18/12/2018
30/08/2011


Uno sguardo su tutto il mondo del fumetto e su tutto il mondo, visto dai fumetti

"La nuova Libia seduta sul Petrolio"
Quando il Corriere dei Piccoli trattava i suoi lettori da grandi  



di Riccardo Corbò

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Il sito di AFNews, il principale portale dell'informazione sul fumetto in Italia, rilancia oggi dei preziosi contenuti del Corriere dei Piccoli (presentati su Facebook anche da Fabrizio Mazzotta, storico doppiatore di cartoni animati nonché sommo esperto della materia).





Riportando i materiali presentati dal sito http://corrierino-giornalino.blogspot.com/, tratti dal "Corriere dei Piccoli" nº 42 del 19 ottobre 1969 (stupenda copertina di Jacovitti, con un pregiato Zorry Kid), torna a galla un interessantissimo articolo a firma Paolo Bugialli (storica firma del Corriere della Sera,  inviato per molti anni in Europa, in Medio Oriente, in Asia e in America, morto nel 1999).

Bugialli presenta ai giovanissimi lettori del "Corriere dei Piccoli" un preciso e particolareggiato pezzo sulla caduta del Re Idris di Libia.

Scrive Bugialli:

"Un altro re ha perduto il trono. E' Idris di Libia. Dal primo di settembre quel Paese non e più un regno ma una repubblica, guidata da una quarantina di militari di basso grado, che controllano e dirigono l'attività del nuovo governo, formato di semplici tecnici senza potere politico. (...) "

Riferendosi a Gheddafi, riporta:
"Sembra che la cospirazione degli Ufficiali Uniti sia stata guidata da un capitano del genio di appena trent'anni, che, dopo il successo del complotto, si è promosso colonnello."

Prosegue col racconto:
Non è ancora chiaro chi abbia ispirato la congiura. Chi dice che è stato Nasser, chi ha supposto che, dietro la rivolta, vi sia stato lo zampino della Russia, molto attratta dalle ricchezze petrolifere della Libia.
Ma i congiurati hanno negato di aver subito qualunque influenza: la loro rivoluzione, hanno detto, è stata ispirata unicamente dalla miseria del popolo.
Ancora nel 1951 la Libia risultava, secondo uno studio delle Nazioni Unite, il Paese più povero del mondo: i suoi abitanti (un milione e mezzo) avevano un reddito medio di appena diciottomila lire all'anno, cioè millecinquecento lire al mese.
Ma nel 1957 nel sottosuolo sono stati scoperti ricchissimi giacimenti di petrolio: oggi la Libia tiene il primo posto fra i Paesi africani produttori di petrolio, e il secondo assoluto fra i Paesi del mondo non comunista, II petrolio rende cinquecento miliardi delle nostre lire all'anno: una cifra capace di assicurare ad ogni cittadino un reddito di un milione e duecentomila lire all'anno, una ricchezza doppia di quella italiana.
In realtà, la maggior parte dei libici sono rimasti poveri come erano nel 1951. Quelli che si sono arricchiti sono poche centinaia: militari di alto grado, ministri e, in genere, gli uomini vicini alla corte di Re Idris.
Essi, secondo le prime accuse partite dai rivoluzionari, incassavano «bustarelle» di molti milioni per indirizzare in un modo o in un altro le aste per lo sfruttamento delle concessioni petrolifere. Dei miliardi dell'«oro nero», al popolo non toccavano che poche briciole."


Bugialli ricostruisce la storia degli italiani in Libia in maniera chiara e senza essere didascalico:
"
Gli italiani hanno molti ricordi in Libia: ricordi di sangue, ricordi di sudore. Oggi 32.000 italiani abitano in Libia: gli antichi rancori con gli indigeni sono svaniti, ora siamo stimati per quello che sappiamo fare.
Vi sarà accaduto, qualche volta, di sentire il nonno canticchiare «Tripoli, bei suoi d'amore»: è la canzone che celebrò la conquista della Libia. Era il 1911. A quell'epoca, le potenze europee si accaparravano le colonie in Africa.
 L'Inghilterra prese l'Egitto. La Francia, l'Algeria e la Tunisia
. L'Italia sotto il governo di Giolitti, pose gli occhi sulla Libia, che apparteneva all'impero turco. Si parlò di «dovere morale di portare in Africa la nostra civiltà». In realtà, volevamo una colonia: per questioni di prestigio internazionale, e per necessità economica, perché si pensava che coltivando la Libia si sarebbe potuto dare lavoro a tutti gli italiani che non ne avevano.
Duemila marinai conquistarono Tripoli. Quindici giorni dopo lo sbarco dei marinai, sopravvenne la fanteria.
Si pensava che sarebbe stata una guerra facile, ma non lo fu. I turchi, sconfitti, firmarono la pace dopo circa un anno. Ma i libici continuarono a combattere contro di noi.
Chi aveva creduto che essi sarebbero stati lieti della sconfitta dei turchi che li opprimevano, si sbagliava: non aveva considerato che gli arabi, al pari dei turchi, erano di religione musulmana, e noi, cristiani, eravamo gli «infedeli».
La guerriglia araba continuò, praticamente, fino al 1932, e costò all'Italia molti morti.
La pace, per noi, su quella terra non fu lunga. Nel 1942, infatti, l'Italia, impegnata nella seconda guerra mondiale, combattè in Libia una disperata quanto inutile battaglia contro l'esercito inglese e americano.
L'eroica e sfortunata difesa dell'oasi di Giarabub, segnò la fine del nostro possesso della Libia (le Nazioni Unite ne avrebbero poi, nel 1951, proclamata l'indipendenza) e rappresentò l'inizio della sconfìtta finale dell'Italia fascista ad opera degli alleati.
Durante la battaglia nei deserti libici, i nostri soldati dovevano spesso abbandonare i loro automezzi, e ripiegare a piedi, perché mancava la benzina, che non arrivava perché le navi inglesi e americane avevano il dominio del Mediterraneo. Nessuno, allora, sapeva che nel sottosuolo libico c'era il petrolio.
Siamo stati per trent'anni su un mare di petrolio, e non ce ne siamo accorti: è stata la grande beffa della nostra vicenda libica."


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Alcune riflessioni scaturiscono da questo pezzo: la prima, di quanto questo pezzo, mutatis mutandis, sia ancora attualissimo e la cronaca di allora si sovrapponga spaventosamente in molteplici momenti, con quella dei nostri giorni.
La seconda, una nostalgia e una simpatia per quei decenni ormai remoti, in cui un giornalino costava 130 lire (6-7 centesimo di euro), per un reddito medio degli italiani di seicentomila lire (poco più di 300 euro di oggi...).

La terza, quella che riguarda maggiormente questa rubrica, è lo stupore per la presenza di un argomento di questo genere, e così ben approfondito, con un linguaggio semplice, ma maturo, su una rivista per bambini e ragazzi.
Oggi, a parte la quasi scomparsa delle riviste per ragazzi e bambini, dalle edicole, è pensabile trovare un articolo di questo livello, sulla caduta di Gheddafi, sull'attuale "Topolino" o "Il Giornalino"?

I bambini del 2011, dotati dalla nascita di Iphone, Ipad, e con Facebook Youtube a disposizione, sono così tanto arretrati e inadatti a ricevere questo tipo di informazione, rispetto ai loro coetani del 1969?

O a regredire sono state le redazioni dei fumetti...?