22/10/2019
12/11/2012

Un americano a Mumbai. Quando l’immigrato arriva dagli Stati Uniti

STAMPA ESTERA - La Silicon Valley americana è da sempre un ottimo punto di partenza per alcuni dei più brillanti e talentuosi immigrati indiani. Ma oggi, quasi per contrappasso, sono sempre di più gli americani che traslocano nel subcontinente asiatico, portando con sé idee e spirito imprenditoriale

Di Rajini Vaidyanathan per BBC News Bangalore 


Valerie Wagoner è una donna intelligente e colta. Grazie alla laurea a Stanford e all’esperienza professionale maturata nello staff di Ebay, potrebbe trovare lavoro ovunque nel mondo, e con facilità. Ma ha scelto l'India. E' partita dalla Silicon Valley alla volta di Bangalore cinque anni fa; oggi è la titolare di un’azienda di marketing per telefonia mobile, la ZipDial. 

Tra il 2005 e oggi, sono gli immigrati che hanno creato più della metà delle start up della Silicon Valley; una ricerca della Kauffman Foundation dice che uno su tre è indiano. Ma la notizia è un’altra, e cioè che piccoli ma significativi contingenti di americani stanno lasciando la madrepatria per emigrare …in India. E non si tratta dell’abituale flusso di manodopera migrante, né dei soliti trasferimenti da un'azienda all'altra, ma di persone che volontariamente si spostano a Oriente per fare impresa, ovvero mettersi in proprio, anche se  in un ambiente non privo di spigolosità. 

Astenersi deboli di cuore
"L'India non è un paese adatto a chi è debole di cuore. Basta il primo mese per capire se ce la farai o no" dice Valerie mentre ci fa vedere la sede della sua azienda. Nel suo caso, ma la cosa vale anche per altri, il fattore linguistico, in un Paese dove l’inglese è una delle lingue ufficiali, ha influito sulla scelta tra India e Cina. "L’India è un mercato che offre immense opportunità per innovare e fare" ci spiega. La sua idea non è stata altro che tuffarsi nel mercato della telefonia mobile in crescita e approfittare dell’uso diffuso degli "squillini". Ha quindi sviluppato una tecnologia, che permette all’utente di digitare il numero telefonico di un concorso o dell'estrazione di un premio, per poi riattaccare e ricevere un sms di risposta dall’inserzionista con i dettagli dell’offerta che interessa. L’utente non ha speso un centesimo per la chiamata. E il gioco è fatto.
In India Valerie ha saputo approfittare non solo di un’economia che cresce più velocemente di quella del suo Paese di origine, ma anche della possibilità di fare innovazione. "Nessun mercato è ancora saturo; ovunque ti giri trovi tanta di quella richiesta, che lo spazio per offerte innovative è molto vasto".  In Asia innovare significa spesso ‘copiare idee occidentali’ – vedi, ad esempio, la versione indiana di Amazon – ma, secondo Valerie, col tempo Bangalore potrebbe far effettivamente concorrenza alla Silicon Valley americana in termini di esportazione di idee originali verso il resto del mondo. 

Negli ultimi decenni Bangalore è diventata punto di incontro e di partenza di gente come Valerie, nonché la capitale tecnologica dell'India, al punto di guadagnarsi il nick di "Silicon d'India", grazie all'alta concentrazione di aziende hitech, non ultimi i giganti mondiali del software come Google, Microsoft e Yahoo. Ed è stato proprio un progetto di ricerca della Silicon Valley, la Startup Genome, che l'ha indicata come una tra le dieci destinazioni migliori al mondo per l’avvio di un'impresa. 

Ma cos'è davvero che fa arrivare quaggiù alcune delle menti più brillanti di Oltreoceano?
Sean Blagsvedt è arrivato a Bangalore da Seattle, attirato dall'alta concentrazione di 'menti' e laureati, nonché dalla ‘start-up culture’. Più o meno sette anni fa era arrivato in India per avviarvi gli uffici di Microsoft Research. "Tutto il mondo ha lo stesso potenziale intellettuale” spiega, “ma se ti trovi nel Paese che ha un sesto della popolazione di tutto il mondo, avrai allora a disposizione anche un sesto della capacità creativa globale". Qualche anno dopo il suo arrivo si è messo in proprio, in società con un altro americano, Vir Kashyap.

