22/10/2019
27/11/2012

Prove tecniche di libertà
La Birmania è rock!

RANGOON - Mentre le multinazionali aspettano pazienti di poter fare affari, la musica della Birmania dai trascorsi orwelliani è diventata una realtà internazionale. Di Hpyo Wai Tha, foto Ko Aye Say

The Irrawaddy Burma and South East Asia (Birmania), 29 agosto 2012



Rangoon - Mentre le multinazionali aspettano pazienti di poter fare affari, la musica della Birmania dai trascorsi orwelliani è diventata una realtà internazionale. Su iTunes, Amazon e Spotify sono già disponibili ben due album di rock indipendente birmano. Cioè, chiunque in ogni angolo di mondo può farsi un’idea di quanto sia rock una nazione che fino a poco tempo fa avremmo messo tra i paria del pianeta, e che invece pare avviata sulla via del cambiamento. 


"Chiediamo solo che il mondo si accorga che anche in Birmania si fa musica e che almeno da questo punto di vista non siamo secondi a nessuno" dice Darko C, lead vocalist del gruppo rock alternative Side Effect. Qualche mese fa hanno pubblicato un disco, dopo la loro primissima partecipazione all'Hello Asea Music Festival di Bali,  un evento musicale internazionale. Non era mai successo prima che un gruppo indie-rock birmano si esibisse all'estero. Il passo successivo è stato postare l'album su internet, per raggiungere il mare del pubblico globale. "E’ un'emozione grande per noi sapere che potenzialmente potremmo raggiungere chiunque in ogni angolo del pianeta" aggiunge Darko C. 

"Mi sento molto ...internazionale" dice ridendo anche Kya Pauk dell'altro gruppo alternative Blood Sugar Politik, che ha su iTunes l'album "One Second Sentence", 11 canzoni originali con testi in inglese, "un esperimento per farsi notare sul mercato internazionale". Il cantante, tatuato da capo a piedi, crede che la possibilità di accedere a dischi indie birmani in rete sia il modo migliore per far conoscere a chiunque, ovunque si trovi dall'Australia allo Zimbabwe, la vita culturale del suo paese, così  poco conosciuto. "Non esistono più barriere" spiega. "La nostra musica viaggia nel mondo, perché se qualcuno di là dagli oceani vorrà sentire cosa suoniamo, la nostra musica sarà là, a portata di mano. Che poi qualcuno la compri o no è un altro paio di maniche". 

Anche se non è esatto parlare di ‘primi prodotti birmani in rete’, i due gruppi di cui sopra fanno parte di una ristrettissima cerchia di artisti che hanno potuto varcare la soglia dei negozi digitali internazionali. Darko C ci tiene sottolineare come la rete sia un ottimo trampolino per musicisti che non abbiano alle spalle i soldi di una casa discografica (ed è difficile trovare qualcuno disposto a investire capitali in una band indie-rock birmana, di per seé una rarità...). La distribuzione di un album, anche se a livello locale, ha costi proibitivi per gran parte delle aspiranti rockstar senza troppi soldi in tasca, "per cui, se la musica ce l'hai ma non trovi sostegno economico, rivolgiti alla rete" conclude Darko C. Ma è un percorso a ostacoli, perché la musica in rete si vende solo dopo aver registrato una carta di credito e, ad oggi, la Birmania non ha un sistema per le transazioni finanziarie internazionali con carta di credito. "Il problema si può aggirare grazie a qualche amico che vive all'estero" dice Kya Pauk, "che si può registrare al tuo posto. Anch'io ho fatto così". 

Entrambi i musicisti interpellati dall'Irrawaddy si ritengono sufficientemente creativi e abili dal punto di vista musicale e artistico, e contano di conquistare presto un seguito internazionale che apprezzi l'autenticità della loro musica. E c’è di più, perché non si sentono "piccoli", nonostante siano originari di un Paese sotto molti aspetti indietro. "Forse usiamo tecnologie vecchie, ma dopo tutto quello che conta è la musica e basta. A chi ci ascolta non interessa quale sistema di registrazione abbiamo usato" dice Kya Pauk, informato del fatto che molti gruppi americani sono diventati famosi grazie a dischi a basso costo, magari registrati in cucina. "Quello che conta è che la musica sia bella. E noi crediamo molto in quello che facciamo".

"La nostra musica vi sembra un po' "birmana"? Eccerto, siamo birmani! Il che magari può anche piacere a chi ci ascolta, no?, perché si tratta comunque di una novità. Quel che è certo è che non facciamo musica della quale il nostro Paese si debba vergognare" conclude Darko C, convinto che se ci riescono gli inglesi o gli americani a fare musica che diventa popolare in tutto il mondo, perché non dovrebbe riuscirci una band birmana, se ci mette lo stesso impegno e la stessa devozione? "Non è che famoso ci diventano solo i Kurt Cobain. Quello che conta è lo stile”.