il thriller d’azione, che porta verso l’epilogo la vicenda. Quasi un Io vi troverò in scala più piccola, dove Guillaume Canet è un padre credibile e offre un’ottima prova d’attore. (r.g.)


Last Flag Flying – Richard Linklater
Un ex-medico della marina (Steve Carell) chiede aiuto a due commilitoni, (Bryan Cranston, Lawrence Fishburne) per riportare a casa la salma del figlio, giovane marine ucciso nella guerra in Iraq. Dopo trent’anni dalla guerra del Vietnam, i tre si ritrovano insieme per un viaggio in cui ripercorreranno il passato comune, facendo i conti con il presente. Linklater racconta le contraddizioni di un paese attraverso tre americani simpatici, imbroglioni, ma anche sinceri e a loro modo fedeli. Carell, Cranston e Fishburne divertono e invitano a una riflessione sull’onestà dei propri intenti e delle proprie azioni. “A volte bisogna fare un po’ di più”, dice uno dei protagonisti: non sempre si può restare fedeli al proprio credo, che sia la religione o la fede nella verità a tutti i costi, ma è necessario rispettare la realtà altrui e andare oltre ciò che ci riesce più facile. Adattamento cinematografico del romanzo omonimo del 2005 di Darryl Ponicsan. (r.v)

I, Tonya – Craig Gillespie 
La storia di Tonya Harding, pattinatrice artistica su ghiaccio che, dopo essersi distinta ai campionati nazionali del 1991 per aver eseguito un triplo axel ed essersi aggiudicata il titolo, nel 1994 divenne nota anche al resto del mondo per aver preso parte all’aggressione ai danni della collega e rivale Nancy Kerrigan. La ricostruzione dell’ambiente familiare in cui la piccola Tonya crebbe ci porta immediatamente dalla parte della ragazza, la cui mancanza di grazia e femminilità non fu solo penalizzante per la sua carriera, ma fu soprattutto il risultato di una vita violenta e anaffettiva.  Il film di Craig Gillespie raggiunge punte di grottesco da black comedy, salvo scoprire che nulla è frutto d’invenzione perché la sceneggiatura si basa sulle interviste rilasciate dai protagonisti. Margot Robbie è esplosiva e perfettamente calata nella parte. Non è da meno la bravissima Allison Janney, nei panni della madre e Sebastian Stan nel ruolo del marito Jeff Gillooly. Da non perdere. (r.v)

(A cura di Roberto Giacomelli, Daria Salvini, Raffaella Vicario)

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