03/06/2020
24/08/2012

La storia di Chico Forti
Seconda parte

ESTERI - Il 15 giugno 2000 l'italiano Enrico Forti è stato ritenuto colpevole di omicidio da una giuria popolare della Dade County di Miami. Un verdetto basato soltanto su flebili e confuse prove circostanziali. Da allora Chico ha sempre urlato la sua innocenza e oggi, come spesso accade, il popolo di internet è riuscito con una grande mobilitazione in Rete a far conoscere la sua storia

Il desiderio di Chico Forti di fare luce su un caso come quello della morte di Gianni Versace e del suo presunto assassino Andrew Cunanan, la cui rappresentazione dei fatti era stata volutamente presentata all’opinione pubblica in maniera distorta, secondo accordi raggiunti ai vertici della Polizia di Miami, dell’FBI e forse da qualche altro… L’aver mentito quando per la prima volta è stato ascoltato dai poliziotti sul suo incontro con la vittima Dale Pike in aeroporto. Una menzogna scaturita dalla paura generata dall’anomalo atteggiamento dei poliziotti che hanno fatto sentire il Forti non più un testimone con la volontà di aiutare, ma un inquisito vero e proprio al quale non hanno permesso di essere assistito da un avvocato. A nulla è servito che Chico Forti abbia ritrattato il tutto nelle 24 ore successive, come permette la legge USA. Della sua bugia alla polizia il “prosecutor”, infischiandosene delle regole che impedivano di usare la menzogna come articolazione della sua arringa, ne ha fatto il suo cavallo di battaglia per presentare Chico Forti come un delinquente che “ha mentito” riguardo all’aver visto una persona, perché “sapeva” della fine che la stessa aveva già fatto… Tutte “sensazioni” dell’accusa, nessuna “prova” ma, riconoscendo l’assoluta estraneità di Forti nell’aver commesso materialmente il crimine, Reid Rubin ha creduto che l’italiano potesse essere stato il “mandante”, pur senza provare questa tesi. Crediamo che mai nella giurisprudenza degli Stati Uniti ci sia stato il caso di una persona condannata all’ergastolo senza lo stralcio di una prova a suo carico e soprattutto senza che il vero omicida sia mai stato neanche cercato! L’accusa, che aveva chiesto inizialmente per Chico Forti la pena di morte, constatando la mancanza di prove (necessarie per la pena capitale), ha abilmente optato per l’applicazione di una vecchia legge, assurda ed oramai non applicata più da quasi nessuno degli Stati americani: la cosiddetta “ Principle Rule”. Secondo questa legge, se più persone vengono riconosciute di aver partecipato in qualche modo alla commissione di un reato, anche se in realtà materialmente non hanno fatto niente, a tutti viene applicata la stessa pena del “principale”, anche se il responsabile è uno solo. In poche parole, se tre amici si fermano in macchina in una stazione di servizio ed uno mette la benzina, uno va in bagno e l’altro violenta la cassiera e l’ammazza, senza che gli altri sappiano nulla delle sue intenzioni, tutti e tre vengono condannati alla pena di morte o all’ergastolo… Assurdo? La famosa frase tanto assurda pronunciata dall’accusatore Reid Rubin: “Lo Stato non deve provare che egli sia l’assassino al fine di dimostrare che sia lui il colpevole“, ha ora senso alla luce di questa legge. Chico Forti è colpevole anche senza la necessità che lo Stato provi che sia l’assassino perché lo Stato ha presunto che lui fosse in qualche modo coinvolto. Ma come? Ce lo spiega lo stesso prosecutor Reid Rubin affermando di avere la sensazione che “al momento in cui Chico Forti ha lasciato Dale Pike al parcheggio di un ristorante sapeva, o avrebbe dovuto sapere, o avrebbe dovuto sospettare che al povero Dale sarebbe successo qualcosa di brutto!”. Sembra incredibile ma è proprio la verità: Chico Forti e’ stato condannato all’ergastolo solo perché il prosecutor ha individuato in lui una sorta di“preoccupazione” sul destino di Dale, dopo averlo lasciato in quel parcheggio. Praticamente perché “sapeva che qualcosa sarebbe successo”. Rubin chiede pertanto la condanna all’ergastolo, la stessa pena che avrebbe richiesto per l’omicida, cioè per colui che non si è mai conosciuto. Quell’assassino che ha violentemente ucciso Dale Pike con due precisi colpi a bruciapelo alla nuca sul bagnasciuga di una spiaggia deserta, che lo ha picchiato, denudato e trascinato in un’area piena di rifiuti, lasciando accanto a una mano la carta d’ingresso negli USA, il biglietto aereo, una carta telefonica, in modo che la vittima fosse facilmente e immediatamente riconoscibile e che i sospetti