19/10/2019
17/02/2012

AAA Vendesi
cittadinanza

A St. Kitts e Nevis chiunque, se vuole, può comprarsi la cittadinanza. Ecco perché anche gli Stati Uniti dovrebbero dare la stessa possibilità a chi ci si vuole trasferire per lavorare

Slate Magazine (Usa), 17 febbraio 2012

AAA Vendesi cittadinanza

A St. Kitts e Nevis chiunque, se vuole, può comprarsi la cittadinanza. Ecco perché anche gli Stati Uniti dovrebbero dare la stessa possibilità a chi ci si vuole trasferire per lavorare
di Matthew Yglesias


St. Kitts e Nevis è un arcipelago dei Caraibi che ogni tanto conquista un posticino sui giornali, certe volte perché vi si consuma un fattaccio (la rapina - machete alla mano - ai danni di un giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti, tre giorni fa), altre volte per via della sua originale organizzazione burocratica per la concessione della cittadinanza. Cioè: per la ‘modica’ somma di 250 mila dollari chiunque può diventare cittadino "sankittiano"; nessuno chiederà mai al potenziale immigrato nient’altro che il soldo sonante.

E perché mai uno dovrebbe voler diventare cittadino di quell'arcipelago dei Caraibi? Bene, per chi risiede in un Paese in via di sviluppo accedere a una potenziale exit strategy in caso di instabilità politica non è poco. Ad alcuni componenti dell'ex elite politica egiziana, per esempio, non dispiacerebbe l'idea di un'isola dove rifugiarsi. Se questo non vi sembra sufficiente, il sapere che sull'isola non ci sono tasse sul reddito farà il resto.

Per quanto riguarda il vantaggio per l’arcipelago in sé, basti parlare del guadagno che questa strana pratica implica, soprattutto per i residenti, ai quali viene richiesto uno sforzo minimo. E quindi, se a fronte di un ritorno tutto sommato scarso, queste isolette chiedono un prezzo così alto, verrebbe da chiedersi perché mai Paesi dove invece molta gente vorrebbe trasferirsi davvero - come gli Stati Uniti d'America, per esempio - non dovrebbero fare lo stesso.

E’ noto, infatti, che c'è un sacco di gente che vorrebbe andare a lavorare  negli Usa e lo vuole così tanto che gli Stati Uniti spendono 5 miliardi di dollari l'anno per tenerla invece lontano. Ci sono persone che desiderano così tanto il Sogno Americano, che pagano migliaia di dollari ai peggiori criminali per farsi aiutare a passare il confine, sgattaiolando sotto il naso delle guardie di frontiera, dell'immigrazione e delle pattuglie che sorvegliano i confini. E sono in gran parte persone che, se ce la fanno ad arrivare a destinazione dopo un viaggio lungo e periglioso, si troveranno a lavorare senza documenti né diritti.

Di certo chi è disposto a pagare per attraversare una frontiera in modi tanto pericolosi oltre che fuori legge, sarebbe invece felice di pagare qualcosa in più pur di ottenere un permesso di lavoro legale, sicuro e senza rischi. Inoltre, un programma di ‘vendita’ di permessi di lavoro regolari ci darebbe modo di aprire a un più vasto ‘mercato’ di potenziali acquirenti. L'immigrazione illegale negli Stati Uniti guarda necessariamente verso il Messico, per il semplice motivo che è un Paese confinante, anche se il Messico non è un Paese povero, anzi. Considerato il costo della vita, infatti, il Messico è un Paese a medio reddito; i Paesi più poveri dell'America Latina sono quelli che stanno più a sud. Comprensibile, quindi, che sia molto più difficile arrivare in America del Nord dal Perù o dal Guatemala, per non parlare dell'India, che nonostante il momento favorevole, conta ancora centinaia di milioni di abitanti che vivono in condizioni di povertà estrema. Nei Paesi a metà strada tra ricchi e poveri, c’è però molta gente, con una preparazione di base media, alla quale non si addice per niente la condizione di ‘immigrato clandestino’, alla quale non dispiacerebbe affatto trasferirsi negli Stati Uniti - se solo ci fosse un modo legale per farlo.

