22/10/2019
04/04/2012

Sciopero della fame a oltranza
Ma nessuno ne parla

Un estremo atto di protesta, ignorato tanto quanto le pessime condizioni economiche di chi vive nelle enclave intrappolate tra Bangladesh e India

 
Un estremo atto di protesta, ignorato tanto quanto le pessime condizioni economiche di chi vive nelle enclave intrappolate tra Bangladesh e India

Maher Sattar per il Global Post 29 marzo 2012

 

Dhaka, Bangladesh. All'ottavo giorno di sciopero della fame Mijanur Rahaman ha già perso otto chili e la pressione sanguigna è calata a picco. "Sono molto debole", dice. Ovvio, ma è l’unica cosa che riesce a dire.
Il signor Rahaman, insieme ad altri cento come lui, non esclusi donne e ragazzi, da dieci giorni (al 29 marzo) si stanno lasciando morire di fame: l’ultimo disperato gesto per attirare l’attenzione di chiunque sia in grado di aiutarli ad uscire dalla condizione di limbo perenne, che condividono con i “prigionieri” delle enclave indo-bengalesi.


Ufficialmente questi territori sono noti come "adverse possessions" - 102 unità extraterritoriali  indiane in Bangladesh e 92 bangladesi nello stato indiano del Bengala Occidentale. Nella lingua di tutti i giorni sono i “chitmahal” o “castelli di carta”, territori lungo il confine tra India e Bangladesh che vivono una condizione giuridica particolare come i 51 mila abitanti, che da generazioni si trovano sempre dal lato sbagliato del confine. Cioè: nelle 102 enclave in Bangladesh vivono persone con cittadinanza tecnicamente indiana, mentre le 71 enclave su territorio indiano sono popolate da cittadini bangladesi. In pratica si tratta di persone senza terra e virtualmente prigioniere delle loro case, tagliate fuori da ogni tipo di servizio pubblico, dall'energia alla scuola all’assistenza sanitaria. E non solo, perché l'elettricità in casa arriva solo dopo aver unto le persone giuste negli uffici giusti, senza contare che per andare a scuola, lavorare o farsi ricoverare in ospedale devono assumere l'identità fasulla di qualcun altro, perché lasciare il villaggio significa per questi signori entrare illegalmente in territorio straniero....
"Ora, quando vai in ospedale, ti chiedono la carta di identità" si lamenta Mokul Hossain, che vive nell'enclave di Dashiar Chara. "Se non ce l'hai ti lasciano fuori e l'unica soluzione rimane qualche sciamano della zona..."


Anche se estremo e disperato, lo sciopero della fame di questi cittadini non ha ottenuto l’impatto mediatico di altre manifestazioni simili del passato. Così come le difficili condizioni in cui vivono gli abitanti delle enclave indo-bangladesi, questo estremo atto di protesta è passato inosservato nel mondo (…). Senza cittadinanza definita, gli abitanti di queste enclave si trovano a convivere con l’eterna sensazione di non poter mai migliorare la qualità della loro vita. E stanno così dal
1947, in lotta per vedere riconosciuti i propri diritti.
Al momento la loro condizione mette in evidenza innanzitutto le anomale relazioni tra India e Bangladesh e le molte questioni irrisolte sui confini tra i due stati.  
Dopo il breve periodo di distensione seguito all’indipendenza dal Pakistan nel 1971, che il Bangladesh ottenne grazie all’aiuto dell’India, i rapporti tra i due Paesi sono stati difficili, se non addirittura peggiorati nel tempo. Le conseguenze le hanno pagate i residenti delle enclave, sempre più convinti di essere stati abbandonati a se stessi nonostante una serie di accordi risolutivi, pochissimo messi in pratica. A settembre la ratifica dell'ultimo, firmato per la cessione dei territori, si è arenato nel Parlamento indiano. "Noi vogliamo lo scambio di territorio" ci dice il signor Moniruzzaman Monir, che vive a Dashiar Chara, enclave indiana in Bangladesh. "Fino a che ciò non avverrà, noi non avremo futuro".


Una consuetudine indiana


In teoria a settembre Delhi e Dhaka avevano imbastito una serie di chiarimenti su molti aspetti della questione, dall’accordo sulla definizione dei confini fino all’impegno di porre fine agli assassinii di cittadini bengalesi da parte delle guardie di confine indiane. In pratica, non è successo granché, ed è per questo che persone come Rahaman, che giorno dopo giorno sopportano il peso delle conseguenze di discrepanze politiche, hanno deciso di intraprendere uno sciopero della fame a oltranza.


