19/10/2019
21/03/2012

Hic (non) sunt Dracones

La mia nuova vita in Islanda di Karen Pease

The Reykjavik Grapevine, 20 marzo 2012

La mia nuova vita in Islanda
di Karen Pease



Sono nel mio nuovo appartamento di Kopavogur. Ogni migrante ha alle spalle una storia. Io proverò a condensare la mia in poche parole. Sono cresciuta negli Stati Uniti, da dove l'Islanda sembrava poco più di un puntino su una carta geografica dove non avrebbe sfigurato la scritta scoraggiante "Hic Sunt Dracones". Ogni tanto mi capitava di sentire cose che dall'Islanda finivano nei nostri notiziari; le trovavo interessanti, e poco più. Poi mi sono invaghita dei Sigur Ros (un gruppo musicale islandese molto apprezzato in tutto il mondo), ho guardato il documentario che avevano realizzato sul loro Paese, "Heima" (“A casa”), e ho deciso che era quello il posto dove dovevo andare. Allora ho fatto un corso di islandese e l'estate successiva ci sono andata due volte, girandola in lungo e in largo in couchsurfing. Tornata a casa, ho preso la decisione più folle che mi potesse venire in testa: trasferirmi in Islanda e cominciare una vita nuova.
Ho poi spedito il mio curriculum tradotto in islandese (!) a quattro aziende, abbastanza convinta che lavoro comunque non lo avrei trovato mai.

Purtroppo per l'Islanda, ma fortunatamente per me, il Paese ha conosciuto una certa fuga di cervelli, soprattutto di programmatori informatici con le mie stesse competenze, a causa di quella che qui chiamano "kreppa", la crisi. E' andata a finire che nel giro di sue settimane ho trovato lavoro.
A giudicare da quanto leggo sul “Reykjavik Grapevine”, anch'io diventerò presto un altro "Immigrato Deluso" come mi dicono ce ne sono tanti. Tutti si aspettano, cioè, da me che prima o poi finirò col passare il tempo a cercare di digerire l'Islanda e i suoi abitanti; chissà. Vedremo, ma per ora ogni giorno che ho passato in Islanda me l'ha fatta amare sempre di più.
 
Ben lontana dall'essere il Paese ideale, l'Islanda ha i suoi bei problemi, su questo non ci piove. Ma a partire dalla neve sull'Esjan, all'indicazione obbligatoria delle calorie sulle etichette, al termosifone ad acqua da fonti geotermiche accanto al letto, alle indicazioni stradali iper precise con lampioni a tutti gli incroci, dalla scena musicale straordinariamente ricca e talentuosa al cartone di súrmjólk með hnettu og karamellu (latte fermentato al caramello) che non manca mai dal mio frigorifero, o i parcheggi e le strade sempre liberi... uno finisce con l’avere l’impressione che tutto sia stato organizzato apposta per lui e basta.  Insomma, questo Paese mi piace. Avevo cominciato a scrivere una lista di quello che mi piace da queste parti, ma dopo un po’ ho smesso.

L'altro giorno mi sono comprata anche una bandierina islandese, da mettere dentro l'armadio, perché sono americana e se c’è qualcuno che ne sa qualcosa di nazionalismo e bandiere che sventolano, quella sono io...
Da immigrata, ho paura di essere giudicata ingenua o presuntuosa nella volontà di adottare simboli di qualcun altro. Ma non posso nascondere l'orgoglio per la mia nuova terra; più che altro voglio quella bandierina per averla vicina quando dovrò tornare negli Stati Uniti ad aspettare autorizzazioni e documenti, cosa alla quale – ora - non voglio pensare.

Uno dei cliché più diffusi, è che "è difficile fare conoscenza con gli islandesi", forse perché non amano scambiarsi cortesie con gli stranieri per strada, o perché così ha raccontato qualche straniero, appunto, che non voleva fare troppa fatica. Personalmente non posso dire la stessa cosa, anzi, dovrei raccontare di quella signora che si è fatta 45 minuti in macchina sotto la bufera di neve per portare me da una parte, che mi ha prestato il suo telefono e una chiave USB e poi mi ha ospitato a casa sua per farmi usare il suo computer. Sto parlando di una donna che avevo visto solo una volta tempo prima.

Come mai, però, tanta gente non li ama, o perché gli islandesi passano così tanto tempo a denigrarsi? Mah, può essere che io sia sola una “nýbúi”, una "appena arrivata" ingenua, che avrà delle sorprese più avanti, chi lo sa.
Resta il fatto che dal primo momento il mio cervello è impegnato dalle più varie sollecitazioni, perché devo riorganizzare tutto, da dove sta cosa a quello che si mangia qui, alla lingua (...) Mi trovo costretta a processare dati velocemente per stare dietro a tutto, e meno male che c'è l'app voice recorder sul mio telefono, che mi aiuta a capire cosa mi dicono e dove sbaglio. Devo anche fare i conti con la pronuncia della "r". Questo è quanto per quello che riguarda la mia decisione. Vedremo cosa mi riserva il futuro, se tra un paio di anni avrò cambiato idea e opinioni o no.



The Reykjavik Grapevine, 20 marzo 2012

Islanda. Quasi raddoppiato il numero degli stranieri negli ultimi dieci anni
di Paul Fontaine

Il numero di residenti stranieri regolari in Islanda è quasi raddoppiato negli ultimi dieci anni. Mentre l'immigrazione ha conosciuto un andamento costante a partire da metà Anni '90, con una lieve flessione durante la crisi finanziaria, la percentuale di stranieri residenti nel Paese è ancora relativamente bassa. Nel 2002 gli stranieri erano il 3,4% della popolazione totale, oggi sono 20957 e cioè il 6,6%.

Secondo i dati di Statistics Iceland il gruppo più numeroso è rappresentato dai polacchi (9049, il 43,2% del totale), seguiti dai lituani (7,7%) e dai tedeschi (4,4%). Il maggior numero di stranieri vive nelle regioni di Suðurnes e Westfjords, dove rappresentano circa il 9% della popolazione totale delle due regioni. Nel nordest invece si conta la percentuale più bassa di immigrati in assoluto (3,6%).

Nonostante quanto rilevato, gli stranieri che prendono la cittadinanza islandese sono sempre meno: 450 nel 2010, 370 nel 2011, il numero più basso dal 2002

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