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Christian Arming: Rihm Verwandlung 2

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    Auditorium Arturo Toscanini di Torino
    Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai

     

    Christian Arming direttore

     

    Wolfgang Rihm
    (1952)
    Verwandlung 2 (Metamorfosi 2)
    Musica per orchestra

     

    Trasformazione in musica
    Tratto dal libretto di sala dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai

    Wolfgang Rihm è nato nel 1952, proprio negli anni della Neue Musik, un’esperienza così diversa da potersi conquistare la semplice etichetta di ‘nuova’. Era il tempo delle avanguardie radicali: Stockhausen, Huber, tra gli altri. Tutta gente con cui Rihm ha avuto contatti diretti; così come i contatti non gli sono mancati nemmeno con le vecchie maniere della sua Karlshrue, una delle poche oasi conservatrici della Germania di quegli anni. La maturazione a braccetto con quei due poli culturali favorì la nascita di uno stile personalissimo, nel quale il lessico della Neue Musik si fonde alla ricerca di un’espressività diretta e frontale, libera da intellettualismi artificiosi o strutturalismi a sè stanti. Proprio come se prima di quel 1950, che per molti rappresenta l’anno zero della storia musicale, vi fosse un mondo ancora tutto da scoprire.

    La Neue Einfachheit (nuova semplicità) per il Rihm degli anni Settanta fu l’unica maniera per fuggire dalle nicchie scavate dalle avanguardie. La scelta andò nella direzione dei cicli diaristici alla Mahler: serie di composizioni in cui ogni esperienza fosse come un capitolo di un lungo romanzo. Così e stato per il ciclo dei Tutuguri (1981) e dei brani da camera intitolati Chiffre (1982-1985). E così accade ancora oggi per Verwandlung, un percorso che ha prodotto quattro tappe dal 2002 al 2008, tutte dedicate all’immagine della trasformazione. Verwandlung 2 è stato diretto da Riccardo Chailly per la prima volta nel settembre del 2005, presso il Gewandhaus di Lipsia. La sostanza del brano è tutta insita nel concetto di movimento in divenire. Si comincia con un pianissimo ai limiti dell’udibile: solo un violino e due violoncelli, come se quell’enorme organico non fosse che lo spettatore silenzioso di un evento cameristico. Il tema che prende forma sulle corde degli archi è una sorta di cellula primordiale, la quale genera tutto il resto del materiale, come nelle più sintetiche elaborazioni barocche: un’onda continua che ritorna sempre con la stessa curvatura, ma ogni volta differente nei colori e nell’intensità. Progressivamente l’orchestra si arricchisce di timbri nuovi; ma ogni strumento entra in scena in punta di piedi, senza imporre la sua personalità sugli altri; tutto scorre con estrema liquidità, come se ogni suono si fondesse plasticamente a quello successivo. Solo l’ingresso delle percussioni, nell’ultima sezione Con moto, segna uno scarto timbrico evidente. Ma è solo un piccolo scoglio, che si infrange per un attimo sul mare di suoni in movimento immaginato da Rihm.

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