19/06/2013
16/12/2011

Canta che
ti passa...
o ti viene

Breve viaggio nella “musica di protesta” dagli USA al Pakistan

The Dawn Pakistan, 15 dicembre 2011

Canta che ti passa. O ti viene
La “musica di protesta” dagli USA al Pakistan. Di Salman Haqqi



Negli Anni '60 negli Stati Uniti fece la sua prima comparsa la locuzione "canzone di protesta". Erano tempi in cui Bob Dylan e Joan Baez, con una  moltitudine di altri musicisti, contestavano la guerra in Vietnam. Con in testa, forse, l'incubo nucleare, Dylan cantava "A Hard Rain Is Gonna Fall - Verranno tempi bui". E tempi bui furono. Di lì a poco ci sarebbero stati Woodstock e Jimi Hendriks, che raccontava al mondo cosa pensava degli Stati Uniti col suo inno nazionale distorto e meraviglioso.
Poi arrivò John Lennon, che cantava ignaro “la felicità è una pistola calda - happiness is a warm gun ", perché ancora non poteva sapere che una fredda sera di dicembre proprio il calore di una pistola gli avrebbe rubato la vita.

 
Certo, da questo punto di vista, il Pakistan è un Paese molto più giovane, e la sua scena musicale lo è ancora di più. I più anziani non saranno d'accordo, ma artisti come Nazia e Zoheb Hassan hanno iniziato a flirtare con la musica pop non prima degli anni '80. Politicamente il Pakistan è stato, d’altra parte, un calderone d’inquietudine e confusione praticamente da sempre. Oltre a preoccuparsi di fare la guerra alla vicina India, le forze armate pakistane si sono sempre comportate come una suocera iper-zelante ogni volta che si doveva occupare dei nostri implumi regimi democratici, che per tutta risposta hanno portato la corruzione a livelli che nemmeno Al Capone...
Alla fine degli Anni '90 politica e musica hanno cominciato a fare a cazzotti, quando Junoon fu accusato di tradimento dal governo di Nawaz Sharif per aver promosso idee apparentemente rivoluzionarie di una pace indo-pakistana, tanto che il gruppo fu bandito dal 1997 al 1999.
E allora Junoon afferrò lo spirito dei tempi e incise una canzone, "Ehtisaab", con i giovani pakistani che si ribellavano contro la sfacciata corruzione dell'elite al potere.

 
Ma l’evoluzione che prevede che i musicisti prendano posizione e si impegnino in politica si direbbe un fenomeno recente. 
Quando Shehzad Roy e Strings si sono esibiti durante la manifestazione del partito Pakistan Tehreek-e-Insaf, il 30 ottobre, è stato come se avessero gridato a voce alta da che parte stavano. Allo stesso modo, quando un mesetto fa è uscito il video di "Aalu Anday", una feroce canzone che prende in giro generali e politici di spicco, come il capo delle Forze Armate Ashfaq Kayani o Zia-ul-Haq o l'ex primo ministro Nawaz Sharif fino all'ex capitano della squadra di cricket Imran Khan, in rete è diventato subito virale. Quella canzone, così tagliente, non era che l'ultimo di una lunga serie di pezzi anti-establishment di altri ben noti cantanti e gruppi pakistani che hanno nel tempo sbeffeggiato e messo alla berlina i papaveri del potere. Gruppi come Laal hanno messo in musica le poesie di Faiz Ahmed Faiz e Habib Jalib, diventati famosi per aver creato arte dal sentimento di sfida. Le televisioni si sono rifiutate di trasmettere la loro canzone “Jhooth ka uncha sar”, perché mossa da un sentimento troppo anti-colonnelli.
In un Paese tormentato dalla violenza del terrorismo e dall'estrema disillusione nei confronti dello stato, la satira è non solo una specie di “sovversione” ma anche catarsi.
 
Molti ritengono che la musica abbia esaurito la sua forza come mezzo di espressione politica, soprattutto perché non è più il veicolo migliore per trasmettere idee politiche. Parliamoci chiaro, da una ventina d'anni c'è internet, e l’input rivoluzionario si è nel frattempo spostato sui social network. Facebook e Twitter hanno alimentato la Primavera Araba prima e il Movimento Occupy dopo; la musica sta solo cercando di tenere il passo, se proprio vogliamo. Magari internet con avrà la stessa carica emotiva della musica, ma la sua immediatezza la rende molto più efficiente.
 
Negli Anni '60 la musica era l’avanguardia della cultura tecnologica: se avevi qualcosa da dire lo incidevi ed ecco che diventava una vera e propria dichiarazione di impegno. Oggi non c'è più il tempo di farlo. Non sei nemmeno arrivato a metà del primo verso del testo che devi raccontare altro, perché la storia nel frattempo è cambiata; stai al ritornello e ti accorgi che Bin Laden l'hanno già ammazzato.
Ci dicono allora che il ruolo della musica è cambiato; io direi piuttosto che è la musica che è cambiata. Da forma d'arte è mutata in una impresa commerciale. La musica di oggi non lancia più slogan che cambiano il modo di pensare come succedeva per la generazione dei folk singer o del punk. Non è più brodo primordiale delle idee, né una comunità per gente che la pensa allo stesso modo, o luogo di contro cultura, né il posto della speranza o della gioia. Non fa più da colonna sonora ai tempi come una volta.

 
Dal canto suo il Pakitan tende a cooptare sentimenti veri di protesta e convogliarli nella Premiata Ditta Libertà. Un gruppo che si è riformato di recente come Entity Paradigm ha pubblicato tempo fa una canzone, "Shor Macha", che è una specie di chiamata per i giovani a scendere in campo. Di primo impatto il video canzone è molto affascinante. All'inizio elenca i problemi della società e i dilemmi che il Pakistan si trova a dover affrontare, poi passa a una riflessione sui gloriosi tempi che furono. Se guardi meglio, però, ti accorgi che dappertutto, piazzato in punti strategici, c'è il logo di Djuice, l'operatore di telefonia cellulare diffuso in molti Paesi asiatici e no. Un po' come se la Goldman Sachs ti venisse intorno con lo slogan "Change you can believe in"...
Ma è un po’ il risultato del modello economico che la musica segue in Pakistan. Senza etichette discografiche propriamente dette, non si può far altro che andare a nozze con gli sponsor delle multinazionali.
Detto ciò, si può però aggiungere un’altra cosa: in questo Paese qualcosa comunque si muove. Qualcosa di tangibile, che c’è e si sente. Sento che la musica sta raccogliendo le forze, perché, che ci piaccia o no "the times they are a-changing", i tempi stanno cambiando, come diceva Dylan.

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