arrivassero proprio a Chico Forti che tutti sapevano sarebbe andato a prenderlo in aeroporto. Si ha ragione di credere che l’omicida non sia mai stato cercato, neanche in fase istruttoria perché l’unico sospettato insieme a Chico Forti è stato il tedesco Thomas Knott, la sola persona che aveva forti motivi per essere interessato alla sparizione di Dale. Ma Knott aveva già fatto un patto con il prosecutor (Plea Agreement) con il quale si è accusato del reato minore di truffa ai danni del padre di Dale Pike ed è stato quindi estromesso dal giudizio sull’omicidio senza che gli avvocati della difesa o il giudice si opponessero. Al povero Chico Forti l’assurda condanna non è bastata come smacco, perché nel sistema americano ci sono degli appelli e dei ricorsi, ma hanno una funzione ben diversa dal nostro appello che, come abbiamo visto nel caso di Amanda Knox, è un vero e proprio nuovo processo. L’appello negli Usa è usato per mettere in rilievo l’inefficienza della difesa ed eventuali errori procedurali. Nel caso di Chico Forti un errore madornale fu commesso per inesperienza e per mancanza di corretto consiglio: l’appello fu affidato agli stessi avvocati (tra i più costosi di Miami) che lo avevano difeso malamente in primo grado, con la convinzione che la loro conoscenza del caso avrebbe accelerato i tempi dell’iter… In realtà, ragionando a sangue freddo, è illogico pensare che gli avvocati della difesa si dessero la zappa sui piedi mettendo in evidenza la loro inefficienza. Pertanto l’appello è stato sì concesso, ma la Corte che lo ha esaminato, rifiutandolo, non ha dato neanche una opinione (motivazione) alla sentenza. Senza motivazione non si può ottenere un ricorso alla Corte Suprema. Su consiglio del Consolato Italiano a Miami, furono contattati nuovi avvocati. Questi ultimi hanno presentato l’istanza di “Post Conviction Petition” che è stata però respinta in più riprese durante gli oltre quattro anni trascorsi dalla presentazione (dopo un infinità di rinvii ingiustificati), senza alcuna spiegazione per la decisione presa. In seguito, gli stessi avvocati hanno presentato la “Habeas Corpus”, una formula giuridica a cui si può ricorrere nel caso in cui si possa dimostrare, con fatti nuovi non presentati in giudizio, che esistono tutti i presupposti forensi per ribaltare la sentenza… Questa nuova azione presentava diversi elementi di sicura discussione sulla validità della sentenza di primo grado, ma dal nulla venne fuori, come per magia (o pianificata interferenza) un magistrato (non interessato direttamente al caso), che affermò di aver notato che l’istanza “Habeas Corpus”, pur avendo elementi molto validi, era viziata da un grande difetto di forma: era stata presentata con 20 giorni di ritardo! Pertanto, dietro questo commento “disinteressato” di un magistrato di passaggio, la Corte ha rifiutato l’istanza di Chico Forti per essere stata presentata “ fuori tempo massimo”… Ci si chiede se è solo una sfortuna maledetta che perseguita costantemente il Forti oppure se possa trattarsi di una “forza umana” sempre presente nel District Attorney Office di Miami, che sotto pressioni occulte blocca ogni tentativo di Chico per far riconoscere l’errore commesso nei suoi confronti e che lo ha condannato all’ergastolo senza alcuna prova oggettiva. Viene anche da chiedersi: “Ma gli avvocati americani non conoscevano i termini previsti dalla legge?”. La realtà è che lo State Attorney, il prosecutor, il giudice e altri personaggi presenti e responsabili della condanna di Chico Forti, sono ancora in carica dopo dodici anni e ovviamente non c’è alcun interesse da parte loro nel riesumare questo processo che potrebbe comportare il rischio di umiliare i troppi personaggi che hanno giocato veramente sporco. In caso di riconoscimento dell’innocenza di Chico Forti, lo Stato potrebbe trovarsi nella condizione di dover affrontare un risarcimento enorme per aver rovinato la vita di un uomo e di tutta la sua famiglia. Lo Stato della Florida quindi farà sempre di tutto per evitare il pagamento ai danni dei “Tax Payers”. Un italiano che fa sborsare milioni ai contribuenti? No way! Non sia mai, dicono gli americani! Molto probabilmente, invece, i contribuenti italiani pagheranno senza fiatare l’errore dei giudici e risarciranno un altissimo prezzo per la ingiusta detenzione di Amanda Knox.

Se volete approfondire la vicenda di Chico Forti e rimanere aggiornati sugli sviluppi della vicenda, potete consultare il sito a lui dedicato http://www.chicoforti.com/