21/11/2019

Notizie TGR:

IL 2013 DI FRANCESCO

"NON FACCIAMOCI RUBARE LA SPERANZA"

IL PAPA A LAMPEDUSA

C’è stato “l’anno dei tre Papi”, quel 1978 in cui ben tre pontefici si succedettero sul soglio di Pietro. Si succedettero, appunto. Ma chi mai avrebbe potuto prevedere un “anno dei due Papi”, ossia quel 2013 in cui al Pontefice regnante si sarebbe affiancato un Papa emerito vivente? Davvero nessuno. Almeno fino all’11 febbraio scorso quando Joseph Ratzinger, in quel momento ancora Benedetto XVI, comunica in lingua latina ai cardinali riuniti in Concistoro che egli, come è stato detto con linguaggio laico ma efficace, si dimette.

Pur compiuto in totale aderenza alle norme del diritto canonico, per la Chiesa e per il mondo il gesto del Papa tedesco è un shock di vaste proporzioni. Ma la decisione è presa, e alle 19,50 del 28 febbraio Joseph Ratzinger si ritira a Castel Gandolfo: insieme al portone del Palazzo Apostolico con vista sul lago, si chiude così il suo pontificato e, il 12 marzo successivo, si apre un Conclave denso di incertezze.

Per la fumata bianca, inaspettatamente, sono però sufficienti solo cinque scrutini e il cardinale protodiacono, Jean Louis Tauran, già la sera del 13 marzo può proclamare dalla loggia della Basilica Vaticana il tradizionale Habemus Papam. Ma le sorprese sono appena cominciate. L’uomo che si affaccia vestito di bianco, Jorge Mario Bergoglio, ha scelto il nome di Francesco e saluta il mondo con un inusuale “Fratelli e sorelle, buonasera”. E’ il duecentosessantaseiesimo Pontefice della Chiesa Cattolica, il primo Papa gesuita (ossia membro dei chierici regolari della Compagnia di Gesù) e il primo proveniente dal continente americano. Il nuovo eletto già dal suo primo discorso introduce due elementi che sostanzieranno il suo magistero: si definisce “Vescovo di Roma” e, prima di impartire la benedizione, chiede al popolo cristiano di pregare per lui. Lo chiede inoltre “per favore” - si noti - introducendo un’espressione che ricorrerà abitualmente nei suoi discorsi. Un esordio fulminante, che viene suggellato da un’altra immagine storica: l’abbraccio tra i due Papi - Francesco e Benedetto XVI - all’eliporto di Castel Gandolfo, seguita dal raccoglimento in preghiera comune davanti all’altare e al cospetto del Crocifisso.

Francesco rifiuta subito le stanze del Palazzo Apostolico, perché le ritiene un ostacolo alla sua irrinunciabile esigenza di contatto diretto con il popolo di Dio, e sceglie di abitare in Santa Marta, la domus situata all’interno della Città del Vaticano. La messa delle 7 del mattino e “l’omelia di Santa Marta” diventano un appuntamento quotidiano per il personale vaticano e per i media chiamati a raccontare il pontificato, mentre i fedeli accorrono in massa e sempre più numerosi all’udienza del mercoledì e all’Angelus domenicale, attratti dal linguaggio immediato e dai gesti semplici ma quanto mai chiari e potenti di Francesco. Sono proprio le parole pronunciate nelle omelie e in piazza San Pietro ad essere universalmente apprezzate per i toni pacati, vigorosi e misericordiosi, per l’insistente invito ad essere cristiani “di sostanza” e non solo “di facciata”, per l'esortazione a “non stancarsi mai di chiedere perdono al Signore, perché Lui perdona sempre”.

Ma quel che la gente capisce all’istante è che, con Francesco, alle parole seguono i fatti. Perché il nuovo Papa intende dedicarsi senza indugio a curare le “piaghe” della Chiesa, ferita dagli scandali morali e finanziari e perciò bisognosa di riguadagnare credito presso il popolo di Dio. Il 13 aprile istituisce un collegio ristretto di 8 cardinali di sua assoluta fiducia che dovranno predisporre una profonda riforma della Curia romana; l’8 agosto, attraverso un motu proprio, interviene operativamente sullo Ior (la “banca vaticana”), varando norme di trasparenza e di contrasto del riciclaggio di denaro sporco; quindi il 15 novembre fa approvare il nuovo statuto dell’Aif, l’Authority vaticana addetta al controllo della finanza. E’ evidente a tutti che Francesco vuole servirsi fino in fondo del sovrano potere che l’ordinamento della Santa Sede attribuisce al Papa, allo scopo di rimodellare la Chiesa secondo i canoni della purezza.

La summa di tali canoni e di tali idee è contenuta dell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium, pubblicata il 24 novembre: in essa Francesco precisa la ratio e le modalità di una “conversione del papato”, poiché – sostiene – “le cose non possono certo restare così come stanno”. Il Papa invita a riesaminare e correggere le stesse consuetudini ecclesiastiche, a rinunciare alla comodità del “si è fatto sempre così”, a delocalizzare la Chiesa, schierandola sul territorio e sradicandola dalle dinamiche e dai particolarismi tipici della Curia di Roma. In questa ottica va certamente letta la nomina del nuovo Segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, che dal 15 ottobre prende il posto di Tarcisio Bertone, con l’esplicito mandato di attuare una riforma complessiva delle conferenze episcopali, prima tra tutte quella italiana, la Cei.

