25/08/2019
17/12/2012

Corea del Nord
l’ora delle donne?

STAMPA ESTERA - L'economia nordcoreana arranca; le donne si sono quindi trovate in prima linea nella gestione della famiglia, perché ora sono loro che portano il pane a casa. Anche se molto deve ancora cambiare. Di Tania Branigan

The Guardian (Regno Unito), 11 dicembre 2012


La mamma di Lee Young-le aveva sempre un aspetto curato e, cascasse il mondo, per lei la cosa più importante era sempre il marito. Al secondo posto nella sua scala di valori c’era non mostrare mai preoccupazione, anche quando le cose non andavano come avrebbe desiderato. Anche Lee Young-le è una che ci tiene a essere sempre in ordine, ma le affinità tra le due donne finiscono qui. "Mia madre non ha mai mostrato né felicità né tristezza" dice la donna, poco meno che cinquantenne. "Se qualcosa non va, invece, io faccio sentire le mie ragioni. C’è maggiore apertura, mostrare i propri sentimenti più intimi non è più considerato sconveniente". 

L’economia nord-coreana allo stremo ha costretto le donne, già cariche del peso di  dover tirare avanti, a nuove pressioni e difficoltà. Ma c’è un fenomeno nuovo: il contributo di alcune all'economia familiare è sempre più forte; per questo motivo le donne stanno conquistando una maggiore e insolita forza sociale. "Gli uomini non guadagnano più abbastanza per dare da mangiare ai figli; ora tocca a noi" dice Lee. "E' la madre che si occupa di pagare la retta per la scuola, i vestiti e il cibo dei bambini. Se fosse per gli uomini, le donne dovrebbero essere sottomesse e basta. Ma dal momento che ora si tratta di mangiare o no e di soldi che non bastano mai, gli uomini non possono più dire nulla". 

La cultura nordcoreana è per tradizione patriarcale. La dinastia Yi, che ha governato fino all'inizio del XXesimo secolo, ha imposto finanche maggiori restrizioni al mondo femminile, in applicazione dei principi del pensiero confuciano. "Una donna virtuosa doveva per tutta la vita essere devota e obbediente nei confronti dell’uomo; obbediva al padre fino al matrimonio, per poi doversi sottomettere al marito. Se quest'ultimo veniva a mancare, la donna diventava automaticamente succube del figlio maschio. Subordinate e prive di ogni potere, le donne sono rimaste sempre indietro rispetto agli uomini, nel rispetto di una complessa gerarchia sociale"  spiega Park Kyung-Ae, docente di scienze politiche e direttrice del Centro per la Ricerca sulla Corea dell'Università della British Columbia.

Quando il paese fu diviso in due stati distinti, i leader della Corea del Nord si impegnarono per l’emancipazione femminile, che nel giro di poco tempo portò  uguali diritti, legali e sociali, per la donna. Aumentarono le opportunità e la società si fece carico della cura dei bambini e della famiglia, con asili e lavanderie pubbliche, in modo da permettere alle donne di lavorare fuori casa. Nonostante ciò le donne continuavano a guadagnare meno degli uomini e ad avere minore potere politico. Quando l'economia nazionale ha iniziato a rallentare sono arrivati altri cambiamenti, la difficoltà a mantenere la famiglia con gli stipendi di stato e il continuo incepparsi della catena di distribuzione del cibo. Le donne hanno dovuto quindi escogitare nuovi modi per portare il pane a casa. Alcune hanno iniziato a svolgere lavoretti entro le mura domestiche, come cucire per altri; altre hanno aperto piccole attività commerciali senza il peso dello stigma sociale, visto che per un uomo è ancora giudicato sconveniente vendere cose al mercato. 

Gran parte dei giovani ha un lavoro, ma gli stipendi sono tanto infinitesimali quanto pagati saltuariamente. Il marito di Lee guadagna 3000 won al mese, che, considerato il continuo fluttuare del reale tasso di cambio della valuta coreana, basta fra sì e no a comprare 3 kg di mais. Lo stipendio arriva di solito ogni tre mesi; come molti altri Lee ha scoperto che non vale proprio la pena avere un lavoro ufficiale, visto che per 10 mila won il mercato nero offre un’infinità di altre opportunità. E poi c'è Lee, che lungo il confine con la Cina compra carne, frutta e riso che rivende in giro per la Corea, procurandosi i permessi che le servono per il trasporto con stecche di sigarette. E’ un lavoro richiede abilità, conoscenze e coraggio; potrebbe perdere molto denaro e indebitarsi, se le cose andassero male, ma potrebbe anche dirle bene e guadagnare 100 mila won in un batter d’occhio. Lo stress che accumula nello svolgere questa attività sparisce quando torna a casa e riabbraccia il figlio, dice Lee, che pensa a sua madre e suo fratello, che quasi non si rivolgevano la parola... "Sono io che lo mantengo, per questo mio figlio mi è riconoscente e mi dà retta" spiega.

Avere la possibilità di entrare in Cina può essere ancora più redditizio; sgattaiolare fuori dalla Corea del Nord è più facile per una donna. La destinazione preferita è Yanji, che si trova a due passi dal confine ed è abitata da una grossa comunità di etnia coreana. E' proprio a Yanji che Lee incontra la reporter del Guardian, in un luogo sicuro, perché rischia deportazione e punizioni severe se fosse identificata. Alcune donne coreane – nubili, ma anche no – vanno a vivere con cinesi che invece non trovano moglie tra le connazionali. Altre, come la nostra signora Lee, fanno le badanti per l’equivalente di 200 sterline al mese, una cifra che risolve parecchi problemi a casa, anche su 'chi comanda'. "Se guadagniamo noi, siamo anche noi a decidere" dice Lee. "Prima, comandavano i maschi. Oggi hanno perso potere e faccia". L’uomo che non ce la fa a mantenere la famiglia conosce anche l’umiliazione sociale, perché rischia di essere sbeffeggiato con l’appellativo di “inutile come una lampadina di giorno”, spiega la professoressa Park. 

Ma come ogni cambiamento, anche questo ha un prezzo. "Le donne avranno sì conquistato maggiori diritti, ma anche una vita più pesante" precisa un'altra coreana che lavora a Yanji. "Resta il fatto che sono le donne a muovere parecchia dell'economia nazionale. Qui in Cina, per dirne una, gli uomini lavorano e le donne rimangono a casa ben accudite. Da noi le donne se la passano ancora e comunque peggio".  Secondo la Park il peso sulle spalle delle donne è infatti raddoppiato, visto che si trovano a dover lavorare tanto fuori che dentro casa. Sono aumentati i casi di violenza sessuale, il traffico di esseri umani per sfruttamento sessuale e il numero dei divorzi. Ed è anche vero che rimane un velo di scetticismo nei confronti del ‘maggiore peso politico e sociale’ della donna coreana, visto che molte emigrano e che quelle che rimangono non hanno forza sufficiente a una mobilitazione collettiva. "Le donne sembrano accettare, senza opporre grandi resistenze, il luogo comune che in casa debbano comandare gli uomini mentre le mogli si occupano delle faccende domestiche" spiega la Park. Non resta che sperare che alla lunga la maggiore consapevolezza dei propri diritti possa incoraggiare sempre più donne a pretendere cambiamenti più incisivi. "E’ dura, ma è comunque meglio così" conclude Lee. "Prima, le donne coreane erano deboli, ora combattono in prima persona. Per vivere".