18/09/2019
27/10/2011

I cinesi
che fanno
vino

Allo 'Yantai International Wine Festival' uno straniero costretto a imparare una lezione... Di Evan Z. Hall, giornalista americano che scrive per la “Beijing Review”

Beijing Review, 10 ottobre 2011


Un paio di cose per cambiare idea sui cinesi che fanno vino

Allo Yantai International Wine Festival uno straniero costretto a imparare una lezione...
di Evan Z. Hall, giornalista americano che scrive per la “Beijing Review”


Quando mi hanno invitato al 'Festival Internazionale del Vino' (23-26 settembre), nella provincia di Shandong, nella Cina Orientale, ho pensato - e mi sbagliavo - che sarei finito a bere birra a Qingdao, patria della TsinTao che tutto il mondo conosce.
Temevo infatti il solito errore di traduzione, che provo a spiegare: l’ideogramma cinese 'jiu', che significa primariamente "alcool", viene tradotto spesso con "vino", anche se per quest'ultimo in occidente si usa un termine che si riferisce specificamente alla fermentazione dell'uva e che deriva dal latino 'vinum', stessa radice di "vigna".

Per coloro che non fossero iniziati alla cultura del bere cinese: la potenziale confusione tra "vino bianco" e “baijiu”, "alcool bianco" può rappresentare più di un  mero inghippo linguistico, specialmente quando uno capisce “alcool che deriva dalla fermentazione di uve bianche” e si trova invece a bere il distillato tradizionale di sorgo, col notoriamente formidabile contenuto di alcool compreso tra i 40 e i 60 gradi.
Precedenti esperienze col ‘vino cinese’ mi avevano indotto a credere che festival dedicati a “jiu”, che non fosse “pijiu” - e cioè "birra" - nello Shandong fossero impensabili. Ma una serie di sorprese erano in agguato, belle e pronte per sanare la mia ignoranza.

Segnali di fumo…
Per quanto possa dire di conoscere abbastanza la cultura cinese, ho fatto un primo errore dando per scontato che lo Shandong, terra che ha dato i natali anche a Confucio, fosse famoso solo per la birra.
I suoi abitanti sono infatti prodigiosi bevitori, con un innato talento per l'assorbimento dell'alcool ben più antico dell'introduzione della birra lager occidentale.
Insomma, è così che invece di finire al temuto “oktoberfest di Qingdao”, sono finito a Yantai, a 211 km a nord est, dove si è tenuto un vero e onesto Festival del Vino.
 
Yantai si trova sulla punta della penisola dello Shandong, ed è una città da sempre centro di scambi commerciali e culturali. Insieme con Dalian, nel Liaoning, è la porta del Mar Giallo. La parola Yantai è formata da due ideogrammi, "yan" - fumo, e "tai" - piattaforma, nel senso delle torrette per l'avvistamento dei pirati. La torre di guardia è circondata da consolati che stanno lì dai tempi della Dinastia Qing (1644-1911); alcuni di essi, quelli di Regno Unito, Stati Uniti, Giappone, Francia, Danimarca sono stati trasformati in musei. Tutti tranne quello tedesco, che è andato perduto in un incendio.

Per quanto abbia subito influenze coloniali e l'occupazione in tempo di guerra, Yantai non è mai stata una concessione né territorio ceduto a una potenza straniera, come successo, per esempio, a Shanghai. Ciò significa che si tratta di una città multiculturale, che presenta e conserva caratteristiche uniche. E quindi, tali elementi storici distintivi e cosmopoliti hanno creato anche un ‘terreno fertile’ …adatto all'impianto di una fiorente industria vitivinicola. Appunto.

Il clima è quello giusto, con una temperatura media annua di 11,8 gradi centigradi, con solo 7 giorni l'anno sotto zero; latitudine e clima, insomma, simili a quelli della regione di Bordeaux. Tanto che nel 2008 i famosi Berry Brothers & Rudd hanno previsto che nel giro di 50 anni, anche in considerazione delle attuali tendenze del cambiamento climatico, la qualità del vino cinese potrà fare concorrenza a quello di Bordeaux. …Bordeaux in Francia. Certo, se paragonato alla durata della vita umana, potrebbe sembrare un periodo lungo, che però è un niente nella lunga storia del vino, o della Cina, o del vino in Cina.

