28/11/2020
12/01/2012

La Consulta
ha detto no

Dopo un giorno e mezzo di camera di consiglio i quindici giudici costituzionali affidano il loro verdetto ad una nota secca: inammissibili le due richieste di referendum abrogativo che miravano al cuore del cosiddetto ‘porcellum’. Di Pietro attacca il Quirinale che risponde a stretto giro

Era nell'aria. Un rischio  bocciatura che nella ridda di indiscrezioni ha preso forza ogni giorno di più. Con la Corte che lasciava filtrare una certa irritazione per un borsino che non facilitava una scelta già di per se delicata. 

Dopo un giorno e mezzo di camera di consiglio i quindici giudici costituzionali affidano il loro verdetto ad una nota secca: inammissibili le due richieste di referendum abrogativo che miravano al cuore del cosiddetto ‘porcellum’. Poche parole, comunicato stringato. Tutto il resto sarà scritto nella sentenza, depositata tra venti giorni. Motivazioni che conterranno anche un monito al Parlamento. Una raccomandazione ad intervenire sull'inadeguatezza di una legge e di sistema di voto che, ad esempio, non subordina l'attribuzione del premio di maggioranza al raggiungimento di una soglia minimia di voti.

Cosa abbia spinto la Corte a questo duplice no ormai sembra chiaro. La preoccupazione per un vuoto legislativo. I quesiti che puntavano ad abrogare uno in maniera completa e l'altro in modo selettivo la legge Calderoli avevano anche l'obbiettivo di resuscitare la legge precedente, il cosiddetto ‘mattarellum’. In conflitto  con il carattere solo abrogativo del referendum, è il ragionamento dei giudici. Aprendo al rischio di una ‘vacatio legis’, di un vuoto normativo.

Adesso, dunque,  la palla torna  al Parlamento, alle forze politiche, alla possibilità, da oggi sollecitata anche dalla Consulta, di trovare un'intesa sulla riforma.

Naturalmente le reazioni non si sono fatte attendere, primo fra tutti Antonio Di Pietro che da giorni si diceva pessimista sulle decisioni della Corte: “questa decisione non ha nulla di giuridico, di costituzionale ma è politica, per fare un piacere al Capo dello Stato, alle forze politiche e alla maggioranza trasversale e inciucista del Parlamento". Il leader dell'Idv ha inoltre definito la sentenza della Corte Costituzionale "una volgarità che rischia di trasformarci a breve in un regime, se non viene fermato dal popolo al più presto con le elezioni".

A un Di Pietro scatenato ha risposto sdegnato il Quirinale. Senza citare direttamente il leader dell'Cdv il Colle rileva che la sua insinuazione sul piacere fatto al Capo dello Stato è volgare e del tutto gratuita e denota solo scorrettezza istituzionale.

Ma Di Pietro insiste: “ora la piazza, non ci fermeremo”. Gli fa eco anche il presidente del comitato referendario: “non è la prima e non sarà l'unica battaglia per il sistema maggioritario e per la democrazia”. Evidentemente neppure lui ripone fiducia nel Parlamento, che sia capace di modificare la legge che lo ha eletto.
I partiti di maggioranza commentano la sentenza sollecitando le Camere ad intervenire e a farlo in fretta. “Rispettiamo la Consulta - dice Bersani - mettiamoci subito al lavoro sulla riforma”. E' la posizione anche di Futuro e Libertà, e pure Frattini chiede che la politica non perda l'occasione per cambiare il sistema. E intanto diversi big del suo partito il PDL si affrettano proprio oggi a firmare una proposta di legge sul semipresidenzialismo. Senza la scadenza del referendum si riaprono tutte le strade e i tempi non sono più certi.

“Un pronunciamento come da pronostico - è l'amaro commento di Parisi - la corte si è fatta spingere dai partiti, quelli che questa legge l'hanno voluta e ne hanno goduto, adesso tocca a loro e io non vorrei essere nei loro panni”.

Clicky