Diaz: "Hanno cercato di farmi fuori"
ROMA - A parlare è il giornalista inglese Mark Covell a Roma in questi giorni per il processo Diaz arrivato in Cassazione. Lui c’era quando la notte del 21 luglio del 2001 trecento agenti fecero irruzione nella scuola genovese. "Tu non sei un giornalista, mi dicevano gli agenti, sei un black block e noi i black block li ammazziamo". E ci sono andati molto vicini
ROMA - “Hanno cercato di farmi fuori. Il pm lo ha confermato la polizia italiana cercava di uccidermi. Mi hanno colpito con i manganelli, con i pugni ovunque. Costole fratturate polmoni perforati, la mano sinistra spezzata, ho perso 16 denti e sono entrato in coma. Un'esperienza terrificante”.
A parlare è il giornalista inglese Mark Covell a Roma in questi giorni per il processo in Cassazione. Lui c’era quando la notte del 21 luglio del 2001 trecento agenti fecero irruzione nella scuola Diaz a Genova, quartier generale del movimento no global. Il G8 dei governi era già finito. Uomini e donne inermi furono pestati, umiliati. Corpi insanguinati portati fuori dalla scuola nella notte dell’eclissi della democrazia italiana, la notte della macelleria messicana.
“Tu non sei un giornalista, mi dicevano gli agenti, sei un black block e noi i black block li ammazziamo. Hanno tentato più volte di rapirmi dall'ospedale per trasportarmi in caserma a Bolzaneto”.
Per le torture denunciate non pagherà nessuno, “cè una riserva di legge - dice il pg della Cassazione - perché l'Italia ha firmato la convenzione in materia di tortura ma non l'ha mai convertita in legge”. I vertici della catena di comando furono assolti in primo grado condannati poi in appello nel 2010, dal capo dell'anticrimine Francesco Gratteri ai super poliziotti Caldarozzi e Luperi, “Generali - recita la sentenza - che scesero in campo con casco e manganello”.
“Se l'Italia è un paese civile - sottolinea Mark Covell con le ferite di quella notte ancora aperte - lo vedremo venerdì con la sentenza della Cassazione”.





