14/10/2019
15/01/2013

Giovani (quasi) senza Dio

STAMPA ESTERA - Che non significa che non siano in cerca di qualcosa. Storie dalla Generazione Agnostica

Di Katie McDonough per Salon (Usa), 15 gennaio 2013


A dar retta a una ricerca di questi giorni (Link)  un quinto dei cittadini statunitensi non si riconosce in nessuna religione, un dato così alto non si trova nell'intera storia degli Stati Uniti. Se poi si prendono in considerazione i giovani al di sotto dei trent'anni la percentuale è ancora più alta: un terzo dei giovani americani dichiara di non appartenere a nessuna confessione religiosa. Che gli americani si stiano allontanando dalla religione è di per sé una notizia, e grossa, anche se quello che c'è dietro non è così facile da raccontare come si potrebbe pensare. Solo il 6% degli americani si definisce "ateo", mentre il 14% si dice "agnostico", non si riconosce cioè in nessuna confessione, pur dichiarandosi  disponibile a eventuali altre ‘sollecitazioni’. 

La radio NPR Morning Edition ha mandato in onda un'inchiesta realizzata tra i giovani,  nella quale si chiedeva ad alcuni di loro cosa intendano per "fede e religione". Ecco alcune delle risposte.

Senza Dio. E va bene così
Può essere che sempre più ragazzi non siano credenti, resta il fatto che sono molti quelli che ammettono di riconoscersi comunque nei valori, nelle tradizioni e nella società nella quale sono stati cresciuti ed educati. Come Myriam Nissly, secondo la quale non c’è bisogno di credere in Dio per trovare appagante frequentare la sinagoga. "Sedere e stare in silenzio, magari da sola coi miei pensieri, aiuta. Non credo di dovermi porre delle domande su Dio per appartenere alla tradizione nella quale sono cresciuta". 


Poi c'è Lizz Reeves, che ha perso un fratello in seguito a una grave malattia; anche lei è di cultura ebraica: "Volevo davvero credere in Dio e nel posto nel quale mio fratello era andato, in Paradiso.  Avevo bisogno di dare un senso alla sua morte; ma più mi facevo queste domande, più mi rendevo conto che lo scopo e il significato della sua vita avevano poco a che fare col Paradiso, ma molto con le scelte che avrei potuto io per dare alla sua vita un significato. E ho scoperto che questo era quello che davvero importava, più di una qualsiasi fede in qualcosa".

Domande e risposte
Molti degli intervistati rifiutano l'obbedienza cieca a una qualsiasi ortodossia, sostenendo che una religione che offre troppe risposte "pronte" è anche una religione facile da abbandonare. O per lo meno questo è quello che dice Melissa Adelman, cresciuta in ambiente cattolico. "Mi ricordo di un esame di religione a scuola. C’era una domanda sull'omosessualità. La risposta giusta era che ‘se uno è omosessuale non fa peccato perché è così che Dio lo ha creato’, e che ‘comportarsi da omosessuale è peccato’. Ovvio che scrissi la risposta giusta per superare il test, ma dentro di me ero convinta che non fosse affatto così".


Rigoberto Perez, cresciuto in ambiente Avventista del Settimo Giorno, si è invece trovato a dubitare di molti dei precetti della sua confessione dopo una serie di sciagure che avevano colpito la sua famiglia. "Mio padre beveva. In famiglia c'era violenza. Mio fratello si è suicidato nel 2001. A un certo punto ho cominciato a chiedermi perché mai succedessero cose del genere. Poi mi è venuto un altro dubbio: se prego e la situazione non migliora, significa allora che mi si sta mettendo alla prova? Ma non è una crudeltà? Come bruciare le formiche con la lente di ingrandimento. Insomma, diventa difficile credere, no?"

Il senso della vita
I ragazzi di questo Millennio sono scettici, ma ciò non significa che non siano alla ricerca di qualcos’altro, qualcosa di più grande. Come Kyle Simpson, di educazione cristiana e in continuo conflitto interiore, sempre in bilico tra religione e perdita della fede. "Avere un Dio potrebbe dare un senso alla vita, un po’ come se stessimo facendo qualcosa di prezioso per accedere magari a un livello superiore, come un'altra vita dove tutto è bellezza e perfezione. Quest’idea mi piace parecchio..."