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Antonio Pappano: Puccini – Strauss, Dorothea Röschmann Soprano

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    AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA
    Sala Santa Cecilia

    Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia

    Sir Antonio Pappano Direttore
    Dorothea Röschmann Soprano

    Giacomo Puccini
    (Lucca 1858 - Bruxelles 1924)
    Capriccio sinfonico

    Richard Strauss
    (Monaco di Baviera 1864 - Garmisch 1949)
    Vier letzte Lieder (Quattro ultimi Lieder)
    per soprano e orchestra

    Tratto dal programma di sala dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia

    Giacomo Puccini
    Capriccio sinfonico

    Andante moderato. Allegro vivace

    Data di composizione
    1883
    Prima esecuzione
    Conservatorio di Milano
    14 luglio 1883
    Direttore
    Franco Faccio
    Organico
    Ottavino, 2 Flauti, 2 Oboi,
    2 Clarinetti, 2 Fagotti,
    4 Corni, 2 Trombe,
    3 Tromboni, Basso tuba,
    Percussioni, Timpani,
    Arpa, Archi

    Il Capriccio sinfonico di Puccini
    Arrivato a Milano ventiduenne nell’autunno del 1880, con una borsa di studio di cento lire mensili che gli era stata offerta dalla regina Margherita, Puccini si iscrive al Conservatorio dopo aver superato brillantemente l’esame di ammissione.
    In una lettera alla madre, Puccini racconta che “l’esame fu una sciocchezza perché mi fecero accompagnare un basso scritto di una riga, e poi mi fecero svolgere una melodia in re maggiore che mi riuscì felicemente; basta, è andata anche troppo bene”.
    Il giovane compositore si aggiudicò il primo posto e a partire dal dicembre dell’80 frequentò per tre anni le lezioni di Antonio Bazzini e in seguito quelle di Amilcare Ponchielli, che diverrà suo intimo amico, e che lo introdurrà nei salotti culturali della città, frequentati in quegli anni da Arrigo Boito, Giuseppe Martucci e Alfredo Catalani. A questi anni di studio risalgono alcune composizioni giovanili come il Capriccio sinfonico, diretto nel luglio 1883 da Franco Faccio, un nome di alto prestigio nella vita musicale del tempo, come saggio finale al Conservatorio di Milano, e il Preludio sinfonico, eseguito a Milano nel 1882, in un concerto in cui si presentavano i lavori degli studenti.
    L’abilità dello studente non sfuggì al celebre critico musicale Filippo Filippi che in una recensione apparsa sulla rivista “Perseveranza” del 15 luglio 1883 prediceva a Puccini un luminoso avvenire di sinfonista: “In Puccini c’è un deciso e rarissimo temperamento musicale, specialmente sinfonista.
    Unità di stile, personalità, carattere. Nel suo Capriccio sinfonico c’è tanta di questa roba, come ben pochi ne hanno tra i compositori più consumati nelle prove d’orchestra e dei concerti […] Non ci sono né incertezze, né cincischi, e il giovane autore, preso l’aire, non si smarrisce, non va fuori dal seminato. Le idee sono chiare, robuste, efficacissime, sostenute da molta verità, da molta arditezza d’armonia”. C’è da rilevare che Filippi militava in Italia, insieme a Boito e Faccio, nella schiera dei sostenitori della musica sinfonica del Romanticismo tedesco e della rivoluzione (o riforma) wagneriana, ed aveva notato l’influenza di Wagner sugli acerbi saggi compositivi del giovane lucchese.
    L’autorevole giudizio di Filippi era noto anche a Verdi che, in una lettera al conte Arrivabene e dopo la eco favorevole suscitata dalla rappresentazione delle Villi al Teatro del Verme, disse di aver sentito parlare “molto bene del musicista Puccini… Segue le tendenze moderne, ed è naturale, ma si mantiene attaccato alla melodia che non è né moderna, né antica. Pare però che in lui predomini l’elemento sinfonico! Niente di male”.
    Una delle gioie che procura l’ascolto delle opere giovanili di Puccini è la possibilità di imbattersi in vecchi “amici”. Negli anni della maturità infatti il compositore riutilizzava regolarmente brani del suo periodo di studi: l’Agnus Dei della Messa di Gloria per esempio, fu utilizzato successivamente per il secondo atto di Manon Lescaut (“Sulla vetta tu del monte”); il tema iniziale della Bohème (1896) proviene dal Capriccio sinfonico, come anche la musica del funerale nel terzo atto dell’opera Edgar (1889)
    Il Capriccio sinfonico si articola in un Andante moderato a mo’ di introduzione e in un Allegro vivace che costituisce il nucleo centrale della composizione e confluisce in una ripresa variata del tema iniziale seguita dalla coda. L’attacco ha un carattere energico e ben ritmato a sostegno di una linea melodica morbidamente espressiva, alternata fra gli archi e i legni.
    L’Allegro vivace, come già detto, è costruito sul notissimo tema di apertura della Bohème, qui sviluppato con maggiore enfasi nel settore percussivo e con quello slancio melodico caratteristico del linguaggio pucciniano. In questo movimento traspare la vivacità e la sensibilità coloristica e armonica del compositore, oltre ad un gusto contrappuntistico di ottima scuola. Il tremolo del timpano fa da collegamento alla ripresa del tema d’inizio, ancora affidato ai violoncelli e ai fagotti in ottava, e poi è subito ripreso in fortissimo dai corni, sostenuti dagli squilli delle trombe e dei tromboni. La coda in pianissimo conclude il Capriccio con sonorità dolcemente sfumate sugli accordi dell’arpa e i lontani rintocchi del timpano.

