20/10/2019
28/02/2012

‘China goes
to Hollywood’

Il cinema americano si piega ai voleri di Pechino. I filmaker americani a corto di contante vanno sempre più spesso a caccia di soci nell'Impero Celeste, che però ha un'idea tutta sua del cinema e di come andrebbe fatto

Global Post, 21 febbraio 2012

‘China goes to Hollywood’
di Cain Nunns



Taipei, Taiwan. Il box office americano non è più quello di una volta. Nel 2010 i biglietti “americani” hanno rappresentato solo un terzo di tutti quelli venduti nel mondo, una fetta di mercato che, dopo i fasti dei primi Anni Zero, è andata costantemente restringendosi. Senza contare che, dal punto di vista dei finanziamenti, il grigiore dell’economia mondiale si è manifestato anche sotto forma di calo del sostegno finanziario all'industria del cinema. Da che parte guarda, allora, Hollywood?

I filmaker americani se ne vanno quindi fiutando nuovi mercati e nuove fonti di incasso, col risultato che la Cina, economia che cresce di più e più in fretta, e patria di una florida industria cinematografica, è diventata una delle mete preferite. C’è da dire, però, che anche l’imperversante censura cinese è ben nota, cosa che solleva non poche questioni negli ‘Studios’ americani. Chi se ne intende sostiene che mettere piede in Cina significa obbedire a una serie di regole, non esattamente dirette alla libertà di espressione. Ma pur di sfondare quella porta, alcuni produttori americani finiscono col fare film che rendono un'immagine mielosa della Terra di Mezzo, da far poi rimbalzare di sala in sala. Un esempio su tutti potrebbe essere il blockbuster hollywoodiano "2012", con John Cusack, nel quale è proprio la Cina che eroicamente provvede a fornire le arche necessarie a salvare l'umanità dalle alluvioni devastanti, che ne avrebbero decretato l'imminente fine. Il film aveva ottenuto l’approvazione di Pechino prima di passare a sbancare i botteghini.

Usare arti e cultura popolare per veicolare messaggi di regime non è una tattica nuova nei Paesi di ispirazione comunista, ma la Cina di oggi sembra aver trovato un modo estremamente furbo per addirittura esportare oltreconfine il suo ‘Messaggio di Stato’. "E sono stati molto bravi! Non devono nemmeno preoccuparsi di censurare i vari film, perché sono le case di produzione stesse a farlo, a monte" ci dice Liu Lee-shin, un esperto di cinema della National Taiwan University of Arts. "E’ un fenomeno riscontrabile anche negli altri Paesi asiatici che vogliano in qualche modo spartirsi la torta cinese. Ma se fai un film per il mercato canadese, diciamo, che Pechino considera in qualche modo ‘anticinese’, è molto probabile che in futuro nessuno dei film e dei documentari prodotti dai tuoi Studios verranno mai proiettati in Cina" aggiunge.
Ne sa qualcosa la Disney, che ha sofferto parecchie restrizioni dopo aver prodotto l'epico "Kundun" di Martin Scorsese alla fine degli Anni '90. Il film girava intorno alla biografia dell’attuale Dalai Lama e rendeva una cattiva immagine dei soldati cinesi in Tibet.

Oggi come oggi la Cina ha stabilito un tetto massimo di 20 film stranieri l'anno nelle sue sale cinematografiche. Ma va anche detto che negli ultimi tempi Pechino ha fatto una corte serrata a Hollywood, affinché aprisse bottega anche nella Terra di Mezzo, in termini di coproduzioni e joint venture con case di produzione locali, quasi tutte fortemente legate a Partito e Stato. Le coproduzioni permetterebbero da una parte di aggirare il suddetto limite quantitativo per i film stranieri e dall’altra di accedere ai danarosi investitori cinesi. Piccolo dettaglio: le case di produzione sarebbero socie in affari con uno stato repressivo.

Secondo Liu, per Pechino l'industria cinematografica è parte integrante di un piano propagandistico multimiliardario, che coinvolge tutte le arti. "Acchiappano artisti, registi, attori e tecnici di produzione da tutte le parti. E nessuno se la sente di dire no, o perché pagano bene o perché non vogliono recare offesa al Partito. Basti l’esempio di “The Great Revival – Fondazione di un Partito”, grandiosa celebrazione del 90esimo anniversario del Partito Comunista Cinese: oltre cento superstar hanno accettato di prendere parte a un film di propaganda in cambio solo di un rimborso pasti".

Gente del giro dice che è la Cina stessa a riconoscere la disponibilità di Hollywood a mettere il dollaro davanti alla libertà di parola e di espressione.  "La preoccupazione prima di Hollywood è sempre stata la cifra in fondo alla pagina" dice Michael Berry, che insegna alla facoltà di lingue dell’Estremo Oriente alla University of California di Santa Barbara. "Oggi come oggi a Hollywood ci sono persone che si spaccano la testa chiedendosi ‘Cosa potrei metterci di cinese...una cosa che potrebbe funzionare...’. Ma davanti a massicci investimenti su produzione e marketing, e con una posta così alta, i produttori americani prendono e tirano fuori rimaneggiamenti omogeneizzati e stereotipati". Berry osserva che non è solo Hollywood a modellare il prodotto per farlo quadrare nei parametri ufficiali cinesi. Anche l'arte contemporanea, la danza, il teatro, la letteratura e i media in genere sono a rischio.

"Il consumatore medio occidentale non saprà mai qual è il livello di autocensura. E chi vorrà idee diverse sulla Cina, se le dovrà andare a cercare altrove" aggiunge Berry, secondo il quale ci sono tre veicoli principali per presentare una ‘visione a controllo statale’ del moderno Regno di Mezzo al pubblico occidentale.

Prima di tutto l'epica cinese, quella di "Hero o de "La Tigre e il Dragone", che proietta un'immagine romanticamente nostalgica della Cina. Poi le storie che evidenzino l’alienazione e il male di una società che conosce solo l’idea occidentale di sviluppo. Un esempio su tutti “ The Shower – Xizao” di Zhang Yang (1999), un film su un uomo d'affari molto impegnato, che finisce col trascurare l'anziano padre, adorabile ma all'antica, che gestisce una casa da bagno tradizionale. Il terzo è il filmone hollywoodiano, nel quale la Cina ha un ruolo eroico, come, appunto il già citato “2012”.

Il remake che la MGM ha fatto nel 2010 di “Red Dawn - Alba Rossa”, di Dan Bradley, è stato uno dei pochi film recenti a far sembrare la Cina cattiva al cospetto dell'Occidente. Ma poi, dopo una serie di stroncature sulla stampa di stato cinese, la Cina-malvagia fu rimpiazzata dalla Corea del Nord, la prima volta in assoluto che un intero gruppo di persone veniva sostituito in blocco in postproduzione.
"E' che Pechino fa tutto, dall'inizio alla fine. Se vuoi giocare devi stare alle sue regole. Ed è lei che le detta, a partire da sceneggiatura, distribuzione, licenze e permessi, produzione e partnership" ci dice un produttore americano che ha lavorato in Cina e che ha chiesto di rimanere anonimo per non compromettere il suo futuro professionale.  "Una specie di Maccartismo al contrario. Ma la palla ce l'hanno loro. Per cui o giochi il loro gioco o non giochi"

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