I vincitori del #PrixItalia 2016: Attraverso gli occhi dei migranti


Presevo Serbia, rifugiati arrivati dalla Macedonia aspettano che i loro documenti siano processati - settembre 2015, Gus Palmer / Keo Films
 
Dal 2015 in poi, immagini e storie di migranti e rifugiati, partiti per pericolosi viaggi alla volta dell’Europa, hanno riempito i media di tutto il mondo. Molti giornalisti si sono sentiti in dovere di andare al di là di semplici statistiche e stereotipi, mettendosi alla prova con modalità diverse di storytelling.

Un esempio è costituito dal vincitore del Prix Italia nella categoria documentari televisivi, nonché vincitore del premio speciale della giuria del presidente della Repubblica, “Exodus”, prodotto dalla BBC.

Ci è voluto un anno intero per realizzare questo documentario, in cui non solo i film maker hanno seguito i rifugiati lungo la via, ma anche gli stessi rifugiati hanno filmato alcuni momenti del loro pericoloso viaggio, momenti che solitamente rimangono fuori dalla portata delle telecamere. Secondo la giuria, il documentario “è essenziale adesso e in futuro”.

Abbiamo chiesto al regista James Bluemel di spiegarci il lavoro che sta dietro questo documentario innovativo.

Da dove è venuta l’idea di realizzare questo film?

Come tutti avevamo seguito le news, e avevamo visto una grande quantità di immagini di queste persone che arrivavano dall’Africa e annegavano nel tentativo di attraversare il Mediterraneo. Allo stesso tempo, un mio amico fotografo era andato in Marocco, dove i migranti cercavano di raggiungere la Spagna. Lì aveva raccolto del materiale girato dai migranti stessi.

È stato allora che abbiamo pensato che una combinazione delle nostre riprese con quelle dei migranti avrebbe potuto dar vita a un documentario interessante. Con l’esodo siriano abbiamo seguito lo stesso schema.

Quali sono state le maggiori difficoltà nel costruire un prodotto del genere?

È stato un incubo dal punto di vista organizzativo. Sono quasi stupito di avercela fatta, eppure ci siamo riusciti.

Rifugiati a Calis cercano di scavalcare la recinzione dell'Eurotunnel - agosto 2015, Gus Palmer / Keo Films

Come hanno risposto migranti e rifugiati alla vostra richiesta di filmare per voi?

È stato facile incontrare migranti sul campo, soprattutto in posti come gli hotspot in Grecia, e più persone hai modo di conoscere, più aumentano le possibilità di trovare qualcuno che voglia lavorare con te.

Ho cercato di parlare con loro il più possibile lungo il percorso e gli ho consegnato i telefoni solo se andavano dove non potevo seguirli. Per esempio, quando dovevano trattare con i trafficanti o quando si imbarcare per attraversare il mare tra la Turchia e la Grecia. Una volta costretto a separarmi da loro, ho comunque cercato di tenere le loro tracce.

Comunque non è stato facile. Una volta che passano in un altro paese il numero di telefono con cui sono partiti non è più attivo. È complicato, ma sai dove andranno e speri di aver fortuna.

Che tipo di feedback avete ricevuto da parte dei migranti?

Persone diverse hanno acconsentito a riprendere per ragioni diverse. Per uno di loro, Hassan, il processo di filmare era di aiuto; gli dava una sorta di controllo della situazione. Ahmad, invece, non aveva bisogno di quel tipo di sostegno; ha filmato alcuni momenti del suo viaggio semplicemente perché voleva che il mondo venisse a conoscenza della sua storia.

Questo tipo di lavoro ha presentato dei problemi etici per voi che lo avete realizzato?

Il nostro lavoro è osservare le cose, e mostrare quanto sono difficili. Se fossi intervenuto, avrei fatto un disservizio anche agli altri migranti. È necessario tracciare definire un limite. Ovviamente c’è la tentazione di aiutarle, ma occorre ricordarsi che siamo lì per osservare. Ho sempre messo in chiaro questo aspetto alle persone che volevano prendere parte al progetto.

Infine, un commento sull’aver ricevuto due premi al Prix Italia di quest’anno.

Siamo tutti molto orgogliosi del film e felici che stia ricevendo un riconoscimento. Volevamo che il film fosse visto e facesse la differenza. Vincere premi accresce sia l’esposizione, sia la consapevolezza.