02/12/2020
15/06/2011

Uno sguardo su tutto il mondo del fumetto e su tutto il mondo, visto dai fumetti

Roberto Recchioni, al crocevia con l'Inferno
Stare dalla parte di Asso Merrill, perché Chris Chambers è già morto
( -terzo incrocio-)

 

 

di Riccardo Corbò



Parte di tavola tratta da "Lone Wolf and Cub" di Kazuo Koike e Goseki Kojima.
I demoni del Meifumado



Marilyn Monroe    +1
Andy Kaufman +2

Alfred Jarry      +3

John Adam Belushi    +4

Andrea Pazienza       +4

Bruce Lee        +4

Rino Gaetano   +6

Heath Ledger   +8

Luigi Tenco      +8

Brandon Lee    +9

Jim Morrison    +9

Jimi Hendrix     +9

Kurt Kobain      +10

Janis Lyn Joplin +10

Brian Jones       +10

James Dean      +13

River Phoenix    +14

Sid Vicious        +15



Si può trattare una malattia, una malattia anche grave, come un prodotto artistico da analizzare e sul quale farci della critica?


Si può, ancora prima, entrare nella sfera privata di una persona, per quanto sia un autore e un personaggio pubblico del mondo del fumetto, e soffermarsi sulle sue sofferenze, sui suoi guai, sui suoi dolori?

Si può parlare di morte, di resa fisica e spirituale, cercarne i particolari, ripercorrerli, farsi addirittura intrattenere da essi?

Teoricamente no.

Di solito la malattia e la morte fanno parte di quei pochi tabù ancora oggi in piedi. La malattia ancora più che la morte. Perché dopo la morte si scatenano i gossip, le domande, la voglia di racconto, la narrazione si monta quasi da sola, che sia per elaborare il lutto o per voglia di pettegolezzo.
Ma il decadimento del corpo rimane ancora un fatto privato. E' assolutamente disdicevole raccontare o raffigurare il malato, sia esternamente, sia internamente, nei suoi pensieri, nelle sue sensazioni.

Teoricamente.

In pratica, quando il malato è la rockstar del fumetto italiano, tutto questa teoria entra in un cortocircuito metanarrativo postmoderno e ne esce assolutamente disintegrata.


 



Roberto Recchioni di professione, prima ancora che fumettista, è un malato: "ho subito la mia prima operazione chirurgica a cinque anni e, da allora, non c'è stato anno in cui non sono entrato in ospedale per un motivo e per l'altro.

Il che mi rende un malato professionista da 32 anni. La malattia è una roba che mi porto dentro, che fa parte di me e mi definisce.

Certe volte penso che, se di colpo fossi sano, non riuscirei più a definirmi", ci racconta in una chiacchierata.


 
"La mia malattia è un insieme di cose,  alcune congenite, altre derivate da errori chirurgici. Non è prevista una cura, solo guerra di trincea.
Un giorno si rompe una cosa e la aggiusti; dura qualche tempo poi si rompe qualcos'altro.
Fino a oggi ho avuto tre emorragie interne gravi.
Sono praticamente morto tutte e tre le volte.
Non ho nessun sicurezza che non ne arrivi un'altra domani. 
Quello è solo uno dei problemi; un'altra maniera in cui potrei morire è per il fegato, che si sta rovinando sempre più in fretta, o per qualche shock settico (ne ho avuto uno qualche mese fa):  insomma, una roba varia.
Ma la mortalità non è un grosso problema, con quella ci ho fatto pace. Non da tanto a essere sinceri, ma attualmente non mi spaventa più."

 

 

 


Ok, siamo arrivati alla morte, bisognerebbe fermarsi, ma facciamo proseguire Roberto lo stesso: "E' difficile spiegare la routine della mia vita e renderla in modo credibile.

Esattamente la settimana scorsa (un buon mesetto fa, ormai NDR) sono andato di nuovo sotto i ferri.

Doveva essere routine, è stata una rogna perché hanno trovato delle varici (le stesse che hanno provocato l'ultima emorragia) e le hanno dovute "incollare" di nuovo.

La colla è la roba che, per reazione imprevista, mi ha creato una massa sulla testa del pancreas che spinge sulle vie biliari...

in sostanza, è a causa dell'ultima iniziezione di quella colla che sono cinque anni che ogni tre mesi devo farmi cambiare o pulire la protesi nelle vie biliari per tenerle aperte.

In più, mentre si asciuga, tira e fa un male becero."

A questo punto il ruolo del critico, del commentatore, pare aver travalicato oltre il consentito. Saremmo entrati in uno spazio viscerale (in tutti sensi) che poco ha a che fare con la narrazione e l’arte.

“Saremmo”, condizionale, se non fosse stato Roberto Recchioni stesso, da diversi anni e su diversi spazi editoriali, ad averne fatto racconto per il suo pubblico,  e poi racconto del suo racconto e poi racconto del  racconto del suo racconto.

Roberto inizia a raccontarsi sul suo blog.


Sembra il classico diario personale, uno dei tanti blog che persone più o meno famose aprono continuamente e portano avanti con alterna fortuna.

Roberto entra dannatamente dentro i dettagli della sua malattia fin da subito.


A dicembre 2006 esordisce con: "ho un paio di amici preoccupati per il tono di questo blog. In poche parole, lo trovano testamentario, anche alla luce del periodo particolarmente cupo che sto passando.
Mi piacerebbe tranquillizzarli ma in realtà concordo con loro. Mi sento con le spalle al muro e sono pronto ad arrendermi.
Ho prospettive sanitarie cupe e un parecchi dolori che mi creano un mucchio di problemi nel portare avanti il mio lavoro con continuità.(...)
E con questo è tutto, gente... il discorso è chiuso e non ci tornerò più sopra."



