21/10/2019
15/03/2012

Manas go home

Due inviati dell’Izvestija nella base americana "Manas" in Kirghizistan, quella che il governo kirghiso ha deciso di chiudere

Izvestija (Russia), 12 marzo 2012

Manas go home
di Yurij Matsarskij e Marat Abulkhatin

La base aeronautica americana di transito Manas sarà chiusa. Lo ha deciso il presidente kirghiso Almazbek Atambaev, che al posto di quel Centro di Transito militare,  dal quale partono truppe, rifornimenti e merci per l'Afghanistan, vorrebbe aprire un hub aeroportuale per uso civile. Rinunciare agli “inquilini” stranieri, significherà per il Kirghizistan perdere non meno di 200 milioni di dollari l'anno, da rimpiazzare con non si sa ancora bene cosa.

Dove lavorano i "partner kirghisi"

Dopo la rivoluzione kirghisa del 2010, la giornalista Liman Temirbek della rivista “Discovery Central Asia” era rimasta senza lavoro. Siccome però parlava bene l'inglese, la fortuna – per sua stessa ammissione – comunque le sorrise, perché le fu offerto un lavoro presso il 376° Corpo Aerotrasportato americano, di stanza sul territorio aeroportuale di Manas, nei pressi della capitale Bishkek. Oggi Aliman, una ragazza elegante in jeans svasati e occhiali da sole, fa parte dello staff fisso e lavora fianco a fianco con i giornalisti militari americani. Scrive su Twitter, Facebook e su due siti ufficiali di informazione della “Base Manas": questo il nome ufficiale della parte di aeroporto occupata dagli Americani. "A Bishkek non c'è niente di paragonabile a questo posto; qui sono disponibili i migliori servizi, il lavoro è interessante e mangio anche gratis" ci dice Aliman Temirbek, intenta a valutare cosa prendere tra l’ampia scelta di piatti offerti dalla mensa comune per ufficiali, soldati e personale civile.A Manas quelli come Aliman li chiamano "partner kirghisi", 700 persone su uno staff totale di 2200 individui. Gran parte dei "partner kirghisi" non svolge lavoro di concetto, ma prepara i pasti, fa le pulizie nelle camerate e si occupa della manutenzione della pista di atterraggio e partenza. Eppure, trovare lavoro a Manas è per molti kirghisi il sogno dei sogni.
Ogni mattina, quando aprono, fuori del cancello principale della base si forma una fila di lavoratori kirghisi, che attira gli sguardi invidiosi anche dei tassisti, una delle caste privilegiate dell'era post-sovietica, perché lavorare per gli americani significa almeno 500 dollari al mese, ovvero il doppio dello stipendio medio nazionale.

Un ammanco da 150 milioni di dollari

Piloti, paracadutisti, marines, corpi speciali rimangono di regola alla base al massimo quarantottore, perché Manas è il punto di transito principale per tutti quelli che partono o tornano dall'Afghanistan. Nel 2001 Manas era una vera e propria base militare, nella quale furono raccolte in fretta e furia le truppe americane e Nato alla vigilia della guerra in Afghanistan. Da quando, dopo la  prima rivoluzione kirghisa del 2005, il leader Kurmanbek Bakyev (non senza la pressione di Mosca) negò lo status di base militare americana e la sosta degli aerei, Manas è diventata solo centro di transito per soldati, merci e rifornimenti diretti in Afghanistan. Ben presto Bakyev pretese un aumento del canone di affitto per l’utilizzo del suolo aeroportuale e, nel 2006, nel pieno della campagna afghana, la leadership kirghisa pretese addirittura la chiusura del Centro, dopo che un soldato aveva ucciso il "partner kirghiso" Aleksander Ivanov. Ma di lì a poco il governo tornò sui suoi passi e gli USA si trovarono a pagare non più i 17 milioni di dollari di prima, ma 60 milioni di dollari l'anno. L'anno scorso la repubblica asiatica ha incassato più di 150 milioni di dollari, perché oltre all'affitto, gli USA pagano tasse aeroportuali e di navigazione, l'acquisto dei materiali da costruzione, i pezzi di ricambio e gli alimentari, senza contare altre decine di milioni di dollari per la fornitura di carburante per i mezzi.
 
