21/10/2019
28/11/2012

Il “vino di Mandela”

In un angolo assolato della prigione di Robben Island, dove era rinchiuso Nelson Mandela, c’è ancora il suo orto, tristemente abbandonato alle erbacce. Ma lungo il muro… Di Andrew Harding, corrispondente dall'Africa per BBC

Degustazione dietro le sbarre


I turisti che arrivano col traghetto da Città del Capo ci passano davanti e lo degnano appena di uno sguardo. Non ricordano che per Mandela quell’orticello aveva un valore particolare. Per capirlo basta entrare nella minuscola cella dove l'icona delle icone sudafricane ha passato 18 anni della sua vita, isolato dal mondo e solo, a guardare attraverso le sbarre un cortile stretto tra alte mura. Su quella striscetta di terra, oggi appena macchiata di verde su uno sfondo di foglie ingiallite, Mandela coltivava file di pomodori e peperoncini. 


"Una tra le poche cose che mi lasciavano fare in prigione era coltivare l’orto. Sapere di essere il custode di quel fazzoletto di terra era l’unico modo per conservare il sapore della libertà" scriveva Mandela nella sua autobiografia, “Il lungo cammino verso la libertà”, che, per inciso, nascondeva sotto terra proprio in quell’orto, per tenerla lontana dalle mani delle guardie. 

Resistenza
Oggi, erbacce e ciò che resta di un melo ormai quasi marcio, denunciano la presunta cattiva gestione e la corruzione che hanno lasciato per anni Robben Island a un destino di abbandono. Ma lungo uno dei muri, incastonate in un’insolita cornice di tenacia, rigogliose foglie di un verde intenso sfidano il seccume circostante. Due filari di vite.  "Crescono ancora rigogliose, incuranti di quanto aspre siano le condizioni sull'isola. Un simbolo della resistenza di chi era rinchiuso dietro queste sbarre" dice Philip Jonker, produttore di vino sudafricano che con un paio di colleghi pota con mano attenta le due viti. Sono passati sette anni da quando, in gita con la famiglia, Jonker si era accorto che ancora crescevano nella prigione. 


Non è chiaro se fosse proprio Mandela a prendersi cura delle vigneto o se le piante siano state piantate poco dopo il suo trasferimento in un altro penitenziario sulla terra ferma. Resta il fatto che per Jonker le viti di quest’isola, sette piante in tutto, sono patrimonio storico della prigione, un momento della storia sudafricana sigillato in una curiosa bolla spazio-temporale. Ha aspettato quattro anni prima di ottenere il permesso ufficiale di prendersene cura di persona. L’anno scorso è anche riuscito a portare alla cantina dei Weltevrede il primo raccolto, dopo che i precedenti erano stati abbandonati al saccheggio degli uccelli. 

Pur volendo per un attimo dimenticare i titoli di giornale che parlano di paghe da fame e condizioni di lavoro terribili nell'industria vitivinicola sudafricana, il sospetto che si tratti dell'ennesimo imbarazzante modo di raschiare il fondo del barile e sfruttare il 'marchio' Mandela viene lo stesso. Ma non è così. Anche se alla Weltevrede un pizzico di pubblicità non dispiace. "In questo lavoro Mandela è mio padre" dice Jan Blaauw, con un bel sorriso largo mentre con Jonker porta via un fascio di tralci secchi. La regolarità con cui Jonker e i suoi arrivano sull’isola traspare dal contrasto tra le piante di vite, curatissime, e l'abbandono circostante. "A Mandela noi dobbiamo tutto. La libertà in assoluto. Questo è il mio modo per ringraziarlo di quello che lui ha fatto per me" dice Blaauw. 

Trenta braccianti di Weltevrede si sono visti assegnare piccole porzioni di vigna nell'ambito di un programma di potenziamento economico per la valorizzazione del retaggio dell'aparteheid. I ricavi della produzione di vino vengono spartiti tra la società cui partecipano i lavoratori, un’associazione locale e un'organizzazione di sostegno per le famiglie di ex detenuti politici di Robben Island in difficoltà. Certo, non è che si spartiscano chissà quali cifre, detto tra noi...

Il Manoscritto
Una volta in cantina, in una vallata meravigliosa tra le montagne, Jonker annusa e assaggia un po' di bianco frizzante Methode Cap Classique non ancora completamente fermentato. C’è già una fila di sedici bottiglie di bianco da dessert pronte e ci si aspetta di riempire almeno 94 magnum di spumante. Non si sa ancora quale sia il vitigno che cresce su Robben Island, anche se Jonker si fa garante della sua alta qualità. Giù in cantina i colleghi sono tutti d’accordo con lui e ne condividono l'entusiasmo. "Tutto questo in nome dei nostri figli. E’ un’esperienza straordinaria, perché posso andare in giro a dire che sono il proprietario di un vigneto e che faccio il vino. Anzi, che lo faccio per Mandela in persona, l’uomo che ci ha insegnato a guardare sempre avanti senza voltarsi" aggiunge Maggie Kawula in piedi vicino a un filare di Pinot Nero di proprietà del trust. Tra un annetto saranno pronti i magnum, se tutto va per il verso giusto; il bianco frizzante, che si chiamerà The Manuscript, Il Manoscritto, in onore dell'autobiografia che Mandela teneva nascosta sottoterra nell'orto, sarà proprio buono. "Tra cinquant’anni o magari cento quelle viti ci saranno ancora, monumenti viventi ai tempi in cui i nostri grandi leader erano prigionieri su Robben Island". Ed è così che ci saluta Mr Jonkers