Lo sciopero della fame è una consolidata tradizione indiana. Quando l'India lottava per l’indipendenza, il Mahatma Gandhi mise in atto questa tattica di frequente per ottenere concessioni dagli inglesi, tanto che Winston Churchill a un certo punto si trovò a mandare un telegramma per informarsi sul  "perché mai il Mahatma Gandhi non fosse ancora morto". In tempi più recenti lo sciopero della fame di Anna Hazare, la settantenne pasionaria anticorruzione, ha dato il via a una serie di proteste in tutto il Paese, sfociate in una commissione governativa per la nomina di un difensore civico ad hoc.

Con pochi altri mezzi per farsi notare da chi di dovere, gli abitanti delle enclave indo-bangladesi ormai in miseria hanno finito col ricorrere allo sciopero della fame di massa, nella speranza che questa drastica misura possa portare le estreme sofferenze di questa fetta di popolazione alle orecchie giuste. Da quando hanno iniziato, il 18 marzo, almeno cinque di loro hanno conquistato il diritto al ricovero in ospedale, ma – contrariamente alla tempesta mediatica del “caso Hazare” – giornali e tv hanno ignorato o dato minima copertura al fatto, che pertanto non è arrivato a chi di dovere. Nessuna sorpresa, quindi, se il commento di Rahaman, bangladese costretto a vivere entro i confini indiani, è comprensibilmente amaro: "Al governo non c'è umanità. Regna la stupidità assoluta".

Il grosso dello scontento di chi aspira a una rapida soluzione del problema si concentra sulla persona di Mamata Banerjee, primo ministro dello stato indiano del Bengala Occidentale, regione nella quale si concentrano tutte le enclave bangladesi, sospettato di essere colui che si oppone più di tutti alla cessione di territorio per paura che cambi anche l'orientamento dell'elettorato locale. Banerjee avrebbe già deliberatamente affondato importanti accordi tra Delhi e Dhakka. A settembre il primo ministro indiano Manmohan Singh era arrivato in Bangladesh pronto a firmare un trattato cruciale sull’acqua, salvo poi ritirarsi a causa dell'opposizione dell'ultimo minuto – appunto - di Banerjee.


L'India si considera un po' il ‘fratello maggiore’ del Bangladesh, di per sé più giovane, che invece vive il colosso confinante come il bullo che lo strapazza. Più o meno allo stesso modo, molti indiani non si fidano dei bangladesi, perché li vedono solo come fonte di indesiderata immigrazione illegale su vastissima scala. D’altra parte, le difficoltà che i due Paesi trovano nel mettere a posto la questione dei confini e delle cessioni di territorio fanno sorgere dubbi sulla loro effettiva capacità di affrontare questioni commerciali o ambientali più complesse e getta un'ombra sul futuro della cooperazione regionale nel sudest asiatico.


Delle due, la situazione peggiore


Le enclave indo-bangladesi non sono però le uniche a vivere una condizione limite. Esempi simili ce ne sono in quasi tutti i continenti. A novembre del 2011 un blog del New York Times aveva paragonato la condizione delle enclave indo-bangladesi con quello che succede a Baarle, una cittadina divisa tra Paesi Bassi e Belgio. Baarle è però un’attrazione turistica acchiappa soldi, perché gli abitanti spostano la porta di ingresso in modo che si affacci sul Paese che ha il sistema fiscale più mite, perché la legge prevede che il cittadino paghi le tasse al paese sul quale dà, appunto, il portone di casa...

Ma Baarle, osservava il blogger del NYT, vive una situazione paradossale "divertente". Quella indo-bangladese non lo è affatto. Anzi. Il 26 marzo gli abitanti delle enclave indiane entro i confini bangladesi hanno issato la bandiera del Bangladesh nel giorno dell'indipendenza. Era il loro modo per affermare la loro volontà di possedere la cittadinanza del Paese dove hanno trascorso tutta la loro esistenza.
Nel frattempo, Rahaman e i suoi amici hanno continuato a digiunare, determinati ad attirare l'attenzione di qualcuno sulla loro causa...