19/10/2019
06/10/2014


Uno sguardo su tutto il mondo del fumetto e su tutto il mondo, visto dai fumetti

Lollo Bartoli
Un ricordo personale


- di Riccardo Corbò




 

Voglio ritagliarmi uno spazio dove ricordare le mie esperienze con Lorenzo Bartoli - Lollo, per chiunque lo avesse mai incrociato -


Sono ricordi di episodi forse piccoli, privati, ma li voglio condividere in pubblico perché Lollo è stato sempre un racconto vivente.


Catalizzatore - con scintille sia luminosissime, sia minuscole - di eventi che poi a valanga sono diventati immensi e lo sono ancora e stanno aprendo autostrade del fumetto tutte ancora da battere.


Spesso è stato anche solo presenza, testimone, addirittura antagonista, ma sempre parte fondamentale col suo modo di fare o anche solo di guardare e di sorridere.


Non so e non posso raccontare Lollo nella sua complessità e totalità, né posso o voglio dare il mio punto di vista su quello che è stato e ha dato al mondo del fumetto Lollo Bartoli, nel suo complesso.


Questo è il "mio" Lollo, il racconto che serve prima di tutto a me per cercare di far smettere la mia testa che rimbomba da ieri.


Il mio primo ricordo di Lollo è indiretto. Sicuramente non è quello più corretto in ordine cronologico, ma è il primo che mi viene ogni volta in mente.


Indiretto perché al centro della vicenda - siamo nella prima metà degli anni '90 - c'è "la cugina di Lollo".

Creatura per me all'epoca quasi mitologica, al pari della mela della discordia di Paride, "la cugina di Lollo" (così chiamata da tutti, ad un certo punto quasi a nome proprio "lacuginadilollo") lavorava presso la redazione di Rinaldo Traini, alla Comic Art.


Lollo era stato per la casa editrice il principale sceneggiatore del revival di Tirammolla ed era praticamente diventato di famiglia (volente o nolente) presso l'editore romano.


Che un paio di anni dopo, "la cugina di Lollo" fosse quindi passata a lavorare per un editore "rivale", la General Press, solo perché questi la pagava di più e meglio, fu vissuto dal patron della Comic Art e della neonata fiera Expocartoon come un imperdonabile tradimento.


Sulla General Press fu lanciata una fatwa fumettistica, bloccandole qualunque presenza ufficiale sulla piazza fieristica di Roma, blocco che la General Press eludeva in maniera piratesca appoggiandosi a stand prestanome di vari negozi di fumetti, tra i quali l' "Infinity Shop" di Gianni Tarquini.


Era un'epoca quella, in cui il "piratesco" era all'ordine del giorno e la norma, almeno per la gagliarda e brancaleonesca truppa di giovani emergenti di una new wave del fumetto con meno ideali e struggimenti rispetto ai grandi nomi che l'avevano preceduta, ma con infinito argento vivo in corpo e nella testa.


Si piratava di tutto: gli stand alle Fiere, gli ingressi alle Fiere, intere pubblicazioni straniere, idee, modi di fare, identità.


Lollo era - per acclamazione - il capitano di questa ciurma di pirati, per meriti di età e di curriculum, e soprattutto di saggezza.


Lui non piratava nulla, lui creava, e con suo sorriso sornione vegliava su tutti, spingendoli dal territorio dell'entusiasmo e del plagio, a quello del professionismo e dell'idea originale.


Lollo, insieme al disegnatore Andrea Domestici, aveva creato e realizzato "Arthur King", con il notevole contributo di Saverio Tenuta ai pennelli.


Una quasi parodia e citazione di Nathan Never si era evoluto da subito in un fenomeno di culto, con vendite notevolissime per l'epoca e che nel mercato odierno sarebbero da capogiro anche per diversi editori blasonati.


All'epoca era il modello da assorbire, per avere altrettanto successo.

E quindi ci si ritrovava tutti al suddetto "Infinity Shop", prima fumetteria italiana cool, rispetto ad una concorrenza forse fornitissima ma ancorata ad un modello di "vendo-compro fumetti usati" o di grande magazzino.


Iniziai a frequentare l’Infinity Shop nella sua sede di via Suor Maria Mazzarello - dall'altra parte di Roma rispetto a dove io abitassi, ma era IL posto da frequentare.


Perché c'erano Lollo e Andrea e Saverio che al bar di fronte discettavano di fumetti, di come bisognava rivoluzionare il modo di farli.


Me li ricordo attorno ad un tavolino di ferro, con il frigorifero delle bibite che li inondava di neon, piccoli e con la loro matita come fionda, che si prendevano la responsabilità di attaccare un mondo di giganti.

Andrea Domestici che criticava Simon Bisley perché "faceva cose sempre uguali e senza anima" e la scuola Disney italiana, che costringeva a schiavitù i suoi autori e ne uccideva la personalità artistica.


Saverio Tenuta che pensava a come invadere l'America, l'Italia troppo piccola per lui.


E Lollo, che infiammava con le sue storie questi sogni di conquista.