     

    Richard Strauss
    Vier letzte Lieder (Quattro ultimi Lieder)
    per soprano e orchestra

    Frühling (Primavera)
    September (Settembre)
    Beim Schlafengehen (Andando a dormire)
    Im Abendrot (Al tramonto)

    Data di composizione
    1946 - 1948
    Prima esecuzione
    Londra
    22 maggio 1950
    Direttore
    Wilhelm Furtwängler
    Soprano solista
    Kirsten Flagstad
    Organico
    Soprano solista
    2 Ottavini, 3 Flauti,
    2 Oboi, Corno inglese,
    2 Clarinetti, Clarinetto basso
    3 Fagotti, Controfagotto,
    4 Corni, 2 Trombe,
    3 Tromboni, Basso tuba,
    Timpani, Arpa,
    Celesta, Archi

    I quattro ultimi lieder di Strauss
    di Franco Serpa

    Sebbene avesse raggiunto la ragguardevole età di ottantadue anni, Strauss continuava a lavorare con la disciplina di sempre. Ma lavorava per sé, non più per il mondo. I suoi di quel tempo sono lavori strumentali di sapienza, grazia e trasparenza superiori (nel 1945-46 la Sonatina per 16 fiati, come quella del ’43, significativamente intitolata stavolta Fröhliche Werkstatt, “La bottega allegra”, nel 1946 il Concerto per oboe, nel 1947 il bellissimo Duetto-Concertino per clarinetto e fagotto con archi e arpa). Sono limpide meditazioni sulla classicità, elegantemente manieristiche, cortesie reverenti a Haydn e a Mozart (libere affatto da ogni sospetto di imitazione o parodia), segni sereni di pacificazione.
    Ma Strauss pensava anche ad altro, a ciò che aveva abbandonato, al lirismo poetico della voce umana, a cui non aveva detto ancora addio. L’addio, egli alla fine lo pronunciò, ascendendo alla vetta dell’arte, come aveva fatto tante volte in passato, con i Vier letzte Lieder (Quattro ultimi Lieder). Il titolo non è di Strauss, che forse non aveva neppure pensato di farne un ciclo, è invece di Ernest Roth, funzionario della casa editrice Boosey and Hawks, il quale fissò anche l’ordine, preferibile almeno in concerto, dei quattro Lieder – ordine che non è quello cronologico della composizione.
    In quegli anni appartati e difficili Strauss, gran lettore per antica abitudine, leggeva molto, più di quanto avesse mai fatto.
    Nel 1946 lesse, o rilesse dopo decenni, la poesia Im Abendrot (Al tramonto) del poeta romantico Joseph von Eichendorff (1788-1857). Di lui aveva musicato in passato, nel 1927, quattro poesie del ciclo Die Tageszeiten per coro maschile e orchestra e mai più altro (veramente tra le opere della fanciullezza non pubblicate ci sono alcune composizioni su versi di Eichendorff, anche queste per coro).
    Alla fine del 1945 Strauss con la moglie aveva lasciato, deluso e amareggiato, la Germania rifugiandosi in Svizzera. La bella poesia di Eichendorff trasfigurava in una superiore serenità l’afflizione del vecchio genio stanco, ma cantava anche il consolante valore dell’amore fedele in prossimità della morte: «Siamo passati tra pena e letizia, insieme, la mano nella mano, ora ci riposiamo dal cammino, in una terra tranquilla. Intorno si oscurano le valli, già l’aria si fa buia [...] O ampia, immobile pace! Così profonda nel tramonto! Siamo tanto stanchi del cammino: questa è forse la morte?»
    Strauss stese subito un abbozzo del Lied, alla fine del 1946, poi accantonò il lavoro. Visto lo stupendo risultato di poi, vorremmo dire che egli abbia lasciato crescere e maturare in sé l’emozione creativa accesa da quelle parole che egli voleva fossero le ultime.
    Passò circa un anno, poi il 6 maggio 1948, a Montreux, egli concluse la strumentazione del suo Lied crepuscolare. E riprese le sue letture, irrequieto e scontento.
    Qui segue un aneddoto incantevole. Il figlio, Franz Strauss, temeva l’inattività del padre, che poteva segnare un declino, e qualche volta l’esortava a interrompere tutte quelle letture e a riprendere la composizione. Strauss in silenzio non gradiva le sollecitazioni. Un giorno Franz passò al padre la raccolta di poesie di Hermann Hesse, uscita da poco. Il 20 giugno 1948 Strauss stese il primo abbozzo di Frühling, concluso neppure un mese dopo, il 18 luglio. In rapida successione, come spinto da necessità interiore, creò Beim Schlafengehen e September: terminò l’una il 4 agosto, il 14 agosto l’abbozzo della seconda e il 20 settembre la versione definitiva.
    Le ultime parole che egli intonò, in uno struggente colore autunnale dell’orchestra, sono: “E lentamente chiude i suoi occhi stanchi” (certamente pensò a sé: il testo di Hesse, infatti, parla di “grandi occhi stanchi” e Strauss soppresse il primo aggettivo, inappropriato al lirismo autobiografico). E una sera egli, memore del rimprovero di qualche mese prima, consegnò il manoscritto dei tre capolavori sublimi alla carissima nuora, la signora Alice Strauss, dicendo con affettuosa ironia di darli a Franz: questo era ciò che il vecchio padre aveva saputo fare!