Radici europee, radici locali
A Zhifu, un distretto di Yantai, nella sede originaria dell'Azienda Vinicola Changgyu, c'è il Museo della Cultura del Vino. Ci ho incontrato Jean Pierre Surducan, un sommelier francocanadese del Quebec, a Changyu da quattro anni, ma da molto di più a Yantai. Pierre mi ha raccontato la storia dell'Azienda Vinicola Changyu e mi ha liberato dai (molti) preconcetti sulla capacità dei cinesi di fare il vino, a partire dalla mia falsa convinzione che la coltivazione della vite e l'apprezzamento del vino siano fenomeni recenti, comparsi solo dopo l'apertura, con conseguente sviluppo economico, degli Anni '80.

E infatti la storia della viticultura cinese è ben più antica. La Changyu Pioneer Wine Ltd è la cantina più antica e più grande di tutta la Cina. E' stata fondata nel 1892 da Zhang Bishi, diplomatico cinese oltreoceano. Negli anni ha attraversato periodi turbolenti e processi, pur rimanendo salda al primo posto tra i produttori di vino del paese. Nel 1894 fu costruita la Gran Cantina, sopra la quale oggi si trova il museo. Nel corso della sua storia ha conosciuto ampliamenti e restauri, e oggi è un vero trionfo architettonico: 2000 metri quadri di superficie, sette metri di profondità, pavimento a un metro sul livello del mare. Senza contare che dista dal mare un centinaio di metri o giù di lì. Tali caratteristiche consentono di mantenere temperatura e umidità costanti, fondamentali per i delicati processi di fermentazione, per le migliaia di botti di quercia allineate e per i tre depositi di vino più grandi di tutta l'Asia.

Nella vigna del signor Zhang
Nel 1915 Zhang andò negli Stati Uniti per l'Esposizione Panama Pacific di San Francisco. Con l'occasione visitò 22 stati e viaggiò per 10 mila miglia prima di tornare finalmente a casa, con campioni di 2000 piante. Si trattava, però, di viti poco dolci e più della metà marcirono prima del raccolto. Un altro carico di 640 mila piante importate dall'Europa andò incontro allo stesso destino, con pochissime sopravvissute.
 
Un enologo e viticoltore belga, tale Mr Balboa, osservò che le viti straniere non avevano alcun tipo di difesa nei confronti di un insetto che attacca le radici, tipico della provincia dello Shandong. Il problema fu risolto con un innesto delle radici di una varietà di vite bianca, originaria della Cina nordorientale, con vitigni rossi europei. Nonostante le viti cinesi producessero frutti amari, l'ibrido ("Cabernet Gernischt") è ricco di zuccheri e resistente al freddo, ai parassiti delle radici e altre malattie. Poi la ruggine distrusse le piante francesi dalle quali sono derivate le Gernitsch, che oggi è il vitigno tipico cinese.

Grappoli di conseguenze 
La più marcata differenza con la tradizione europea va cercata nelle sfumature della cultura del bere in Cina, dove non svuotare completamente il bicchiere dopo un brindisi può comportare la perdita della faccia. E' qui che l'entusiasmo cinese trionfa sul protocollo europeo. Resta il fatto che vedere qualcuno che svuota un bicchiere di vino in un sorso o due genera un certo disagio anche in un rozzo yankee come me, abituato a sentirsi rimproverare dai genitori ad ogni cena di Ringraziamento per aver tracannato il vino tutto di un fiato. Pensavo che il raffinatissimo sommelier francocanadese sarebbe stato d'accordo sul fatto che il vino va sorseggiato con lentezza e non ingollato con la stessa foga con la quale si potrebbe buttare giù un bicchiere di "baijiu" (‘alcool bianco’), con conseguente rito del "ganbei" (‘fino a vedere il fondo’). Lo pensavo, cioè, finché il signor Surducan in persona mi ha detto, col suo delicato accento quebecois, "Quando sei in Cina, fai come fanno i Cinesi" e ha fatto, appunto, come loro...

Vicino a Yantai c'è Penglai, città che prende il nome dalla mitica montagna dalla quale gli Otto Immortali del Taoismo intrapresero il loro viaggio per mare. Tra i molti reperti in mostra nel Padiglione di Penglai, c’è un pannello che ritrae gli Otto Immortali in stato di gaia intossicazione etilica, sdraiati su sedie e pavimento. Se l'antico vino dello Shandong ha potuto far ciò con gli Otto Immortali, l'effetto della roba moderna su un comune mortale non può che essere peggiore.

E anch’io non dimenticherò mai quanto imparato a Yantai, a parte certi aspetti della vicenda enologica, che è meglio rimangano sepolti dall'oblio...

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