Nel 2018 non vince nessuno. Occhio a Draghi

La scissione del Pd, sempre più probabile, cancellerà qualsiasi dubbio, ammesso ce ne fossero stati: nessun partito arriverà al 40% alle prossime elezioni. Il Pd de-bersanizzato forse non arriverà nemmeno al 30%. I 5 stelle potrebbero addirittura essere il primo partito in assoluto, sempre che le peripezie della giunta Raggi a Roma non tolgano ulteriori voti al movimeto di Grillo. Voti che in parte finiranno comunque verso la cosa rossa, cioè il partito che nascerà dalle ceneri della minoranza Pd.

A destra Salvini, Berlusconi e Meloni potrebbero vincere. Ma un conto è arrivare primi alle urne, un altro è avere i numeri per formare una maggioranza in Parlamento. Inevitabilmente scoccherà l’ora delle piccole o grandi coalizioni. Le ipotesi in campo sono le solite: Pd-Forza Italia oppure Lega-FdI-M5S. Tutte combinazioni che tuttavia fanno a pugni con la matematica. Qualunque sia la legge elettorale della Camera, ma soprattutto del Senato.

Sergio Mattarella tenterà comunque di allestire un governo-ammucchiata, affidando l’incarico esplorativo a Renzi. Ma il pallottoliere darà problemi e lo spread, complice la fine delle manovre espansive dalla Bce; inizierà a salire. L’unico modo per placare gli animi con cinque anni di legislatura davanti, sarà allora chiamare in aiuto San Mario Draghi. L’uomo che ha già comprato tempo per non far naufragare l’aziendea Italia. L’uomo che ha garantito in tutti questi anni per il nostro Paese in Europa. L’uomo che, da solo, ha tenuto a bada i tedeschi, desiderosi di punire prima i greci, poi noi.

Nella primavera 2018 mancherà poco più di un anno alla scadenza naturale del mandato – 8 anni – alla guida della Banca centrale europea. Le dimissioni per forza maggiore sarebbero comprese anche dai mercati, che finora si sono sempre sentiti protetti dall’ex governatore di Bankitalia. Insomma, non dovrebbero esserci scossoni su Borse e titoli di Stato. Anzi, forse benedirebbero il grande sacrificio di Draghi. Proprio perché il debito italiano, cresciuto di oltre 50 miliardi solo nel 2916, non accenna a  diminuirsi: finito il Quantitative Easing, ovvero l’acquisto di obbligazioni statali da parte della Banca centrale, chi si fiderà di un Paese, il nostro, che non è in grado di esprimere una maggioranza? Figuriamoci un governo. Non è un mistero che Berlusconi lo vedrebbe bene come premier…

Draghi continuerebbe comunque ad essere lo scudo dell’Euro. Nel bene e ne male.

Nel bene perché la Germania, che sta trattando con lo stesso Draghi la difesa da Trump, non potrà fare risatine sull’Italia, garantita da un signore che dal 2011 lavora a Francoforte. 

Nel male perché se non cambia la Ue, il nostro Paese sarà costretto a sopportare altri sacrifici in nome delle assurde euro-regole. Nel 2018 sarà effettivo il Fiscal Compact, cioè la riduzione annuale di un ventesimo del debito eccedente il 60% del rapporto debito-Pil. Una manovra da decine di miliardi per un decennio.

Chi meglio di Draghi potrà rimetterci in riga?

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