20/10/2019
17/11/2012

Voci prigioniere

STAMPA ESTERA - Quegli scrittori in carcere che nessuno può far tacere. Di Robert Coalson

Radio Free Europe, 16 novembre 2012



"Quando il cuore batte forte per i diritti di un altro essere umano. E' lì che inizi a cadere, è lì che iniziano gli interrogatori... Quando trovi la fiducia nell'altro e credi nell'umanità e nient’altro. E’ quella la tua prima colpa".

Questa lettera l'ha scritta Shiva Nazar Ahari a un altro detenuto come lei. Shiva è una giornalista, blogger e attivista iraniana di 28 anni in prigione da settembre; dovrà scontare una pena di quattro anni perché accusata di aver "dichiarato guerra a Dio" quando, nel 2009, ha partecipato alla rivolta contro la rielezione del Presidente Mahmud Ahmadinejad. Ma è da quando aveva diciotto anni che entra ed esce di galera; nel 2010 è stata infine condannata a 74 frustate e sei anni di carcere, pena ridotta in appello a quattro. 

La Ahari è solo una delle centinaia di scrittori e giornalisti in carcere nel mondo, ai quali l'ong londinese PEN dedica una giornata ogni anno, il 15 novembre. "Durante la Giornata Mondiale dello Scrittore in Prigione le nostre sedi di tutto il mondo ricordano i giornalisti e gli intellettuali in carcere" dice Cathy McCann, ricercatore specializzato in Asia e Medio Oriente per l'associazione londinese. "La nostra campagna compie trentun anni quest'anno ed è uno dei nostri appuntamenti più importanti".

Il 15 novembre, dalla Svezia al Sud Africa, dal Malawi al Quebec la giornata viene scandita da letture dai testi e dagli articoli degli intellettuali in carcere. Quest'anno la giornata era dedicata a paesi che destano particolare preoccupazione. "Iran, Filippine, Messico Turchia ed Etiopia, paesi che teniamo d'occhio da molti anni" aggiunge la McCann. 

Solo nella prima metà del 2012 la PEN si è occupata di 156 casi di autori condannati e di 132 sotto processo o indagati, ma sono molti di più quelli che vengono continuamente minacciati, perseguitati, picchiati e assassinati.  Solo pochi mesi fa, a luglio, il blogger etiope Eskinder Nega è stato condannato a diciotto anni in seguito a discutibili accuse di "terrorismo". Un anno fa Nega aveva scritto: "Le nostre parole sono l'impegno a servire verità, giustizia e democrazia. E non ci faremo intimorire. La democrazia è il destino comune dell'umanità. Dopo un lungo cammino, l'incontro dell'Etiopia con il destino è a un passo. Siamo quasi 
arrivati. E saremo liberi".

"Suonavano per quelli che su sentieri muti continuano a cercare,
per gli amanti con la solitudine nel cuore e storie troppo personali,
per ogni anima gentile e innocua ingiustamente rinchiusa in una prigione.
Su di loro vedevamo la luce forte delle campane della libertà"
.

Nulla meglio di questi versi di "Chimes of Freedom" di Bob Dylan poteva chiudere la giornata.