Il nuovo presidente Almazbek Atambaev, però, ha deciso di sbarazzarsi della presenza degli americani dal territorio della repubblica, senza se e senza ma. "Nel 2014 a Manas non ci sarà più la base militare" giura con sicurezza il responsabile del settore affari esteri del gabinetto presidenziale Sapar Isakov. "A metà del 2013, come stabilito dagli accordi intergovernativi, avvertiremo la controparte americana che la concessione non verrà rinnovata. Sei mesi dopo dovranno lasciare il Paese". Sapar Isakov si rende perfettamente conto dell’entità dell’ammanco economico che quella sospensione comporterà, perché è anche il presidente del consiglio di amministrazione del desk locale di Gazprom, il colosso russo che fornisce carburante agli americani di Manas. "L'interesse nazionale prima dei milioni degli americani" ci conferma, "Ed è per questo che stiamo valutando attivamente nuove fonti budgetarie alternative a quanto sborsato dagli stranieri".
 
Il governo vorrebbe convertire la base militare americana in un hub civile. Anzi, a Bishkek covano l’ambizioso progetto di mettere in piedi il più grande hub aereo di tutta l’Asia Centrale, perché sperano di attirare investitori stranieri, che potrebbero raggiungere comodamente la capitale kirghisa da ovunque si trovino, Europa o Asia che sia. L'addetto stampa del presidente kirghiso, Kadyr Toktogulov, ci tiene a dire  che nessuno vuole in realtà cacciare gli americani, anzi. Se vorranno, potranno anche prendere parte alla realizzazione dell'hub, dal quale potranno poi continuare a spedire merce in Afghanistan, ma su aerei civili, perché non sarà concesso il transito a staff armato, cosa che comporterà la sostituzione di tutto il personale militare con quello civile.
 
A Bishkek giustificano questa presa di posizione con una valutazione attenta dell’aria che tira: in caso di guerra tra Stati Uniti e Iran, quest'ultimo potrebbe voler colpire il Centro di Transito in quanto obiettivo militare americano, per altro facilmente raggiungibile dai missili della Repubblica Islamica. Se invece Manas diventasse un “obiettivo civile”, anche se utilizzato dagli americani, difficilmente qualcuno potrebbe decidere di bombardarlo.
 
Esiste però una versione meno ufficiale, ma assai più diffusa; subito dopo la sollevazione popolare contro Bakyev, i russi avevano chiuso un accordo con il governo kirghiso pro tempore di allora: il riconoscimento ufficiale della leadership ribelle in cambio del ritiro degli americani da Manas. E' venuto quindi il momento di pagare il conto. A conferma di tutto ciò, anche un sottotesto numerologico: l'accordo con gli Yankee era stato siglato un giorno nefasto, il 22 giugno, proprio il giorno dell'inizio della Seconda Guerra Mondiale per la Russia...

"Prima l'onore, poi il caffè"

I cancelli della base americana sono l'unico posto in tutta Manas dove è vietato fare fotografie. C'è una targa che in inglese e russo avverte del divieto di ingresso senza lasciapassare o con alcolici, droghe e materiale pornografico. Poi il punto di frontiera, dove ogni singolo visitatore viene perquisito, le pubblicità degli hamburger, le scritte in inglese, i poster con le Harley Davidson; ed è subito America. Sul prato, passate le caserme prefabbricate, pacifici cartelli salutano chi arriva con "Welcome to the Hotel California", o “Benvenuti all'Hotel California” (che poi sarebbe "Benvenuti all'Inferno", se l'allusione è a un verso della canzone "satanica" degli Eagles ndt).
  
Dappertutto soldati armati, in biblioteca, nelle sale ricreative con gli schermi al plasma che mandano di continuo commedie e film di guerra hollywoodiani, e negli snack bar dove gli M16 e le fondine sul fianco sono di casa come l'odore dei chicchi appena macinati e i cartelli alle pareti recitano "Prima l'onore, poi il caffè". In teoria le armi potrebbero anche essere lasciate in custodia, ma la procedura da seguire in questo caso è così laboriosa che sono pochi quelli che decidono di separarsene, seppure per qualche ora. Al comando sono sicuri che questa folla di ragazzoni in salute col fucile o col mitra non costituiscano alcun pericolo. Dopo che l'inchiesta ha stabilito che l'assassino di Aleksandr Ivanov aveva agito in condizioni di “alterazione”, tutti quelli che transitano da Manas devono superare una serie di rigidissime perizie. In linea di massima, gli americani di stanza in Kirghizistan non hanno motivo di preoccuparsi per la prossima chiusura della base. Nel peggiore dei casi li trasferiranno in altre basi asiatiche, nel migliore, li rimanderanno a casa."Noi continuiamo a fare il nostro dovere come e più di prima" ci dice col suo bianchissimo sorriso il colonnello James Jacobson, comandante del 376esimo Reparto Aereotrasportato. "Mi giunge informazione che la base dovrebbe chiudere, ma non ne posso parlare. E' un tema del quale si stanno occupando i vertici del nostro Paese". Nell'attesa che i politici decidano quale sarà il suo destino, il colonnello Jacobson fa gli auguri alle donne kirghise che lavorano nella base per l'8 marzo e accoglie le delegazioni di football americano, che arrivano di tanto in tanto a Bishkek per sollevare gli animi dei connazionali.
 