Ultimamente vi sarà capitato di sentire che Grecia e Portogallo non se la passano benissimo. La rigida logica dell'economia vorrebbe quindi che greci e portoghesi emigrassero verso Paesi più prosperi dell'Eurozona settentrionale, leggi Germania e Finlandia. Ora, per un inspiegabile corto circuito culturale, per l’emigrante europeo Houston - Texas risulta essere più appetibile di Helsinki. Non si è mai sentito, infatti, di grandi flussi migratori attraverso gli oceani per Realizzare il Sogno Finlandese. Vediamo allora quanti sarebbero quelli che vorrebbero emigrare negli Stati Uniti e facciamo due conti: quanto potremmo farli pagare per godere di quel privilegio? La risposta, in entrambi i casi, potrebbe essere ‘assai’.
Michael Clements del Center for Global Development ha sottolineato che la lotteria dei visti per l'Anno Fiscale 2010 del Dipartimento di Stato ha ricevuto 13 milioni e 600 mila domande per 50 mila visti disponibili. Una lotteria che tutti sanno è difficilissima da vincere, per altro in un anno di massiccia recessione. In un altro documento del 2008 Clemens, Claudio Montenegro e Lant Pritchett stimavano che "lo stipendio medio di un immigrato peruviano negli Stati Uniti sarebbe circa 2,6 volte quello che la stessa persona guadagnerebbe in Perù", risultato che vale in media anche per altri 42 paesi per i quali sono stati reperiti dati, anche se è vero che le differenze tra uno stato e l’altro possono essere notevoli (per Haiti, infatti si parla di 7 volte tanto).

I visti sono così richiesti proprio perché sono pochi e perché per l’aspirante immigrato rappresentano un traguardo importante. In uno studio del 2011 per l'Istituto degli Affari Economici, Gary Becker diceva che 50 mila dollari a immigrato potrebbero essere un "biglietto di ingresso" accettabile. Certo si tratta di una somma notevole per un lavoratore a basso reddito, che però potrebbe essere ammortizzata attraverso la concessione di un mutuo, che l'immigrato dovrebbe ripagare in un certo numero di anni. Per questioni pratiche, potrebbe essere meglio organizzare il contrario, e cioè: il Congresso stabilisce un numero di posti disponibili da mettere poi all'asta. Ciò significherebbe cominciare con un piano su piccola scala, col quale le persone potrebbero sentirsi più a proprio agio, e vedere che succede.

Sono portato a pensare che, vedendo gli incassi, grande sarebbe la sorpresa nel constatare quanto i candidati sarebbero disposti a offrire e non mi stupirei nemmeno di un maggiore sostegno pubblico all'immigrazione. Quanto incassato potrebbe essere spartito tra Governo Federale e governo locale dell'area nella quale l'immigrato intende trasferirsi. Persone disposte a pagare per avere il privilegio di lavorare negli Stati Uniti non dovrebbero mancare. Un sondaggio di Gallup parla di 700 milioni di persone al mondo che vorrebbero emigrare in genere, 165 milioni dei quali hanno scelto gli USA come meta preferita.
Diciamo che i rimanenti 535 milioni ci sceglierebbero magari come seconda opzione, per non parlare di molti altri che, magari, vorrebbero lavorare da noi per qualche anno per poi tornare a casa, in famiglia, e godere del costo della vita inferiore nel paese d’origine. Certo ciò potrebbe implicare che degli americani perdano il posto, ma l’arrivo di nuova gente potrebbe d’altra parte dare nuovo impulso alla creazione di nuova occupazione, dal momento che chi arriva avrebbe bisogno di casa, vestiti, cibo, trasporti e così via.

Il potenziale introito erariale derivato dalla vendita dell'accesso al mercato del lavoro americano - a mio avviso – non servirà nell’immediato per leggi sull'immigrazione più liberali. Ma potrebbe costituire un buon punto di partenza. Gli americani si sentono sotto assedio, ma varrebbe la pena notare che uno dei problemi che pesa di più sulla coscienza nazionale – i tanti stranieri che muoiono dalla voglia di venire a lavorare da noi - dovrebbe essere considerata una risorsa. Se nell’immaginario collettivo oltreconfine l'America fosse un postaccio, il problema dell'immigrazione illegale sparirebbe, ma noi non staremmo meglio. Noi, che siamo nati cittadini degli Stati Uniti, siamo seduti su una miniera d'oro ben più ricca di Saint Kitt & Nevis, qualsiasi sia lo loro offerta. Perché non iniziare a sfruttare tanta ricchezza?

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