    Come si è detto, non sappiamo se Strauss abbia mai deciso di fare dei quattro Lieder un ciclo, un’unità poetico musicale (anzi, la differenza nell’organico orchestrale tra il primo Lied e gli altri tre farebbe pensare il contrario). Ma l’unità esiste e tutti la percepiamo – è l’unità di un’idea superiore sulla vita, di un sentimento della condizione umana presso il confine. Che si può dire ancora del capolavoro celeberrimo, ormai amato da tutti? (Ma non sembrano lontani gli anni, in verità ormai remoti, in cui queste liriche incomparabili erano giudicate con sufficienza: c’è ancora chi ricorda bene la sua intensa commozione alla prima esecuzione italiana, a Roma, dei Vier letzte Lieder, e il suo stupore nel sentire i molti giudizi di chi si dichiarava deluso o indifferente a questa musica antiquata).
    Al momento dell’addio il grande artista compie, con semplice solennità e con pathos profondo e discreto, un rito della memoria – della sua memoria di uomo e di musicista e della memoria di tutti gli uomini degni. L’espressione autobiografica, impulso produttivo dell’arte di Strauss, ora compiutamente si trasforma in solidale, fraterna commozione dei rimpianti, e delle speranze.
    Un tale dominio della bellezza pura e luminosa riscatta ogni dolore e riscatta la morte. Ciò che è stato, dice commosso il poetamusicista, è stato bene – e sarà bene per sempre. Ogni pensiero, ricordo, affetto (il Lied romantico, l’opera, Mozart e Wagner, la voce femminile, l’arte del contrappunto, le immagini delle persone amate, il padre, la moglie Pauline, Elisabeth Schumann, Maria Jeritza...), i Naturlaute, le voci della natura – tutto è trasfigurato in un raggiante incanto sonoro, che ha pochi, pochissimi confronti nella nostra musica. Chi ascolta e sa ricordare e commuoversi, è soggiogato da tale bellezza, da tale glorificazione del passato, perché essa è sobria, necessaria, definitiva. Sì che in essa il brivido della primavera, la malinconia dell’autunno, il tramonto, la notte, il presagio della morte, tutte le metafore esistenziali del sentimento romantico ci suonano oggi come una metafora assoluta della nostra civiltà.

    La musica dei Quattro ultimi Lieder
    di Arrigo Quattrocchi

    C’è innanzitutto una orchestrazione che è insieme rigogliosa e trasparente, leggermente variata da un brano all’altro; ma particolarissimo è il rapporto che viene a crearsi fra l’orchestra e la voce, che sembra avere una provenienza strumentale, e si piega invece a una plasticità che reca l’impronta del profondo estimatore del teatro di Mozart. Frühling si apre in una situazione di mistero e di instabilità, che coinvolge progressivamente le vaste arcate della voce femminile, costretta a imprevedibili transizioni armoniche. Una sotterranea eccitazione attraversa September, dove l’orchestra si rende tramite della metafora stagionale. Beim Schlafengehen segue il percorso di un climax, dove un lungo interludio del violino solista apre la strada agli ultimi sublimati vocalizzidel soprano. Nell’ultimo Lied, Im Abendrot, le sonorità trasparenti, la ricchezza delle polifonie interne, il lirismo del fraseggio offrono del commiato una idea di bellezza assoluta, conforto attraente. Una autocitazione sotterranea delle viole sulle ultime parole, “Der Tod”, si riallaccia al poema sinfonico giovanile Tod und Verklärung (Morte e Trasfigurazione), allusione nostalgica e insieme orgogliosa rivendicazione di coerenza; e i trilli dei flauti chiudono il ciclo con effetto illusionistico, ultimo dettaglio di un sommo magistero strumentale.

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