14/11/2019

Notizie TGR:

MIGRATI E CURATI

L’accoglienza di chi arriva non finisce nella commozione provocata dagli sbarchi, ma dovrebbe tradursi anche nell’assistenza medica quotidiana. Un viaggio nel controverso rapporto degli immigrati con il nostro sistema sanitario

Brutta bestia, la paura. Ti convince che assumere un irrazionale atteggiamento di difesa e di chiusura servirà senz’altro ad evitare il pericolo. E invece finisce per precipitarti in mezzo a guai ancora più seri. Va anche peggio se diffidenza e timore divengono reciproci, come sembra accadere nella vita quotidiana di italiani ed extracomunitari in questo drammatico scorcio di 2013. Un cortocircuito che può produrre gli effetti più devastanti nel settore della sanità. Gianni Meledandri, direttore a Roma di un Servizio patologie emergenti (una volta non a caso denominato di “Medicina internazionale”), lo chiarisce così. “Il numero di immigrati, a torto o a ragione, viene percepito come in continuo aumento. In parallelo è in corso un pressing non solo psicologico per una riduzione delle spese, così che in numerosi casi i pazienti non italiani vengono rifiutati prima di una qualsiasi visita. Se essi hanno contratto una malattia infettiva, le conseguenze possono essere molto gravi, non solo per loro”. Si legga: possibile contagio.

Emblematico il caso della tubercolosi, con gli extracomunitari che - per una caduta della fiducia nel sistema che appunto tende a volte a liberarsi di loro - si presentano in misura sempre minore nelle strutture a chiedere cure e assistenza. Si domanda quindi Meledandri: “In una situazione del genere, come posso fare il mio lavoro? Se non mi è neppure concesso di visitarli, come posso impedire che circolino individui potenzialmente in grado di trasmettere infezioni?”. Interrogativi che dovremmo porci tutti, se alla paura fossimo in grado di sostituire un’analisi ragionata dei benefici di una accoglienza più organica, in particolare sotto l’aspetto della medicina ordinaria.

Il rapporto degli immigrati con il sistema sanitario italiano è principalmente regolato dal Testo Unico di riferimento del 1998. La legge riconosce agli stranieri una serie di diritti tra cui l’accesso a tutte le cure di primo livello, quelle normalmente prestate dal medico di famiglia e dalle strutture ambulatoriali. In questa prima fase viene compilata una scheda e, se necessario, al paziente non italiano viene assegnato un codice-tessera (si chiama STP o ENI a seconda della sua provenienza geografica) con cui egli ha diritto anche alle prestazioni di secondo livello - le specialistiche - pagando regolarmente la sua quota-parte attraverso il ticket. E’ in questa piega della legge che talvolta si annidano due tipi di abuso: si suggeriscono prestazioni non indispensabili, andando a sovraccaricare il sistema per illegittimi interessi personali. Oppure, al contrario, con dolo o leggerezza non si procede alla visita né si prescrivono gli accertamenti, sfiduciando gli extracomunitari e sottoponendo il resto della popolazione a rischi epidemiologici. Nel prendere atto di questa dinamica deteriore, la Regione Lazio ha recentemente varato una direttiva che impone di garantire la “invarianza delle prestazioni”. Come a dire: un clima di paura e di inopportuno ossequio a supposte politiche di tagli può determinare errori di ampia portata.



Tutte le autorità hanno perciò deciso di correre ai ripari. A dicembre dello scorso anno è stato approvato un importante accordo della conferenza Stato-Regioni che prevede un piano per uniformare e razionalizzare l’applicazione delle norme in tutte le zone d’Italia. L’accordo è di 10 mesi fa, ma ad oggi solo 8 regioni lo hanno ratificato e attuato. Gli stessi operatori sul campo individuano in questa mancanza il principale scoglio da superare, come spiega Salvatore Geraci, responsabile Area sanitaria della Caritas: “L’Italia di fatto è dotata delle migliori regole internazionali per l’assistenza di immigrati, norme ispirate a un principio inclusivo e che nella pratica funzionano: gli indicatori e la nostra esperienza di volontari ci dicono infatti che i tassi di malattia conclamati tra gli immigrati si riducono nel tempo. Ma si tratta di leggi pensate a livello nazionale, mentre molte delle prerogative gestionali della sanità sono di pertinenza delle regioni, ciascuna delle quali agisce come meglio ritiene. Ciò comporta squilibri trasversali: la Lombardia è ad esempio più indietro nell’assistenza di base per gli immigrati senza permesso di soggiorno, mentre la Sardegna risulta debole nei confronti degli stranieri comunitari. Oppure abbiamo situazioni al limite dell’incredibile, sanate in ritardo: fino al 31 dicembre 2006 bulgari e romeni erano passibili di espulsione dal territorio nazionale ma al contempo potevano usufruire della assistenza medica; subito dopo essere diventati cittadini comunitari hanno invece cessato di godere dei diritti sanitari”.

Paradossi all’italiana, se si considera inoltre che a un livello complessivamente alto di attenzione normativa si affianca una sofferenza generale del sistema sanitario nazionale, la quale inevitabilmente si riflette anche sugli immigrati: oltre nove mesi di attesa per un’ecografia sono un triste record di eguaglianza in negativo stabilito tra un italiano e uno straniero. In merito chi opera sul territorio esprime un’opinione solo apparentemente sorprendente. “Può sembrare strano che a dirlo sia chi agisce nel volontariato per così dire privato – commenta infatti Geraci – ma per noi è necessario restituire un ruolo centrale al servizio sanitario pubblico, perché chi lavora per i più deboli deve poter contare su un sistema globale efficiente”.

 

E’ sulla stessa lunghezza d’onda Berardino Guarino, responsabile dei progetti del Centro Astalli, una importante struttura che assiste specialmente i rifugiati. “In questi anni la sanità pubblica ha subìto dei tagli – afferma – e ciò non a caso ha comportato una contemporanea riduzione degli strumenti a disposizione dei volontari sul territorio per aiutare persone in difficoltà. C’è bisogno di protocolli di accompagnamento specifico e mirato: molti non capiscono che questo sarebbe il modo migliore non solo per evitare tragedie, ma anche per ridurre gli sprechi di risorse”.

D’altra parte coloro che hanno la responsabilità di far funzionare il sistema, parlano di “sostanziale efficienza”, in particolare nella ordinaria amministrazione. Secondo Stefania Ricci, del settore del ministero della Salute addetto all’assistenza sanitaria degli stranieri, “in Italia siamo all’avanguardia rispetto agli altri paesi d’Europa: da noi agli immigrati viene assicurato qualsiasi tipo di cura, fino ad arrivare ai trapianti. Pure le operatività concrete, decise e regolate nello specifico dalle varie regioni, sono pienamente soddisfacenti: in tutta sincerità non vedo margini di preoccupazione”. La legge stabilisce in effetti che a qualsiasi straniero che si dichiari irregolare e indigente venga conferito il diritto alla assistenza sanitaria gratuita. La normativa, però, non assegna a nessuno il compito di verificare se poi a quanto dichiarato corrisponda una reale condizione di povertà, tanto che talvolta rischiano di prodursi disparità tra italiani e stranieri con conseguenti diffidenze e recriminazioni reciproche. In tempi di crisi può uscirne la classica “guerra tra poveri” (veri o presunti) frutto di striscianti risentimenti. Dietro tutto ciò troviamo proprio quella vicendevole paura che - si diceva - spesso conduce al peggio.

Rodolfo Lorenzoni




GLI STRANIERI E LA SANITA' IN ITALIA

 Gli stranieri e la sanita' in Italia





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