21/08/2019
06/05/2012

Di traffico si muore...giovani

Il traffico è la "prima causa di morte per giovani e bambini” in tutto il mondo. Di Sarah Goodyear

The Atlantic Cities, 3 maggio 2012

Di traffico si muore…giovani
Il traffico è la "prima causa di morte per giovani e bambini” in tutto il mondo. Di Sarah Goodyear 


 

Se vi chiedessero come migliorare le condizioni di salute pubblica e qualità della vita nei paesi in via di sviluppo probabilmente rispondereste parlando di accesso all'acqua potabile per prevenire l’insorgere di malattie, di misure mirate a limitare la diffusione della malaria e di vaccini e programmi informativi su HIV e Aids. A nessuno verrebbe mai in mente di suggerire un modo per mettere adulti e bambini al riparo dagli incidenti stradali. Eppure, la motorizzazione e la diffusione dell’automobile – e cioè uno dei segni di progresso e benessere nelle economie emergenti - nel 2004 ha ucciso in tutto il mondo più bambini tra i 5 e i 14 anni della malaria, dell'aids e della diarrea (il 2004 è l'anno per il quale possediamo più dati). Secondo il recente studio per la Campagna per la Sicurezza Stradale Globale, intitolato "Safe and Sustainable Roads: an Agenda for Rio+20 - Strade Sicure e Sostenibili: Linee Guida per la Conferenza Rio +20” delle Nazioni Unite, il traffico sulle strade è la prima causa di morte in tutto il mondo per i giovani tra i 10 e i 24 anni. 

Ovviamente le vittime della strada non sono solo bambini. Negli incidenti stradali ogni anno muoiono 1 milione e 300 mila persone, ovvero 3500 al giorno. Più di 50 milioni sono i feriti. Ma sono numeri che rimangono tali, perché se ne parla poco. Il rapporto, firmato dal ricercatore del Brookings Institute Kevin Watkins, è scritto con linguaggio sobrio e misurato, che trasuda però grande frustrazione nel dover constatare quanto il problema rimanga invisibile, anche se ce l’abbiamo sempre sotto al naso. "Non ci rendiamo bene conto delle dimensioni reali del fenomeno, perché si tende ad interpretarlo come un insieme di episodi isolati e imprevedibili, ovvero "incidenti" nel primo significato del termine, ovvero fatalità che colpiscono singoli individui poco fortunati. In realtà non c'è niente di ‘imprevedibile’ negli incidenti stradali. Ed è l’espressione stessa di "incidente stradale" che distoglie l'attenzione dalla natura sistemica di un pericolo reale che porta via così tante vite". Watkins evidenzia inoltre come nei paesi in via di sviluppo la quantità di incidenti stradali sia davvero enorme:  "Nei paesi in via di sviluppo circolano meno automobili, che però uccidono e feriscono di più: con meno del 10% di tutti i veicoli in circolazione al mondo, contano però il 42% delle vittime totali. Il 12% del totale solo in India. Poi ci sono paesi con meno abitanti e meno automobili; considerato il tasso di mortalità ogni centomila abitanti, in Tanzania o in Etiopia le morti per incidenti stradali sono il doppio che in India e sette volte di più che nel Regno Unito. E il numero di bambini coinvolti è generalmente più alto di altre fasce di età. Bangladesh e Thailandia contano rispettivamente il 38% e il 40% delle vittime tra i 10 e i 14 anni, fascia di età per la quale la circolazione stradale è la prima causa di morte in assoluto. Quindi nei paesi in via di sviluppo i bambini di età compresa tra i 5 e 9 anni hanno una probabilità di rimanere coinvolti in un incidente stradale quattro volte superiore a quella dei coetanei che vivono nei Paesi ricchi". C'è poi l'inquinamento dell'aria. Un altro milione e 300 mila morti l'anno, dice il rapporto. E gli inquinanti letali, quelli cioè responsabili di quelle morti, derivano per il 70-90% dai veicoli in circolazione.

Tutte queste morti, dovute in via diretta o no al traffico, costano tantissimo alle comunità, in termini di mancati introiti, opportunità di formazione e spese sanitarie. Eppure non c’è nessuno che si faccia avanti con donazioni a sette zeri da destinare alla prevenzione degli incidenti stradali, non c’è un Bill Gates con la sua donazione miliardaria per aids, malaria e TBC... Anzi, le istituzioni finanziarie in tutto il mondo hanno pompato miliardi nella costruzione di infrastrutture stradali e solo una minuscola percentuale di quegli stanziamenti è andata alla prevenzione. "Ogni anno si spendono fino a 500 miliardi di dollari per le infrastrutture. Banche per lo sviluppo multilaterale e benefattori hanno fatto del miglioramento delle strade un elemento chiave del loro portfolio finanziario. La percentuale delle donazioni destinata alla sicurezza stradale è ben poca cosa. Qualcosa tra i 10 e i 25 milioni di dollari l'anno".

Ma ci sono piccoli segnali che fanno ben sperare, sostiene Watkins, come la decisione da parte delle Nazioni Unite di indire nel 2011 il "Decennio di Iniziative per la Sicurezza Stradale". D’altra parte le eventuali soluzioni del problema, ovvero lo sviluppo di istituzioni per il controllo della sicurezza stradale di ogni nazione, strade più sicure soprattutto per i pedoni, i ciclisti e i motociclisti e la costruzione di auto più sicure sono relativamente semplici. Il problema è, semmai, vincere l'inerzia di fondo. Le vittime della strada, scrive Watkins, nemmeno figurano nell'agenda della “Conferenza per lo Sviluppo Sostenibile Rio +20” delle Nazioni Unite che avrà luogo il mese prossimo a Rio de Janeiro; per il ricercatore si tratta di un "atto di omissione che metterà letteralmente a rischio milioni di vite umane". “Interventi semplici, accessibili ed economici possono salvare molte vite. Urbanisti e ingegneri devono far sì che automobili e pedoni siano tenuti a debita distanza gli uni dalle altre e che i limiti di velocità vengano tenuti i più bassi possibili. Le leggi per il casco, le cinture di sicurezza e il rispetto dei limiti di velocità e del tasso alcolemico devono essere potenziate e rispettate. Le dotazioni di sicurezza dei veicoli devono essere migliorate. Non chiediamo la luna, eppure, si va avanti molto lentamente..."Se le cose continueranno ad andare come è stato finora, si legge nel rapporto, il numero delle morti continuerà a crescere in maniera esponenziale, fino a raggiungere i 2 milioni di vittime l'anno entro il 2022. E se sarà così, non sarà proprio un ...incidente, né una fatalità.