14/11/2019

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SOMMERSI DAI RIFIUTI

Le eccellenze locali (r)esistono: Italia ancora indietro, ma gli esperti sono ottimisti

SOMMERSI DAI RIFIUTI

218 discariche abusive, disseminate in 18 regioni del Paese. E 16 di queste raccolgono rifiuti pericolosi. Lo attesta l’Unione Europea, che in base a tale rilevazione ha deciso di deferire l’Italia alla Corte di Giustizia, chiedendo il pagamento di un’ammenda forfettaria di 56 milioni di euro oltre a pesanti supplementi in caso di persistenza nell’irregolarità. E’ vero che il governo ha presentato un documentato ricorso, replicando che 152 discariche identificate come abusive sarebbero invece da ritenersi autorizzate. Ma, come dimostrano le ricorrenti e durissime proteste di cittadini, comitati civici e amministratori locali, il problema non è di quelli che possano essere ignorati: la gestione dei rifiuti in Italia produce pericoli ambientali e sanitari assai consistenti, che in molte realtà finiscono per tradursi in serie difficoltà di ordine pubblico e di convivenza civile. Specialmente nelle aree in cui i cittadini sono già alle prese con emergenze economiche, criminali, occupazionali: 51 discariche giudicate non autorizzate si trovano infatti in Campania, 43 in Calabria e 37 in Abruzzo. Segue il Lazio, con ben 32 siti posti sotto osservazione dalle autorità italiane e internazionali. Di recente proprio nel Lazio è avvenuta la vicenda-simbolo della discarica di Falcognana: un sito contestatissimo, che peraltro potrebbe risultare insufficiente a garantire il normale trattamento dei rifiuti della capitale, perché il surplus ancora da smaltire resta valutato intorno alle 600 tonnellate al giorno.



 

L’emergenza rifiuti in Italia ha due facce, perché è determinata dal combinato disposto di due fattori penalizzanti: produciamo troppa immondizia e facciamo ancora troppo ricorso a discariche e inceneritori, largamente eludendo mezzi più moderni e meno invasivi di smaltimento e soprattutto di recupero. Sul primo fronte, secondo le statistiche Eurostat ogni italiano produce 536 chilogrammi di rifiuti urbani all’anno, 33 in più della media europea. Siamo sullo stesso livello di Francia e Spagna, ma molto meglio di noi si comportano nel Regno Unito, in Portogallo, in Finlandia, Norvegia, Belgio e persino in Grecia. Riguardo l’utilizzo delle discariche, poi, sono stati mancati gli obiettivi dell'Unione Europea, che prevedevano un limite massimo del 50 per cento di rifiuti “sotterrati” entro il 2009: l'Italia figura ancora a quota 54 per cento. Pesano le forti disparità locali: solo 5 regioni su 20 hanno raggiunto il traguardo (Emilia Romagna, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige), mentre molte altre regioni, come Sicilia, Basilicata e Molise, sono ancora lontane da questo obiettivo. Le stesse differenze regionali valgono anche per il tasso di riciclo: si passa dal 9 per cento della Sicilia al 59 per cento del Veneto. E anche in questo caso nell’Italia centrale e meridionale si arranca, malgrado la buona performance della Sardegna e di alcune province della Campania.



 

Un quadro complessivamente preoccupante, come si vede. Ma non privo di elementi che facciano ben sperare, anzitutto in senso generale. Secondo gli esperti dell’Agenzia Europea dell’Ambiente, l’Italia è infatti sulla buona strada per conseguire entro i prossimi 7 anni un obiettivo cruciale: recuperare almeno il 50 per cento dei rifiuti domestici, come stabilito dalla Direttiva sui rifiuti della commissione europea. Ad oggi siamo a quota 35 per cento, mentre Austria, Belgio, Germania, Paesi Bassi e Svizzera sono già oltre la percentuale richiesta. Il riciclo dovrebbe avvenire attraverso il recupero di materiali come carta, vetro, plastica e il compostaggio dell’organico e sarebbe la vera alternativa alla discarica, sul piano economico ma anche sotto il profilo della sostenibilità ecologica. Ci stiamo arrivando, dicono gli osservatori; ma dobbiamo prima fare i conti con una insufficiente penetrazione culturale nelle nostre amministrazioni e nelle nostre famiglie del concetto di raccolta differenziata e recupero. Si pensi, inoltre, che in Italia non esiste un adeguato sistema standard per calcolare il tasso di riciclo, tanto che oggi le percentuali esposte in molti rapporti sono soltanto il frutto di stime, per quanto accurate. Come sempre l’arretratezza è anzitutto dettata da ragioni culturali.



 

A conferma del relativo ottimismo generale degli esperti vi sono le esperienze locali: in alcune si è deciso di permanere nel “paradigma discarica”, declinandolo però in senso virtuoso. E’ il caso di Peccioli: qui la società che gestisce l’impianto (una discarica modello che serve molti comuni delle province di Pisa e di Firenze) è a partecipazione mista pubblico-privato e un migliaio di abitanti della zona sono diventati azionisti. Produce energia anche attraverso una tecnologia a bassissimo impatto per il trattamento dei rifiuti: la dissociazione molecolare. Altre realtà hanno invece optato per il rifiuto di discariche ed inceneritori, a partire dalla raccolta differenziata. Emblematico il caso di Oriolo Romano, il paese della provincia di Viterbo, con il 73 per cento di porta a porta. I dati dicono che la raccolta differenziata in Italia è in crescita: al 37,7 per cento nel 2011 segue il 39,9 per cento nel 2012, con punte del 62,6 per cento in Veneto e del 62,3 per cento in Trentino Alto Adige. A parere degli esperti il principale ostacolo, specialmente nelle metropoli, sarebbe la pigrizia di amministratori e cittadini, questi ultimi spesso scoraggiati da normative che percepiscono intricate e scomode. Anche per smentire questo luogo comune molti grandi comuni come Roma hanno predisposto guide pratiche alla raccolta differenziata: poche regole per arrivare a un futuro libero dall’incubo dei rifiuti.  


Rodolfo Lorenzoni 


STOP ALLE DISCARICHE, SCACCO MATTO IN QUATTRO MOSSE. LEGGI L'INTERVISTA A GUIDO VIALE 

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