26/08/2019
23/02/2012

La guerra
di Hakim

Kandahar, Afghanistan. Subito dopo lo scoppio della bomba, quando il fuoco è cessato e sul campo rimangono solo i cadaveri, Abdul Hakim inizia a ricevere le prime chiamate. La prima frase, quasi sempre la stessa: "Cerchiamo un corpo"

Washington Post, 21 febbraio 2012

La guerra di Hakim, l’uomo che recupera i caduti in battaglia
di Kevin Sieff

Kandahar, Afghanistan. Subito dopo lo scoppio della bomba, quando il fuoco è cessato e sul campo rimangono solo i cadaveri, Abdul Hakim inizia a ricevere le prime chiamate. Dall’altro capo del telefono, i capi Talebani che Hakim conosce bene. La prima frase, quasi sempre la stessa: "Cerchiamo un corpo"


Nella provincia meridionale afghana, quella che da quando questa guerra è cominciata ha contato il maggior numero di vittime e sopportato la violenza peggiore, i Talebani sanno che sarà Hakim a recuperare i cadaveri dei ribelli, portati via dalle autorità afghane e americane, per restituirli alle famiglie e ai compagni di lotta. Negli ultimi sei anni lo ha fatto 127 volte, a bordo di un martoriato taxi giallo, col quale attraversa la città, munito di nulla osta rilasciati sia dal governo afghano che dai Talebani. Nel cassone posteriore, i cadaveri dei ribelli. Sacchi neri per chi è caduto in combattimento, piccole scatole di legno per i resti di chi si è fatto saltare in aria. "Non mi importa chi è il morto o a quale fazione appartenga; per me sono tutte persone alle quali è dovuta una sepoltura islamica come si deve".

Per recuperare e rimpatriare i caduti in battaglia, i militari americani seguono un protocollo specifico, che va seguito nel minimo dettaglio secondo un ricco cerimoniale.

Nella più asimmetrica delle guerre, i Talebani hanno messo a punto una procedura parallela, tanto oscura e approssimativa quanto efficace. Si sa che i militanti Talebani sono disposti a fare qualsiasi cosa per il recupero dei loro caduti, e che l’impegno per dare ai suddetti sepoltura non viene mai meno, anche dopo che l’ultimo dei ribelli ha lasciato il campo di battaglia. Qualora a portare via i cadaveri dei militanti siano soldati stranieri, viene  messa in atto una procedura specifica: diverse volte al mese, un elicottero della Nato porta le salme in un obitorio vicino alla base aerea di Kandahar, dove vengono ispezionate alla ricerca di ordigni inesplosi e successivamente trasferite nella stessa sala dove giacciono i caduti americani. Bare avvolte nella bandiera per gli uni, casse di legno compensato per gli altri; le une accanto alle altre.
Il Comitato Internazionale della Croce Rossa ICRC raccoglie resti dei ribelli e file che li accompagnano (fotografie e descrizione delle modalità con cui il soggetto ha perso la vita) e li porta al Mirwais Hospital di Kandahar. Nel registro dell'obitorio ognuno di loro è identificato con il lavoro che svolgeva: "Talib", e basta. Terroristi e vittime dei loro attacchi, anche questi ultimi portati lì dalla Croce Rossa, nella stessa stanza.


Sul registro dell'obitorio, il triste computo delle vittime racconta che negli ultimi sette mesi da questo container bianco e refrigerato, di fabbricazione danese, sono passati il fratello del Presidente Karzai, il sindaco di Kandahar, decine di civili, agenti di polizia e militanti talebani.
A due passi da lì, la pila degli abiti che a quei cadaveri non serviranno più. In un giorno solo, all'inizio di quest'anno – riporta il registro – quattro poliziotti sono stati uccisi da una bomba, un negoziante da un colpo di pistola e il governatore di un distretto in un agguato.
Dall'obitorio del Mirwais passano più o meno 150 cadaveri al mese. Sullo stesso registro, accanto al nome dei morti, i familiari lasciano la firma, se sanno scrivere, o un'impronta digitale, per tenere traccia di chi ha ritirato il cadavere per procedere con la sepoltura. Accanto al nome dei Talebani, per decine di volte, ricorre sempre la stessa firma, quella di Abdul Hakim.
Hakim è un malik, uno che nella comunità conta; l’autonomia dal governo e dai Talebani gli permette di portare a termine la sua missione su entrambi i fronti, in due mondi che continuamente cercano di distruggersi a vicenda."E' una persona importante, l'unico che può svolgere quel compito come si deve. Un aiuto insostituibile e neutrale" ci dice Julien Lerisson, il vice direttore della sottodelegazione dell’ICRC di Kandahar.

