Tassare i robot? Non basta

L’idea di tassare i robot che sostituiscono il lavoro umano, avanzata da Bill Gates, sta entrando nel dibattito economico e politico e, spero, presto anche in quello sindacale. Bill Gates è stato accusato di fare del luddismo da miliardario e di avanzare una proposta estemporanea, si deve però tenere presente che ormai la problematica corre in tutto il mondo industrializzato. Nella vicina Francia la proposta di tassare i robot è uno dei punti qualificanti del programma del candidato socialista alla presidenza della Repubblica, Benoit Hamon.

In Svizzera l’idea è sostenuta dal professore di Diritto Xavier Oberson da diverso tempo ed è presente nel dibattito politico, istituzionale e sindacale della Germania.

La proposta solleva domande e molte perplessità come quelle avanzate rigorosamente dal giornalista Luca Tremolada sul Il Sole 24 Ore del 21 febbraio scorso. Indicazioni di questa portata, data la loro complessità e novità assoluta, richiederebbero una discussione approfondita e non limitata alla dimensione economica in quanto sollevano valutazioni etiche, politiche, sindacali e coinvolgono una visione antropologica.

La trasformazione digitale, la robotizzazione, la nanotecnologia e la biotecnologia stanno disegnando un quadro interessante, ma presentano non poche ambiguità. Il rapido aumento delle capacità dei computer, la robotizzazione di molti aspetti dell’agire umano, l’uso dei nano robot medici muteranno inevitabilmente, oltre al lavoro, il nostro stato emotivo, psicologico, culturale e relazionale poiché saremo portati ad integrare in noi stessi tecniche e tecnologie. Questo processo ha già in corso e lo stiamo vivendo con una certa passività, ma ogni giorno dobbiamo fare i conti con innumerevoli protesi, sostituzioni con apparecchiature sofisticate di parti del corpo umano che ci portano a moltiplicare le esperienze. Inoltre sappiamo che la stragrande maggioranza dei posti di lavoro tra 30 o 40 anni saranno diversi da quelli di oggi. Ma non è detto che saremo tutti disoccupati e poveri, dipenderà dalle azioni che si metteranno in campo sul  piano sociale, politico ed educativo-formativo per evitare che milioni do persone vengano poste in una condizione di inutilità che non si può compensare con un reddito. A fronte di questo pericolo e all’avanzare di proposte di un filantropismo compassionevole che ha come unico obiettivo quello di mantenere la pace sociale, il compito di ogni buon democratico e di un buon sindacalista non può ridursi solo a contrattare il reddito universale di sopravvivenza, ma elaborare proposte che diano potere alle persone, Ecco perché è importante iniziare a fare i conti con un dato di fatto, la “robolution”, che è già in atto e che sta generando processi di sostituzione del lavoro umano nelle fabbriche, begli uffici, nelle banche, nella finanza, nel commercio, e che sta invadendo altri settori del vivere comune e individuale e la cura medica: già si possono eseguire interventi chirurgici, disinnescare bombe, penetrare laddove è impossibile la presenza umana, fare servizi casalinghi.

Con la robotica che si introdurrà nel settore industriale e nei servizi del cosiddetto terziario è probabile che moli posti di lavoro possano scomparire. Anche gli economisti e i tecnologi più ottimisti, che affermano che assisteremo alla nascita di nuove figure professionali, non negano che questa prima ondata tecnologica possa sconvolgere una serie di equilibri e accentuare la metamorfosi del lavoro. […]

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