L'India che cambia
Incognite e inefficienze, povertà e poche infrastrutture sono le difficoltà che il neo arrivato imprenditore dovrà affrontare da subito. Ma è anche vero che tali sfide potrebbero talvolta trasformarsi in opportunità per il forestiero, soprattutto se riesce a trovare i mezzi giusti per superarle. 

Per Sean e Vir si è trattato di trovare il modo per far coincidere posti di lavoro disponibili e manodopera in un mercato del lavoro, quello indiano, tanto vasto quanto informale. Il sito che hanno aperto, baobab.com, è un portale per la ricerca di collaboratori appartenenti alla classe medio bassa indiana.  Il loro, spiega Sean, è un esempio di come internet e tecnologia stiano dando una mano alla soluzione dei problemi dell'India, così come in un certo senso ha già fatto l'America, con la differenza che nella Silicon Valley americana una stessa idea potrebbe essere rincorsa da una ventina di contendenti diversi... "I margini vanno restringendosi, iPhone5 contro iPhone4, per dirne una, mentre in India si parla di vantaggi di gran lunga più basic: 'Come si fa a ottenere credito? Come si dà da mangiare alla gente?'. Qui ci sono molti più problemi da risolvere; cosa che in America oggi come oggi non vale più"

E' vero anche che, nonostante ottime idee, arrivare in India per avviare un'impresa potrebbe presentare non poche difficoltà. Essere straniero significa che ottenere visti, aprire conti bancari e riuscire a far firmare dei contratti potrebbe risultare molto, ma molto più difficile. "L'America è sempre il posto migliore per avviare un'attività, grazie al sistema scolastico migliore al mondo e a un apparato normativo e legale imparziale e trasparente", dice Sean, anche se poi aggiunge che l'India ha un potenziale da offrire che la rende comunque competitiva. 

E siccome l'India sta cambiando, sul piatto ci sono molte idee nuove per il business da sfruttare. Adam Sachs ha lasciato Manhattan alla volta di Mumbay  dopo aver subodorato che il fiorente settore degli incontri online poteva offrire quel qualcosa in più che stava cercando. Aveva già messo a punto un sito di incontri per il New Yorker, ma poco tempo il lancio aveva capito che il mercato-quello-vero stava da un’altra parte. "A New York le cose andavano bene, organizzavamo feste nelle università e conoscevamo una moderata crescita, ma poi, quando siamo andati ad analizzare i dati, ci siamo accorti che il sito era usato soprattutto dall’India. Strano, abbiamo pensato; nessuno di noi ci era mai stato e mai e poi mai avremmo immaginato che la nostra iniziativa potesse avere un tale successo da quelle parti". Col passare del tempo Adam e soci hanno dovuto prendere coscienza del fatto che il loro principale bacino di utenza era proprio qui, nel subcontinente asiatico. In India, per tradizione, uscire con un ragazzo o una ragazza prima del matrimonio non era cosa abituale, ma  oggi i ragazzi indiani delle città fanno diverse esperienze prima di decidere con chi mettere su famiglia. Ed è così che Adam ha preso armi (tecnologiche) e bagagli e si è trasferito a Mumbai, dove si è messo in proprio con Stepout.com, che in breve ha raccolto 4 milioni e mezzo (quattromilioniemezzo!) di utenti registrati, il 95% dei quali vive in India. 

“Ormai è chiaro che il Paese sta attraversando un periodo di evoluzione culturale, cosa che vale soprattutto per le nuove generazioni. Sono proprio i ventenni, infatti, il nostro target; l'età media in cui ci si sposa si sta alzando mentre calano i matrimoni combinati. Che i giovani si incontrino e cerchino la persona giusta con la quale dividere il resto della vita, oggi è accettato e noi non abbiamo fatto altro che cogliere l’occasione (d'oro) di dar loro una mano". E Adam ci tiene a sottolineare che lui, a differenza dei suoi connazionali, non è arrivato in India per risparmiare sui costi grazie alla manodopera a buon mercato, ma solo per fare business in un’economia emergente.

Il mondo cambia, e che sempre più imprenditori americani arrivino in India, forse è solo un segno dei tempi.