E poi c'era Gianni Tarquini, Claudio Bispuri, Roberto Recchioni, Raffaele Fernicola, Francesco Cinquemani, Pasquale Ruggiero, Claudio Curcio, c'erano tutti, c'eravamo tutti.



 

E la sera, visto che le ore e ore e ore di chiacchiere e di commenti e di progetti spesso non erano bastati, ci si spostava da "Donato", pizzeria trattoria dell'Appio Tuscolano, seconda casa di Lollo che abitava là vicino e che per motivi familiari preferiva rimanere in zona.


 

La pizza di Donato era famigerata per lasciare sul fondo del piatto una massa oleosa nera petrolio, ma è stata imprescindibile testimone di serate mangerecce con il gotha del fumetto internazionale, ospite della fumetteria di Gianni Tarquini.





Tra i tanti: Joe Quesada e Jimmy Palmiotti, all'epoca brillanti outsider del comicdom americano, attualmente - rispettivamente - Chief Creative Officer della Marvel e scrittore senza freni per la DC Comics; Bryan Talbot, mastro fumettista inglese; Paul Chadwick, poeta del comic book; Charles Vess contemporaneo miniatore del fumetto popolare.


Se fossimo stati dei musicisti, sarebbe stato come suonare insieme ai Rolling Stones, a Bruce Springsteen, ai Queen, ai Beatles.


E se vogliamo mantenere un paragone beatlesiano, in effetti l'Infinity Shop è stato il nostro Cavern Club.
"Donato", per quanto il paragone possa suonare buffo, il Top Ten Club della scena romana del fumetto anni 90.

 

 


Non possiamo dire che la successiva trasferta americana alla San Diego Comicon del 1996 abbia avuto le stesse ricadute di quella beatlesiana all'Ed Sullivan Show.


Però fu lo stesso qualcosa di storico. Per la prima volta, poco organizzati ma con un comune sentire, una massa cospicua di fumettisti e fumettari da tutta Italia andava a presentare i propri lavori, come book o proprio come pubblicazione americana, nella più grande convention di fumetti del mondo.


C'erano vari rappresentati degli editori italiani, come Alessandro Ferri e Francesco Cinquemani, artisti affermati come Paolo Parente e Davide Fabbri, una rappresentanza dello "Shock Studio".


Lollo e Saveria Tenuta presentavano "Dolls", stampato dalla Sirius.

 

 


Io ero partito senza alcuna ragione particolare, se non per qualche spinta istintiva.


Bisogna dire che la massa italiana più che un grande movimento artistico, pareva - quando si muoveva per locali di San Diego - una versione a fumetti di "Vacanze in America" di Carlo vanzina.


Un bel ricordo che ho - e la foto per ora dispersa - sono io capellone, vestito perfetto da pompiere (cosplay a disposizione come autopromozione del fumetto "Ash" di Quesada e Palmiotti), con Lollo che mi solleva in aria, in mezzo ai corridoi del Convention Center.


Un altro meno bello ricordo che ho, è Alessandro Ferri che organizza la fuga senza pagare da un Grill Bar, mentre io ero al bagno, e solo l'intervento di Lollo che li riporta indietro mi salva dalla mazza da baseball del padrone del ristorante.


Cosa rimane editorialmente, della trasferta americana? Poco, forse nulla.


Essendo il mio ruolo principalmente di osservatore non so dirne i motivi personali e precisi, ma forse questa improvvisa accelerata di successo, questa massa di responsabilità piovuta improvvisamente addosso, non fu facile da gestire per molti artisti.


L'America aveva spalancato le porte all'Italia, ma l'Italia le richiuse e lasciò solo un piccolo spiraglio.


Joe Quesada si era offerto di portarci alla conquista del comicdom con lui, ma gli fu in pratica risposto "no grazie, Joe, un'altra pizza da Donato anche volentieri, il resto, dai parliamone, vediamo."


Nel frattempo, a me (relativamente) giovane lettore, Lollo continua a stupire e meravigliare, non solo per quello che scrive, ma come lo scrive.


Il romanzo "Bambole", scritto dal giapponese Akira Mishima ed edito in Italia da Fanucci, spopola tra le recensioni dei critici letterari, conquista le colonne della Cultura di tutti i quotidiani, settimanali e mensili e viene presentato come uno dei gioielli del contemporaneo cyberpunk, perfetta summa della sensibilità futuristica nipponica.


Ma Akira Mishima non esiste. È Lorenzo Bartoli, sotto pseudonimo.


È un lunghissimo, interminabile anno, il 1996.

Per la Magic Press, esce - scritto da Lollo e disegnato da Alessandro di Paolo e da Saverio Tenuta - "Millennio". È un’eccezione nel catalogo della casa editrice, dedicato al 99,99% ad adattamenti di opere straniere.


Il ricordo, la sensazione, di quegli anni, è che Lollo È L'autore. È il "ragazzo prodigio", il nome sul quale puntare per vendere. Se c'è lui di mezzo, si può fare. Anche perché è l'apripista di una nuovissima generazione di autori, che non sta chiuso in casa ad eseguire il lavoro commissionato dall'editore.


