19/06/2013
16/09/2011

La casetta
(e il lavoro)
in Canada

La situazione economica peggiora e gli americani emigrano verso nord, a caccia di maggiori opportunità al di là del confine canadese

Global Post, 8 settembre 2011

La casetta (e il lavoro) in Canada
di John Ferri

La situazione economica peggiora e gli americani emigrano verso nord, a caccia di maggiori opportunità al di là del confine canadese

Toronto - Siamo abituati a sentir dire che qualcuno "è emigrato in America". Il contrario si è sentito poche volte.
Ma lo stato di nervosismo in cui versa l'economia americana sta portando sempre più cittadini statunitensi a cercare migliori prospettive su al nord, oltreconfine. Gli americani sono gli ultimi “rifugiati economici” diretti verso il Canada.
 
Dal discorso di giovedì (8/9), ci si aspetta che Barack Obama affronti la questione della necessità di un' immediata spesa di stimolo per creare posti di lavoro e migliorare la situazione infrastrutturale. Ma saranno riforme difficili da realizzare. I Repubblicani, che hanno la maggioranza nella Camera dei Rappresentanti, hanno tenuto testa ad ogni tentativo di dare nuovo impulso all'economia attraverso un aumento della spesa.
E con la vita che sta diventando più difficile negli Stati Uniti, gli orizzonti canadesi sembrano più luminosi.
Secondo le autorità canadesi, il numero dei cittadini americani che chiedono un permesso temporaneo per motivi di lavoro è raddoppiato nel biennio 2008-2010.
A Toronto e a Windsor, la città oltreconfine proprio di fronte a Detroit così  affamata di lavoro, gli avvocati esperti di immigrazione hanno riscontrato un forte aumento dei clienti in cerca di un’occupazione o di residenza permanente in Canada.
  
Siamo di fronte a una rivoluzione di portata storica? Che il Canada sia diventato "El Norte"?
Non proprio.

Il numero di cittadini statunitensi che lavorano in Canada - circa 30000 individui all'inizio dell'anno scorso - è, se confrontato con i dati dei flussi migratori mondiali, relativamente basso.
Eppure, gli americani rappresentano il secondo gruppo di lavoratori temporanei in Canada, dopo i filippini, occupati principalmente come domestici.
Grazie forse al reiterato rifiuto da parte di Ottawa di deregolamentare il settore bancario, il Canada è uno dei pochi paesi usciti relativamente illesi dalla crisi finanziaria del 2008.

"Cerco una società calma, tranquilla, sana e civile per iniziare una nuova fase della mia vita" ci dice Michael, disoccupato, ex colletto bianco del Michigan in attesa di un permesso di lavoro temporaneo in Canada. Come altri intervistati, Michael non ha voluto che pubblicassimo il suo nome completo, per paura di attirare troppa attenzione sulla sua richiesta di visto.
Per quanto si definisca “patriottico e conservatore”, Michael si dice deluso dalla leadership americana - "di entrambi gli schieramenti" - perché non ha saputo contenere gli eccessi che hanno portato al collasso di Wall Street e perché adesso persegue una politica del rischio calcolato riguardo al tetto del debito.

"Cerco un Paese nel quale il primo impegno del governo sia il bene dei cittadini" ci dice. "Ho l'impressione che i tre principali partiti canadesi abbiano dimostrato di essere più responsabili della nostra classe dirigente".
Lavoratori come Michael arrivano in Canada attratti dal tasso di disoccupazione più basso - 7% a luglio contro il 9,1% degli USA - e dall'intensa forza economica delle città più grandi, come per esempio Toronto, che da sola attira circa 100000 nuovi arrivi l’anno.
Questa cifra comprende non solo le domande di permesso temporaneo e di soggiorno permanente, ma anche un numero crescente di studenti universitari che partono alla volta dei prestigiosi atenei canadesi, dove - tra l’altro - pagano rette più basse rispetto ai college americani, anche se 3 o 4 volte più care di quanto pagato dagli studenti canadesi.
 
La madre di John Cameron perse il posto in una banca del Maine nel 2009, proprio mentre il ragazzo cercava di capire dove proseguire gli studi. Aveva in mente varie università americane, tra le quali Loyola, l'Università del Maryland, la Columbia e Fordham. Il padre allora, pensando alla situazione economica familiare, propose l'Università di Toronto. All’inizio John si mostrò riluttante; oggi si è "convertito al Canada". "Mi piace davvero" ci dice. "E' uno dei migliori istituti del Nord America. Alla grande!".
 
Toronto è diventata anche la città di residenza fissa per una coppia di trentenni newyorkesi; in seguito al crack del 2008, hanno tutti e due perso il posto di lavoro che avevano a Manhattan e oggi sono in Canada con un permesso di lavoro temporaneo. "Per noi è importante vivere in un posto che offra varietà di opportunità e un buon settore culturale" ci dice la donna, che ci ha chiesto di non scrivere il nome per evitare di compromettere la sua posizione burocratica in Canada. Tra le altre cose ci racconta anche di come si è trovata felicemente sorpresa nel vedere come lei e il marito si sono potuti mettere in regola, presto e bene, con il servizio sanitario dell'Ontario.
 
Un capitolo a parte sono i canadesi che avevano puntato sugli gli Stati Uniti come luogo di residenza e che stanno tornando indietro.
Al Brickman ha lasciato da poco gli USA, dopo trent’anni a capo di un'azienda canadese di forniture per l'edilizia con sede ad Atlanta, Georgia.
"Ho tenuto duro per quasi due anni" ci dice, ma gli affari andavano a picco.
Il suo fatturato, una volta intorno ai 100 mila dollari, era crollato nel giro di alcuni mesi anche del 95%. Ora si è trasferito nella sede di Toronto, con un posto fisso come direttore generale. La moglie americana e il figlio di 11 mesi stanno facendo i documenti per il ricongiungimento.
Dopo il rientro in patria, Brinckman si è trovato a rispondere a vari amici americani, che lo chiamavano nella speranza di ottenere una mano per  trovare un lavoro dalle sue parti.

Shawn Shepard, un consulente informatico licenziato insieme ad altre centinaia di persone da uno studio legale di Manhattan nel 2008, spera nello sponsor di qualche azienda canadese. Shepard, che vive a Jersey City - New Jersey, va spesso in Canada. Ha amici a Montreal e Toronto.
Con vent'anni di esperienza professionale e con “l’arroganza di essere un cittadino americano” - per citare le sue parole - aveva creduto che ci sarebbe voluto un attimo.

Invece, si trova tra l’incudine e il martello, un classico per il migrante: "Per avere un permesso di lavoro, devi avere un'offerta. Per avere un'offerta, devi avere un permesso di lavoro".
E non è tutto, perché, se il suo curriculum interessasse a qualcuno, il permesso verrebbe rilasciato solo qualora il datore di lavoro fosse in grado di dimostrare che non ci sono candidati canadesi con gli stessi titoli.
"Su al nord l'economia va bene, nonostante la crisi globale" ha detto saggiamente Shepard a chi scrive, un canadese occupato e retribuito.
"I vostri politici non vi hanno messo nei guai come invece hanno fatto i nostri".

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