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Kung-fu

Mentre porta il wuxiapian classico ai suoi apici con la trilogia dello spadaccino monco – Mantieni l’odio per la tua vendetta (1967), La sfida degli invincibili campioni (1969) e La mano sinistra della violenza (1971) – il maestro Chang Cheh apre l’epoca d’oro del kung-fu con Vengeance! (1970), film non distribuito nelle sale italiane. Ad anticipare nel Bel Paese le fortune di Bruce Lee è invece Cinque dita di violenza (1972).

L’uomo che ha reso popolare il kung-fu in Occidente è in effetti figlio dell’ibridazione tra due culture. Nato a San Francisco, cresciuto a Hong Kong, vissuto tra Seattle e Los Angeles, Bruce Lee ha innovato il cinema d’arti marziali imponendo sullo schermo il proprio personalissimo stile: il Jeet Kune Do – letteralmente la “via del pugno che intercetta” – sintesi delle tecniche di numerose arti marziali tradizionali, basata però sul rifiuto di un apprendimento ortodosso a favore della dimensione istintuale e intuitiva del combattimento. Passato dalla palestra del maestro Ip Man agli schermi televisivi de Il calabrone verde e Ironside, il “Piccolo Drago” diventa leggenda nello spazio di due anni grazie a quattro fortunatissimi film: Il furore della Cina colpisce ancora (1971), Dalla Cina con furore (1972), L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente (1972) e I tre dell’Operazione Drago (1973). Se quest’ultima pellicola potrà contrare sui mezzi di una coproduzione Warner, sarà il successivo Game of Death a sintetizzare al meglio il talento e la visione filosofica dello straordinario attore-atleta: un’opera lasciata incompiuta da una morte tanto prematura quanto inspiegabile.

Tra i molti epigoni “Piccolo Drago” si distingueranno, su fronti diversi, Jackie Chan e Jet Li: il primo declinerà l’arte marziale nelle note comiche delle gag slapstick; il secondo proporrà uno stile più classico, magistralmente sintetizzato nella trilogia Once Upon a Time in China (1991-1993).

 

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