E ci torna su invece neanche 10 giorni dopo  "(...) Se si è sani, poco importa dell'infinito amore che noi possiamo provare per il malato: nella parte più profonda e atavica del nostro cervello ci sarà sempre un istintivo uomo delle caverne che si metterà a urlare e sobbalzare, cercando di farci allontanare quanto più possibile da quell'esemplare infetto che una volta era un nostro caro.

Un malato vuole sempre qualcosa che un sano non potrà mai dargli.(...)

Il sano è sempre manchevole agli occhi di un malato perché incapace di comprendere il suo bisogno, perché ignaro della sua sofferenza, perché reo di potersene tornare a casa sulle sue gambe. (...)

Verrebbe quindi da pensare che se la distanza che intercorre tra sani e malati sia incolmabile, discorso diverso dovrebbe esserci tra malato e malato...
Nulla di più falso.
La malattia non celebra alcuna comunione. I letti di una stanza ospedaliera sono come le camere di sparo di un revolver con i malati a fare da proiettili e il futuro fuori dall'ospedale come bersaglio.
Se sei un malato, l'unica cosa che vuoi è centrare in pieno quel bersaglio, personalmente. Non c'è alcuna gloria nei centri degli altri. (...)


E l'autovivisezione della malattia di Roberto non si è mai fermata, perché vox Roberto: "raccontare davvero significa mercificare il proprio terreno sacro. Va benissimo. Gli scrittori migliori sono le puttane più grandi."


E Roberto ha grande maestria nell'esercitare il mestiere più antico del mondo narrativamente.

Come tutte le più grandi meretrici, ha imparato come far sì che l'essere invasi, l'essere posseduti, l'essere apparentemente passivi sotto qualcuno o qualcosa, possa diventare non solo la più potente difesa e fonte di guadagno, ma anche una potentissima arma di aggressione, di controllo, di successo.

Roberto si apre nell'intimo del suo privato, ma subito confonde le acque rendendolo pubblico. Sempre più pubblico, proporzionalmente a  quanto è sceso nel suo privato.


Recchioni usa il suo blog per esorcizzare se stesso, ma poi rimane il blog da esorcizzare. E quindi il racconto passa ai fumetti. Prima con John Doe,  poi gli accenni postmoderni e le evoluzioni della serie ad un certo punto non bastano più, troppe cose ha Roberto dentro e troppe ne ha tirate fuori nel blog.


Qualcuno rischia di andargli troppo vicino, di scoprirlo più di quanto Roberto voglia.
E quindi bisogna rendere il tutto di nuovo narrazione, fantasia, mischiare le acque, rendere la realtà come immaginazione, per avere di nuovo terreno sgombro nel plasmare liberamente la realtà.


Questo è Mater Morbi, il n.280 di Dylan Dog, uscito alla fine del 2009.

Dopo Mater Morbi, la malattia di Roberto diventa personaggio, o almeno parte di essa, ma quale parte?

Roberto è riuscito nel suo intento. Non è più solo un malato, ma uno scrittore che racconta la malattia.

O il personaggio di un racconto di uno scrittore che racconta la malattia.

A seconda dei casi, a seconda dello scopo che vuole ottenere, Roberto sa che può giostrarsi tra queste maschere.

Non c'è più la pietà o la fuga che si prova di fronte ai malati, ma anzi ammirazione, seguito, voglia di saperne di più.

Talmente i piani sono confusi, che di fronte al recentissimo post di Roberto in cui passeggia a pochi passi di distanza dalla morte, tra i commenti svetta quello di Andrea Mazzotta, professionalissimo direttore editoriale della NPE, che gli scrive: "E' un pezzo molto
bello e molto piacevole da leggere. Forse è giunto il momento di scrivere un libro, che ne dici?".

E sul newsgroup It.arti.fumetti, si lasciano andare "(...) anche se parla di una vicenda personale, solo per esprimere quanto mi faccia incazzare.

Per come scrive questa roba qui, che prende totalmente per il suo stile di narrazione, potrebbe fare MOLTO di più nel suo lavoro, siano fumetti o romanzi, e purtroppo invece spesso talento sprecato."

“Talento sprecato”. Quando Roberto non racconta Roberto, il suo miglior personaggio in assoluto, il suo talento si spreca, è questo che pensano lettori ed editori.

“Talento sprecato”, o semplicemente talento in evoluzione.


Perché per evolversi serve il domani, e Roberto evidentemente ha sempre pensato che era più comodo e più proficuo, anche autorialmente, vivere in un “oggi” eterno.

Ma dal 2006, in cui era “pronto alla resa”, ad oggi, sono passati cinque lunghi e proficui anni.

Roberto non si è arreso e ha capito che rischia pure di invecchiare, di questo passo.


Quindi evoluzione. 

Evoluzione del suo ruolo all’interno del mondo del fumetto, evoluzione come narratore, evoluzione come bestia sociale.

Il prossimo incrocio è il blog. Armatura, scudo e spadone di Roberto. Come lo usa, e perché.


Restate con noi (oppure andate pure a farvi un giro, ci sono un sacco di posti belli qua intorno, vi capiamo senz'altro).


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Tutte le illustrazioni in questo articolo sono state realizzate da Roberto Recchioni, su IPad.

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