21/10/2020
21/10/2011

Lo sguardo
del “signor”
padrone

Era il 25 novembre 2006 quando 4 operai, della Umbria Olii S.p.a. di Campello sul Clitunno (Pg), persero la vita in una gigantesca esplosione. Ora il processo di primo grado sia avvia alla conclusione. Ma di questa vicenda nessuno parla più

Lo sguardo del “signor” padrone

di Paolo Pacifici, sindaco di Campello sul Clitunno (Pg), per Articolo 21


“Una personalità non immune da precedenti, che non ha avuto nemmeno rispetto per i morti. Ha liquidato il lavoro dei periti della Procura della Repubblica come una specie di pettegolezzo. Ha chiesto 35 milioni di risarcimento ai familiari delle quattro vittime”.

Con queste dure parole la Pm Federica Albano ha descritto Giorgio Del Papa, amministratore delegato della Umbria Olii S.p.a. di Campello sul Clitunno, la fabbrica in cui, il 25 novembre 2006, persero la vita 4 operai in una gigantesca esplosione.
Quattro morti, prima di tutto. E poi silos alti come case che saltarono in aria per centinaia di metri, fiamme che divamparono per ore, pire di fumo visibili a decine di chilometri di distanza e centinaia di tonnellate di olio nelle strade, nelle fogne e nel fiume Clitunno, cantato da Virgilio, Plinio, Byron, Carducci e ridotto, quel giorno, ad una fogna a cielo aperto.

A quasi cinque anni dal tragico evento che segnò indelebilmente quattro famiglie e un’intera comunità, il processo di primo grado si avvia a concludersi con la richiesta, da parte della Procura della Repubblica di Spoleto, di una condanna a dodici anni di reclusione per l'amministratore delegato dell’azienda, unico imputato per omicidio plurimo colposo aggravato, disastro colposo e violazione delle norme sulla sicurezza sul lavoro.

In questi anni, comunque, ancor prima di ogni esito giudiziario, assistendo al districarsi di circostanze a volte surreali, a volte inquietanti, in molti casi indegne di un Paese civile, ci si è potuti rendere conto che questa storia ha per protagoniste due parti antropologicamente contrapposte: una debole e inerme e una potente e aggressiva.

Una parte giusta, quella con cui stare, esposta agli attacchi, non abituata a frequentare le aule dei tribunali e che, indiscutibilmente, ha già perso nel momento in cui questa storia è iniziata.

Una parte sbagliata, che per tutto questo tempo ha colpito con violenza, ha ferito la quotidianità di quattro famiglie chiedendo milioni di euro di risarcimento e ha attaccato un’intera comunità, bersagliando le istituzioni: dai Carabinieri ai Vigili del Fuoco, dai rappresentanti politici, ai Periti della Procura della Repubblica, dai membri del Governo e del Parlamento, che allora parteciparono al lutto, ai rappresentanti delle istituzioni locali.

Assisteremo tra pochi giorni all’esito del processo. La sentenza ci racconterà la verità processuale, ma in questi anni molti hanno già scelto da che parte stare. Tuttavia non deve sfuggire l’importanza che assumerà la decisione del giudice. Essa risponderà alle esigenze di giustizia che uno stato di diritto deve pretendere e darà finalmente riscontro alla intensa e dolorosa domanda di verità sull’accaduto che Fiorella Coletti, moglie di Giuseppe, lanciò nel primo anniversario della scomparsa del marito.

Mentre attendiamo la sentenza, però, di questa vicenda si racconta sempre di meno. Il circo mediatico impazza ogni giorno con più furore intorno a decine di processi e, con attenzione morbosa, fornisce informazioni dettagliate circa la quantità di sangue lasciato sul tappeto della villetta di turno.

Del dolore di Anila, Catia, Fiorella, Morena e dei loro figli nessuno parla più.

Lo abbiamo chiesto a gran voce, ogni volta che abbiamo ricordato l’esplosione di Campello: vorremmo che i giornali ed i telegiornali, mossi da un qualche sussulto morale, dedicassero a tutte le vicende di morti sul lavoro almeno il 2% dello spazio che riservano ai processi di cui solitamente trattano.

Attendiamo con fiducia e con speranza che qualcosa cambi, anche nel mondo dell’informazione, affinché sempre più si possa parlare di questi argomenti, per costruire una nuova sensibilità sociale e un sistema di regole che impedisca il ripetersi di certe drammatiche circostanze, perché non sia la sorte ma il diritto a determinare il futuro di ogni lavoratore.

In questi giorni è stato diffuso un libro, scritto dall’avvocato dell’imputato, dall’inquietante titolo “Non ho colpa”. Siamo stati molto colpiti da un passaggio di questo volume. Quello in cui, rivolto al suo assistito, il legale afferma: “io ritenevo di essere l’unico figlio prediletto del Signore. Devo però ricredermi, anche tu lo sei perché anche tu hai avuto come me la dimostrazione di quanto ti vogliono bene le stelle, ma soprattutto il Signore.”

Non mi interessa avventurarmi nell'esegesi dello scritto, ma con grande amarezza devo constatare che, evidentemente, quel 25 novembre 2006 le stelle non hanno rivolto nessuno sguardo benevolo verso i quattro operai morti e verso le loro famiglie, che nessun Signore li ha eletti come suoi figli prediletti e che, dopo cinque anni, lo sguardo del “signor” padrone era e continua ad essere rivolto altrove.

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