Lollo propone, va in visita, lancia idee, discute di numeri di vendita, di modi di vendita, insiste e rompe, quando l'editore tentenna. Alle fiere è istrionico e gigioneggia col pubblico. È un modello ovvio, oggi; all'epoca qualcosa di inaspettato.


Nel frattempo si è diventati tutti un po' più professionisti. Nel 1998 io lavoro già in pianta stabile per la Magic Press, mi trovo in redazione quando viene pubblicato dalla casa editrice dei castelli, "Morrigan", epopea celtica in salsa nostrana - à la “Slaine” di Bisley - scritta da Lollo e pennellata da Tenuta.


Il potenziale è immenso, il lato umano un po' meno. Varie beghe personali, incomprensioni, tra l'editore e gli autori, tra gli autori stessi, mantengono sotto tono la visibilità del volume.


Sulla fine degli anni '90, un po' tutti litigano un po' con tutti, almeno sulla scena romana. Non si distrugge solo, ovviamente cambiano le accoppiate e se ne formano di nuove e più proficue.


Lollo è di casa all'Eura; con Roberto Recchioni e una foltissima crew, Luca Rossi, Fabrizio Spinelli, “Leomacs”, Luca Bertelè, Alessandro di Paolo, Stefano Piccoli, Cristiano Cucina dà vita al mondo di "Napoli Ground Zero" e a vari altri progetti.

 

 


Io a quel punto lo sto perdendo di vista. Ho litigato con la Magic Press, lavorativamente mi sono spostato in Rai finendo estraniato dal mondo del fumetto; frequento poco la scena italiana, come lettore e umanamente.


Rivedo Lollo all'inaugurazione della casa nuova di Gianni Tarquini al Quadraro, intorno al 2008. È sposato, ha una figlia splendida che gli ha rubato gli occhi e il sorriso e che lui adora, nel senso proprio sacro del termine.

Mi ci ritrovo subito con lui, con quel suo fare sardonico che da una parte ti abbraccia e ti riscalda e dà un senso alle cose, dall'altra ti canzona e ti rimette al tuo posto.


Cosa fa Lollo professionalmente in quel momento? Un sacco di cose, scrive per chi gli chiede di scrivere, non ha frontiere precostituite. C'è in piedi "John Doe", di cui sento molto parlare, ma non seguo come lettore.


Ho rimesso un piede nel mondo del fumetto, lo riassaporo e ci riprendo gusto.

Nel 2011 ci torno in pianta stabile, rifrequento la banda romana.


Lollo ha aperto ed è socio di un locale a sua immagine, un bar-ristorante-fumetteria, dove ricreare in maniera esponenziale quel miscuglio di cervelli, pazzia e genialità dell'Infinity Shop e di "Donato".


Inizialmente funziona, attorno al "Books&Brunch" ruota la meglio gioventù della scena fumettistica della Capitale, notevolmente aumentata rispetto agli anni '90, anche grazie al fatto che Lollo si è dedicato moltissimo all'insegnamento presso le scuole di fumetto.

 

 


Ma non solo giovani. Sono tutti i professionisti che insieme a Lollo si trovano a loro agio, sono interessati ad un suo punto di vista, o anche solo alla sua compagnia.


Lollo ripiazza un colpo dei suoi, e tramite campagna social, crea il fenomeno di "Lontre in Amore", immaginifico quanto inesistente pamphlet accreditato a "F.D. Erwin", ovviamente sempre lui sotto pseudonimo.

 

 


Circa 1000 copie vengono vendute in pochi giorni, esaurita la tiratura. Io ne compro due.


Ma non è tutto rosa, anzi c'è moltissimo grigio. Il Books&Brunch chiude. Non riesco più a cogliere l'essenza di Lollo, mi guarda coi suoi occhi quasi trasparenti quando mi parla, c'è un immenso affetto d'amico, tutti i ricordi potenti che mi legano a lui, ma non riesco più ad afferrarlo come prima.


Lollo che ha sempre sorriso sardonico, mi pare sorrida un po' triste, e questo - a pensarci ora - mi fa un po' paura.


Mi trovo a leggere il n.10 dell'ultima stagione di John Doe, e mi trovo frastornato, disorientato,  da questa apertura totale del cuore di Lollo, che racconta - nascostissima da una copertina action di lotta contro un robottone -  la sua vita, la sua intimità, i suoi dolori, la sua famiglia, la sua forza.


È una cosa così grande, per me, per la mia sensibilità, che ho difficoltà ad analizzarla con i canoni della critica fumettistica.


Io mi sono ormai rificcato in pieno nel mondo del fumetto, ma non mi incrocio con Lollo. Lui lo frequenta ormai poco questo mondo, almeno per i ritmi e i rapporti umani bulimici che richiede il mercato contemporaneo.


Scambio con Lollo due chiacchiere su Facebook quando sono Presidente della giuria di Lucca Comics, mi disse che se gli assegnavamo un premio alla carriera avrebbe mandato un indiano americano al posto suo a ritirarlo.


Altre due chiacchiere pochi giorni fa, a proposito dello stato di salute di Frank Miller.


E poi, ieri.


E poi, domani. E dopodomani.