11/12/2019
18/12/2012

"Quanto deve essere grande il cimitero della mia isola?"

Giusi Nicolini, coraggioso sindaco di Lampedusa, non sa più dove seppellire i corpi dei migranti che continuano a morire nel tentativo di raggiungere le nostre coste. Un mese fa la sua lettera disperata fece il giro del web. Ora le risponde Jean Leonard Touadì, deputato di origine africana, non per offrire soluzioni ma per "non fare cadere nel vuoto il suo grido"

Se questi morti sono soltanto nostri
Di Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa


“Sono il nuovo Sindaco delle isole di Lampedusa e di Linosa. Eletta a maggio, al 3 di novembre mi sono stati consegnati già 21 cadaveri di persone annegate mentre tentavano di raggiungere Lampedusa e questa per me è una cosa insopportabile. Per Lampedusa è un enorme fardello di dolore. Abbiamo dovuto chiedere aiuto attraverso la Prefettura ai Sindaci della provincia per poter dare una dignitosa sepoltura alle ultime 11 salme, perché il Comune non aveva più loculi disponibili. Ne faremo altri, ma rivolgo a tutti una domanda: quanto deve essere grande il cimitero della mia isola?

Non riesco a comprendere come una simile tragedia possa essere considerata normale, come si possa rimuovere dalla vita quotidiana l’idea, per esempio, che 11 persone, tra cui 8 giovanissime donne e due ragazzini di 11 e 13 anni, possano morire tutti insieme, come sabato scorso, durante un viaggio che avrebbe dovuto essere per loro l’inizio di una nuova vita. Ne sono stati salvati 76 ma erano in 115, il numero dei morti è sempre di gran lunga superiore al numero dei corpi che il mare restituisce. Sono indignata dall’assuefazione che sembra avere contagiato tutti, sono scandalizzata dal silenzio dell’Europa che ha appena ricevuto il Nobel della Pace e che tace di fronte ad una strage che ha i numeri di una vera e propria guerra. Sono sempre più convinta che la politica europea sull’immigrazione consideri questo tributo di vite umane un modo per calmierare i flussi, se non un deterrente. Ma se per queste persone il viaggio sui barconi è tuttora l’unica possibilità di sperare, io credo che la loro morte in mare debba essere per l’Europa motivo di vergogna e disonore. 

In tutta questa tristissima pagina di storia che stiamo tutti scrivendo, l’unico motivo di orgoglio ce lo offrono quotidianamente gli uomini dello Stato italiano che salvano vite umane a 140 miglia da Lampedusa, mentre chi era a sole 30 miglia dai naufraghi, come è successo sabato scorso, ed avrebbe dovuto accorrere con le velocissime motovedette che il nostro precedente governo ha regalato a Gheddafi, ha invece ignorato la loro richiesta di aiuto. Quelle motovedette vengono però efficacemente utilizzate per sequestrare i nostri pescherecci, anche quando pescano al di fuori delle acque territoriali libiche. 

Tutti devono sapere che è Lampedusa, con i suoi abitanti, con le forze preposte al soccorso e all’accoglienza, che dà dignità di esseri umane a queste persone, che dà dignità al nostro Paese e all’Europa intera. Allora, se questi morti sono soltanto nostri, allora io voglio ricevere i telegrammi di condoglianze dopo ogni annegato che mi viene consegnato. Come se avesse la pelle bianca, come se fosse un figlio nostro annegato durante una vacanza”.


Quel “mare nostrum” divenuto un gigantesco cimitero a cielo aperto
Di Jean Leonard Touadì, deputato Partito Democratico


Cara Sindaco, mi è giunta l’eco del suo grido di dolore, di denuncia e di speranza sul destino tragico dei migranti che perdono la vita nel tentativo disperato di giungere in Europa. Un grido accorato, diretto, intriso di compassione (nel senso letterale di “patire insieme”), pieno di rabbia per l’inerzia e l’indifferenza altrui e carico di speranza incarnata da quanti – donne e uomini della sua isola e di questa nostra Italia – sono gli apostoli della vita in mezzo al mare insanguinato, in preda alle tempeste dell’indifferenza cinica, delle paure irrazionali, dell’egoismo collettivo.


Mi permetto di risponderle. Non tanto per offrire soluzioni che non ho. Ma per scambiare pensieri, energie e speranze. Le rispondo per non fare cadere nel vuoto il suo grido che non è altro che il pianto corale che sale dalle viscere del mare delle vittime senza sepoltura del “mare nostrum”. Le rispondo perché sono stato a Lampedusa, ho visto i corpi senza vita adagiati sulla spiaggia in attesa di sepoltura; ho visto e non potrò mai cancellare dalla mia mente le tombe senza nomi del cimitero di Lampedusa; ho visto gli abiti lacerati che avevano ospitato corpi vivi, corpi erranti, corpi annegati; ho visto le scarpe, tante scarpe senza piedi. I piedi di coloro che avevano attraversato il deserto della guerra, della fame, del totalitarismo, dell’eclisse di futuro per tracciare un ponte tra l’Africa e l’Europa. Un ponte della vita per loro, un ponte di umanità per noi. Questo ponte non esiste, non esiste ancora, forse non esisterà mai. Perché il “mare nostrum”, tanto declamato quale mare di dialogo e d’incontro tra le civiltà e le religioni, è diventato un gigantesco cimitero a cielo aperto. 