 
"Portare via i martiri"
Hakim ha cominciato a fare questo lavoro per caso. Alla fine degli Anni '90 aveva frequentato un corso presso la Mezzaluna Rossa afghana, il corrispettivo locale della Croce Rossa. Per i Talebani significa che Hakim può arrivare ai caduti in battaglia che i soldati stranieri hanno portato via.
La prima volta un capo talebano lo ha chiamato nel 2005. Dopo che Hakim era riuscito a riconsegnare la salma che stavano cercando, nuove richieste sono arrivate una dopo l'altra. Oggi ha uno speciale permesso scritto, su carta intestata talebana: "A tutti i Mujahidin della zona. Quest'uomo collabora con noi per il recupero dei nostri Martiri. Qualora aveste problemi con chi porta questo nulla osta, contattate noi" firmato Jabar Agha, rappresentante ufficiale dei Talebani del Distretto di Zhari, Kandahar. Sul nulla osta Hakim figura in qualità di "tassista". Sulle poco profonde tombe marcate da pietre frastagliate, dove i combattenti trovano giusta sepoltura, di volta in volta arrivano i familiari, che piangono l'inutile morte e le scelte sbagliate del congiunto, o quelli che ritengono lo scomparso un martire.

 
Hakim è un uomo di sessantacinque anni, con una lunga barba bianca e una cicatrice sotto l'occhio destro, la fronte segnata da profonde rughe.
Prima che inizino le processioni rituali, Hakim se ne va. Anche la sua vita è stata segnata da una tragedia portata da questa guerra, e non vuole che quel dolore riaffiori. Ma ci sono volte che i familiari dei caduti riescono a fermarlo prima che sparisca. Tra le lacrime, vogliono solo dirgli grazie. "Quando abbiamo visto il corpo di mio fratello, i buchi dei proiettili sul petto, è stato tremendo, ma almeno abbiamo potuto rivedere il suo viso. Gli abbiamo potuto dare l'ultimo addio" dice Ahmad, il cui fratello, anni addietro, si era unito alla lotta talebana ed era caduto in un conflitto a fuoco con la polizia afghana. Era stato Hakim a ritrovarlo per ridarlo, cadavere, ai suoi cari.

Scegliere nel massacro
Giorni, o addirittura settimane dopo lo scoppio della violenza, Hakim riceve un secondo giro di telefonate, dalla Croce Rossa. Dal canto suo la ICRC si rivolge a una fitta rete di notabili afghani per riuscire a dare un nome ai cadaveri che nessuno reclama nell'obitorio di Mirwais: uomini uccisi in zone così remote o in condizioni così tremende, che nemmeno i capi Talebani o le famiglie li cercano. Non tutti i corpi appartengono ai ribelli, anzi: più o meno due terzi sono civili e agenti di polizia. Hakim si prende cura anche di loro; in tutto, negli ultimi tre anni, 107 impiegati governativi e 28 civili oltre ai 127 militanti ribelli. Funzionari locali gli rilasciano un lasciapassare per il ritiro di ciascuna salma, documenti che poi archivia in una valigia nera, per tenere il conto esatto di quanti corpi è riuscito a riconsegnare. L'anno scorso, in un solo giorno, si è trovato a dover raccogliere ciò che rimaneva di 14 attentatori suicidi, che ha caricato sul camioncino e riconsegnato alle famiglie sparse in tutta la provincia. Una volta ha portato, da un distretto controllato dai Talebani al quartier generale di appartenenza, le salme di cinque agenti dell'intelligence afghana. Per non parlare dei vecchi e dei bambini. Certe volte anche nella stessa giornata.

In tutto il Paese ci sono uomini come Hakim, che offrono questo servizio a civili e capi talebani; per recuperare i corpi dei ribelli, capita anche che debbano passare velocemente il confine col Pakistan. Quello che fanno ha portato anche un risultato riconosciuto: in Afghanistan, l’anno scorso, il numero di cadaveri che nessuno reclama è calato del 50% , come ci dice la Croce Rossa stessa. Ma nessuno, tra tutti quelli che fanno avanti e indietro dai campi di battaglia, ha dedicato tanto tempo a capire chi è chi nelle carneficine provocate dalle guerre. "Nessun altro ha visto tanta morte", ci dice il direttore della Mezzaluna Rossa di Kandahar Sardar Mohammed Niazmand. Dal momento che tanto i militanti Talebani che gli agenti di sicurezza regolari afghani vengono mandati a combattere in province remote, i familiari di chi viene ucciso a Kandahar potrebbero vivere anche molto lontano. Certe volte ci vogliono settimane, se non mesi, prima che la notizia che qualcuno è stato ucciso arrivi a casa sua. I corpi dei caduti rimangono all'obitorio per un paio di mesi, per dare tempo a quelli come Hakim di rintracciarne i parenti.
 