Sinceramente addolorato dai progetti del presidente kirghiso è invece il colonnello Bryan Newberry, comandante del 376esimo Gruppo Operativo di Spedizione. Porta il giubbotto scuro dei piloti, ed è serio e composto come i colleghi sui poster per il reclutamento dei soldati della Seconda Guerra Mondiale. Newberry parla del Kirghizistan con affetto e pronuncia l'asettica locuzione "partner kirghisi" con un calore che stride decisamente con il suo severo aspetto di soldato."Adoro questi aerei, questa base e la gente di qua" dice con tristezza, seduto nella cabina di un gigantesco Globemaster. "Certo, se qui chiudono, gli Stati Uniti dovranno organizzare i voli da un qualche altro aeroporto, ma io, in tutta sincerità, sentirò molto la nostalgia di Manas e del Kirghizistan".

Il Top Secret è altrove

Generalmente a Manas non ci sono macchinette per giocare, palestre e internet-café. Non sono permessi che due campetti da basket e delle strutture da campo destinate al culto delle varie religioni. I soldati che incontriamo si mettono tutti con la stessa solerzia in posa davanti al fotografo, col mitra in mano o vicino al biliardo, e chiedono, serissimi, se nella base gemella, ma russa, di “Kant” c'è il collegamento internet veloce e se si deve fare una fila lunga per le attrezzature sportive ... Purtroppo nemmeno gli inviati dell'Izvestija hanno potuto verificare - dopo innumerevoli telefonate e decine di domande ufficiali al Ministero della Difesa russo, se nella base militare russa “Kant” ci siano o no attrezzature sportive ricreative. Giusto per fare un piccolo confronto: per avere il permesso di visitare la base americana di Manas sono bastate, nell’ordine: una telefonata al Pentagono, una alla base stessa e una e-mail con le generalità di chi avrebbe effettuato la visita. Se invece in Kirghizistan ci rimarranno o no i soldati russi, rimane una questione aperta. Dopo la conclusione della concessione americana di Manas, il Kirghizistan dovrà trovare un modo per colmare le perdite economiche.

I funzionari della precedente amministrazione avevano allora provato ad alzare il prezzo per le quattro basi russe; a Bishkek si dice che alla Russia, in quanto "principale partner strategico", non conviene preoccuparsi del conto più salato o dei kirghisi che avanzano delle pretese nei confronti del Ministero della Difesa russo."Non è solo una questione di soldi, alla base “Kant”. La Russia si è presa la responsabilità di preparare gli specialisti kirghisi e rimodernare la tecnologia, ma ancora non ci siamo" ci dice l'addetto stampa del presidente Kadyr Toktogulov. Anche gli interlocutori al governo sottolineano che le basi militari russe rimarranno sul territorio anche dopo il 2020, anno in cui scadrà la loro concessione. Secondo Dzhibek Syzdykova, direttrice del Centro Studi per il Caucaso e l’Asia Centrale dell'Università MGU di Mosca, con l'annuncio categorico della chiusura della base di transito americana Atambaev mira in realtà solo a risolvere gli attuali problemi economici della sua repubblica. "Il governo kirghiso potrebbe aver avuto la pensata di una specie di asta a chi offre di più tra due superpotenze, nella quale si aggiudicherà il premio quella che sarà di maggiore aiuto all'economia del Paese" dice la politologa. "Basti pensare che in questo periodo sono proprio gli Stati Uniti a voler rafforzare  la propria posizione in Asia Centrale, sia a causa dell'aggravarsi della situazione in Afghanistan, sia perché la cosiddetta "primavera araba" non si è ancora conclusa". La Sysdykova ci ricorda anche di come a Mosca non avevano visto di buon occhio nemmeno la candidatura di Atambaev, e che gli aiuti economici russi per l'agricoltura sono stati nel complesso di poco superiori a quanto avrebbero speso per un kolkhoz nazionale di grandi dimensioni. "Ovvio che i kirghisi non hanno gradito poi tanto" continua la politologa, secondo la quale, se la Russia non terrà conto degli interessi della popolazione locale, tra cinque anni si vedranno anche loro cacciati dalle basi militari su territorio kirghiso. E allora rimarranno solo i più arrendevoli e prodighi americani.

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