Mentre lei si chiede con angoscia, “quanto deve essere grande il cimitero della mia isola”, il mare della nostra indifferenza inghiotte con voracità giovani corpi, e tale dea insaziabile pretende il tributo quotidiano di vite umane sacrificate sull’altare della fortezza Europa. Dal 1988 al 2012 sono circa 18.578 (Fonte Fortress Europe) le persone morte nel tentativo di salvare la loro vita e quella dei familiari rimasti a casa. Per loro nessuna processione, nessuna battaglia campale, nessuna teologia, nessun interrogativo filosofico, nessuna minaccia di crisi di governo, nessuna manifestazione, nessuna diretta televisiva, nessun talk-show, nessuna commemorazione, nessuna marcia per la “difesa della vita”, nessuna copertina patinata, nemmeno un “Porta a Porta” che non si nega a nessuno. Niente di niente! Per loro, solo le retrovie della cronaca, solo titoli accennati, silenzi imbarazzati, parole insignificanti, azioni caotiche. Dobbiamo alzare il velo di questo silenzio ipocrita, rivelare il dramma e togliere a tutti, cittadini e istituzioni, il pretesto di poter dire un giorno: “non lo sapevamo”. Lo sapevamo e le generazioni future ci chiederanno: “ma dove eravate quando tutto quello accadeva” ? Eravamo contemporanei del dramma e non lo abbiamo riconosciuto e affrontato. Perché credevamo, fingendo e sfuggendo, che questi morti non ci appartenessero.

Di chi sono questi morti si chiede lei. Sono prima di tutto i morti di questa globalizzazione senza politica e senza etica. Sono i “naufraghi dello sviluppo”, le vittime di un’ economia planetaria che ha esasperato il divario tra ricchezza e povertà. Un’economia che promuove una vorticosa mobilità, una libera circolazione dei beni e dei capitali ma condanna altri esseri umani alla loro drammatica e violenta località. Sono i morti dell’Africa in preda ai conflitti e alla clochardizzazione di massa che espelle i propri figli come ai tempi della grande tratta. Con la differenza che gli schiavi erano portati via forzosamente mentre i giovani migranti si offrono da soli al mare delle speranze deluse, con l’aiuto di famiglie disperate. Sono i morti dell’Africa ricca e degli africani poveri le cui classi dirigenti si sono ritagliate per se il ruolo esclusivo d’intermediari d’affari tra i ricchi territori africani e gli interessi internazionali. Sono i morti dell’Europa sorda e cieca alla storia e alla geografia che impongono un destino comune alle due sponde del mediterraneo. Un destino comune da costruire insieme con reciproci vantaggi, in un orizzonte di pace, di dialogo interculturale ed interreligioso.

Lampedusa diventa un monito e una speranza. Un monito per combattere i frutti avvelenati di una cultura di morte, di violenza e di sopraffazione che rischia di inghiottire tutto e tutti, non solo le persone immigrate. Una speranza per ridare un nome nuovo a questa globalizzazione, per conferire anima e concretezza al cosmopolitismo generico veicolato dai “world media” omogeneizzati. Lampedusa “porta d’Europa” come abbiamo voluto ricordare con un’opera d’arte proprio nella sua isola insieme ad alcuni amici: Lampedusa porta del mondo per un’azione efficace alla ricerca di un nuovo modello di sviluppo più inclusivo che garantisca i bisogni fondamentali e con ciò il diritto di ciascuno di restare a casa propria. Lampedusa porta del mondo per un’Africa riconciliata, in pace e pronta alla battaglia per uno sviluppo equo e solidale. Lampedusa porta del mondo per aprire l’Europa e metterla nel cuore dei processi di trasformazione della sponda Sud del mediterraneo, come partner affidabile pronta a dare ma anche a ricevere.

E’ dentro quest’orizzonte lungo che dobbiamo trovare faticosamente le risposte al suo grido. Nell’attesa dobbiamo lavorare con razionalità e umanità per accogliere le persone e accompagnarle nei processi d’inserimento, investire nei giovani che giungono da noi attraverso la formazione e lo scambio culturale. Tutto dentro una logica di solidarietà nazionale ed europea. Sono convinto che il destino dell’Europa si gioca a Lampedusa e a sud di Lampedusa. Non voglio altri cimiteri a Parigi, Berlino, Londra e Amsterdam. Voglio che a Parigi, Berlino, Londra e Amsterdam si possano realizzare i sogni di Mustapha, Kader, Issafou e Miriam, gente come noi alla ricerca affannosa della soddisfazione del primo dei diritti, il diritto alla vita.