L'annuncio della tragedia
Il terzo giro di chiamate lo fa lo stesso Hakim. Dopo aver fatto visita all'obitorio del Mirwais, chiama nei villaggi e i comandanti talebani intorno a Kandahar, "Per caso manca all'appello un uomo basso, barba nera, età apparente vent'anni?" chiede. O anche: "Sapete di qualcuno che si è fatto saltare in aria a Zhari, un mese fa?". Se qualcuno risponde di sì, Hakim riceve dalla Croce Rossa una certa somma di denaro, a copertura delle spese e per compenso per il lavoro svolto. Poi se ne va, sul suo taxi noleggiato, incontro a familiari in lacrime o ribelli induriti dal tempo e dalla guerra.
L'anno scorso c’è mancato poco che smettesse. Se lo aspettavano tutti. Due dei suoi quattro figli maschi stavano andando a un picnic con un amico che lavorava per gli americani. Dei cecchini talebani hanno visto la macchina, mirato al ragazzo alla guida e sparato. Hanno ucciso tutti e due i figli di Hakim. "Erano gente che aiuto. Quello che faccio a loro serve. Ho chiesto perché lo avessero fatto…" ma non ha mai ottenuto una risposta accettabile.
E così, ha usato lo stesso pickup sul quale trasporta i ribelli uccisi per caricare i cadaveri dei due figli. Li ha sepolti e ha tenuto il lutto per due giorni. Poi è tornato al lavoro, a rispondere al telefono. "E' il mio modo per dare una mano al Paese" ci dice, fermandosi a seguire i suoi pensieri. "Chi altro lo potrebbe fare?" Quando Wali Mohammed, il direttore dell'obitorio, lo ha rivisto all’opera dopo l'incidente, non credeva ai propri occhi.
"Chissà perché lo fa..." ci dice.

Dare sepoltura a quelli che nessuno cerca
Ci sono anche telefonate che Hakim non vorrebbe mai fare, quelle ai mullah, dopo che ogni tentativo di rintracciare parenti finisce in un nulla di fatto.
Quando non si trovano familiari, al funerale ci pensa lo stesso Hakim. I mullah arrivano allora su un terreno di proprietà dell’uomo, diventato il cimitero dei senza nome. Insieme recitano la preghiera e intonano l'inno "Dio è Grande", con le mani sulle orecchie. Hakim li aiuta a lavare i cadaveri, ad avvolgerli nei kafan bianchi, ad adagiarli nella fossa. Sa esattamente chi è sepolto dove. Col cellulare fotografa tutte le salme, così che se qualcuno si fa vivo, anche mesi o anni dopo, lui saprà condurlo sulla tomba giusta. Dal canto suo la Croce Rossa Internazionale tiene un archivio ufficiale con le foto dei corpi che nessuno ha reclamato, con informazioni su dove e come è stato sepolto nel camposanto della Croce Rossa di Kandahar. Diverse volte l'anno gli impiegati IRCR si trovano a dover scartabellare nell'archivio, in caso sia saltato fuori qualcuno in cerca di un parente. Certe volte si rende necessaria l’esumazione del corpo, altre si procede con la celebrazione di un funerale alla memoria.Qualche mese fa un uomo è arrivato dalla provincia di Paktia, lontana 500 chilometri, in cerca del fratello scomparso. Hakim gli ha mostrato una foto sgranata sul cellulare, lo ha condotto alla tomba dove l'uomo era stato sepolto e hanno pregato insieme.  Ogni tanto, tra un viaggio e l'altro, qualcuno chiede ad Hakim a quale fazione politica appartenga. "Sei un talebano o un sostenitore del governo?". Anche i suoi familiari vorrebbero sapere cosa pensa della guerra un uomo che passa le sue giornate portando i caduti in battaglia da una parte all'altra. Ma Hakim non parla. "Io vorrei la pace, come tutti", risponde. "Rispetto entrambe le parti, ma vorrei che il mio Paese tornasse ad essere unito. Ma ora c'è la guerra, la gente muore e dobbiamo occuparcene".

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