Ma “la rivoluzione di Francesco” è ad ampio spettro, fino ad investire ad esempio il ruolo delle donne, per le quali chiede una presenza ecclesiale più incisiva e un maggiore rispetto dei diritti, o la possibilità di accostarsi alla comunione per i cattolici divorziati e risposati, su cui si dice pronto al dialogo. Qui, come in altri aspetti religiosi e di dottrina, il motto del nuovo Papa è, per usare le sue stesse parole, agire “con prudenza e con audacia nello stesso tempo”. Nella palese fedeltà al dettato del Vangelo di Matteo: “Siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe”.

Lo stesso modus operandi si rileva riguardo le opzioni sociali ed economiche, con la denuncia scagliata contro “una economia che uccide e un mercato che è una tirannia invisibile, in cui prevale la legge del più forte e dove regnano la speculazione, la corruzione e l'evasione fiscale”. Lo accusano persino di essere marxista, tanto che lui risponde: “Il marxismo è un’ideologia sbagliata, ma nella mia vita ho conosciuto molte brave persone che si proclamavano marxiste”. I media non fanno altro che riportare queste e altre parole di Francesco improntate alla saggezza e ispirate alla tradizione popolare, accentuando così un idillio con la gente che si salda senza tregua. Ma la sintonia di Bergoglio con il mondo dei media è perfetta, stupefacente, perché determinata dalla massima naturalezza del personaggio, dal suo saper entrare spontaneamente in rapporto con gli organi di comunicazione. Non solo a livello superficiale, se è vero che Francesco instaura un colloquio con il giornalista Eugenio Scalfari, con il quale affronta (e talvolta scardina) a trecentosessanta gradi questioni ad alta densità concettuale, destinate a riflettersi nella stessa impostazione generale del pontificato, nel magistero, nella pratica quotidiana dei membri della Chiesa di Roma e di chi è stato chiamato a condurli.

Ne è pure concreta testimonianza la prima enciclica di Papa Francesco, la Lumen Fidei: certo stesa in maniera preponderante da Ratzinger, ma  consegnata nelle mani del suo successore affinché egli la completasse e la ampliasse. Il “non facciamoci rubare la speranza” che risuona nell’enciclica non può che appartenere allo spirito di Francesco, è pressoché una firma che Bergoglio ha apposto, utilizzandola in seguito più volte nel rivolgersi ai giovani o agli emarginati.

Francesco, “il Papa venuto dalla fine del mondo” come lui stesso si è definito, implora infatti di “guardare e andare verso le periferie, quelle fisiche e quelle esistenziali”. E’ per questo che si reca spesso in visita nelle parrocchie più disagiate o nei centri di assistenza agli umili della terra. I suoi viaggi sono il simbolo stesso della sua interpretazione del magistero: esordisce a Lampedusa, l’8 luglio, con l’intenzione manifesta di richiamare non solo i fedeli, ma anche le autorità politiche e civili, a una seria presa di coscienza riguardo al problema dell’immigrazione. Quindi è la volta del Brasile, in occasione di quella XXVIII Giornata Mondiale della Gioventù – già pianificata da Benedetto – che lo vede assiduamente accompagnato ed acclamato da folle sterminate, come nella spiaggia di Copacabana, su cui lo attendono più di un milione di giovani per la festa dell’accoglienza. E’ poi la volta di Cagliari, dove Francesco va a rendere omaggio alla Madonna di Bonaria, per celebrare la fratellanza tra la città sarda e la sua Buenos Aires. E quindi di Assisi, il 4 ottobre, in occasione della festa del Santo Patrono dal quale ha voluto trarre nome e ispirazione, nel segno di una “Chiesa povera per i poveri”.

Dopo un 2013 di questo genere, chissà dove condurrà la sua Chiesa, Papa Francesco. Con la sua veste talare bianca indossata sopra i pantaloni, come fosse un abito da lavoro; con le sue scarpe non più del color rosso del lusso, bensì semplici e nere; con la sua borsa di cuoio portata in giro nelle sue stesse mani; senza la tiara ma con la papalina, da porgere col sorriso ai ragazzi incontrati nei suoi giri in piazza San Pietro in occasione delle udienze del mercoledì; con la sua croce argentata e non più d’oro. Anche l’ultimo atto ufficiale dell’anno che finisce, appare l’ennesimo tassello che Francesco innesta nel mosaico di una Chiesa da cambiare: la nomina al posto di Mariano Crociata  di monsignor Nunzio Galantino, vescovo di Cassano allo Ionio, a segretario della Cei. Un “pastore con l’odore delle pecore” e non un uomo di scrivania, incaricato di traghettare l’episcopato verso la riforma che Francesco desidera ad ogni costo portare a compimento entro il maggio prossimo. Prima di chiamarlo a Roma, ai fedeli della diocesi di monsignor Galantino il Papa ha voluto inviare una lettera: “Vi prego di perdonarmi ma ho bisogno di lui”, ha scritto. Perfetto stile Bergoglio: maniere dolci, volontà inflessibile.

Rodolfo Lorenzoni

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