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I Mestieri Degli Scrittori

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Gli intellettuali, come tutti, non fanno facilmente fortuna. Chi ci è riuscito, come nel Settecento Voltaire, lo ha teorizzato: non si può fare cultura senza una buona base economica; è una questione di libertà intellettuale (e così ha fatto tra l'altro mercato di schiavi).
Carmina non dant panem, e più che mai nel Novecento, secolo povero di mecenati per scrittori. Alla ricerca dell'agiatezza, o magari solo per campare, gli scrittori del Novecento si sono indaffarati nei mestieri più vari, da saltimbanco a cercatore d'oro nel Klondike, da fornaio a industriale, da contrabbandiere d'oppio a fuochista in Cina: e poi ingegneri, poliziotti, medici, doganieri, piazzisti di bigiotteria; tutti lavori che hanno finito per affacciarsi nella scrittura.
Il mestiere più prestigioso lo ha praticato Malraux, che è stato ministro - dopo aver rubato statue kmer in Cambogia. Jack London ha collezionato infiniti mestieri, e fu per esempio fiociniere su baleniere dell'Artico. Colette aprì nel 1932 un Istituto di bellezza. Lawrence d'Arabia fu, oltre al resto, scaricatore di carboniere a Porto Said e trasportatore di cammelli sull'Eufrate. Céline fu a Ginevra e nel mondo Technical Officer della Società delle Nazioni, e sempre medico gentilissimo con i pazienti. George Orwell dalla Polizia Imperiale in Birmania passò a miserrime condizioni, lavapiatti e barbone; pensava di conoscere così il mondo e guadagnarsi la condizione di letterato. Anche
Bohumil Rhabal, avvocato, scelse di fare l'operaio non qualificato.Gorki fece mille cose; come sguattero sul Volga conobbe il cuoco che gli fece conoscere i libri. Saint-Exupéry pensava che il suo vero mestiere fosse l'aviazione. Italo Svevo, per fare il grande industriale, smise di scrivere: gli bastava una riga per renderlo inetto al lavoro pratico per una settimana. E l'ingegner Gadda, per la revisione del Pasticciaccio, fu mantenuto dalla "gentile Rai".

Di Daria Galateria. Regia di Angela Zamparelli.A cura di Giancarlo Simoncelli. Trasmesso dal 12 marzo al 6 aprile 2007


Gli intellettuali, come tutti, non fanno facilmente fortuna. Chi ci è riuscito, come nel Settecento Voltaire, lo ha teorizzato: non si può fare cultura senza una buona base economica; è una questione di libertà intellettuale (e così ha fatto tra l'altro mercato di schiavi).
Carmina non dant panem, e più che mai nel Novecento, secolo poveri di mecenati per scrittori. Alla ricerca dell'agiatezza, o magari solo per campare, gli scrittori del Novecento si sono indaffarati nei mestieri più vari, da saltimbanco a cercatore d'oro nel Klondike, da fornaio a industriale, da contrabbandiere d'oppio a fuochista in Cina: e poi ingegneri, poliziotti, medici, doganieri, piazzisti di bigiotteria; tutti lavori che hanno finito per affacciarsi nella scrittura.
Il mestiere più prestigioso lo ha praticato Malraux, che è stato ministro - dopo aver rubato statue kmer in Cambogia. Jack London ha collezionato infiniti mestieri, e fu per esempio fiociniere su baleniere dell'Artico. Colette aprì nel 1932 un Istituto di bellezza. Lawrence d'Arabia fu, oltre al resto, scaricatore di carboniere a Porto Said e trasportatore di cammelli sull'Eufrate. Céline fu a Ginevra e nel mondo Technical Officer della società delle Nazioni, e sempre medico gentilissimo con i pazienti. George Orwell dalla Polizia Imperiale in Birmania passò a miserrime condizioni, lavapiatti e barbone; pensava di conoscere così il mondo e guadagnarsi la condizione di letterato. Anche Bohumil Rhabal, avvocato, scelse di fare l'operaio non qualificato.Gorki fece mille cose; come sguattero sul Volga conobbe il cuoco che gli fece conoscere i libri. Saint-Exupéry pensava che il suo vero mestiere fosse l'aviazione. Italo Svevo, per fare il grande industriale, smise di scrivere: gli bastava una riga per renderlo inetto al lavoro pratico per una settimana. E l'ingegner Gadda, per la revisione del Pasticciaccio, fu mantenuto dalla "gentile Rai".

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